Adesso basta con l’antimafia politica

di Salvatore Fiorentino © 2021

L’antimafia politica ha toccato il fondo, in Sicilia e in Italia. Perché alla fine anche la persona più onesta e capace, ancorché animata dalle migliori intenzioni, finisce per cedere a quello che per un politico è l’irrinunciabile richiamo della foresta: la ricerca del consenso. Del resto, dell’uso politico dell’antimafia ne sono piene le cronache regionali e nazionali, sicché si è finito per svuotare di senso e di legittimazione le commissioni parlamentari antimafia, che non di rado hanno dato (o cercato di dare) un contributo significativo all’accertamento della verità dei fatti, con la proposizione di questioni anche scomode, sopperendo talvolta alle non marginali défaillance della magistratura, quando questa sembrava non convincere ora per manifesta insipienza ora per apparente malafede.

L’ultima querelle, tutta catanese, tra l’attuale presidente della commissione regionale antimafia Claudio Fava e l’attuale presidente della regione siciliana Nello Musumeci, già presidente della stessa commissione regionale nella scorsa legislatura, certifica la fine di ogni credibilità di questa antimafia politica. Con sullo sfondo il “sistema Montante”, che non si è certo esaurito con i processi all’ex presidente di Confindustria Sicilia, ma prosegue vivo e vegeto con altri personaggi secondo il copione che vede il sistematico avvicinamento di figure istituzionali strategiche, ossia esponenti delle forze dell’ordine, dei ranghi prefettizi e financo della magistratura impegnata sul fronte della lotta alla mafia, trovando in questa frontiera il ventre molle della Repubblica di uno Stato smarrito.

Sono tempi di relativismo amorale, di corsa all’arricchimento smodato che vuol dire garanzia di potere su cose e uomini, mentre sono in caduta libera le quotazioni di valori come onestà, correttezza, fedeltà alle istituzioni, spirito di servizio per il bene pubblico, abnegazione nell’esercizio del dovere, valori che al più possono far guadagnare da morti qualche patacca medagliata avvolta nel tricolore di un bel discorso retorico di Stato letto distrattamente dall’alta autorità di turno. Avanti un altro, e così sia, siamo uno Stato laico! Poi ci sono quelli che mentre si ammantano di lirismo solenne (“Caro Paolo … “), chiedono la raccomandazione ad Antonello Montante perché muoiono dalla voglia di fare carriera (eppure non era Edoardo Bennato che cantava: “non sarò mai Procuratore Generale”?).

L’accusa che adesso Fava muove a Musumeci, sulla scorta di quanto sarebbe emerso in sede processuale a Caltanissetta, è pesante. Il governatore siciliano avrebbe deciso sulle indicazioni di Montante. Ed allora l’ignaro e sempre più allibito cittadino si chiede: ma cosa è cambiato rispetto al governo Crocetta (Lumia)? Ma Musumeci non si era candidato per spazzare via quella che aveva definito come “la mafia dell’antimafia”? E poi una volta eletto si sarebbe affidato alle cure del figlioccio politico di Lumia? Neppure Pirandello saprebbe oggi cosa dire, anche se Sciascia dall’alto della sua supponenza potrebbe dirci, stavolta a ragione, di aver avvisato per tempo sulla maledizione dei “professionisti dell’antimafia”. Purtroppo non c’è più Giuseppe Fava, forse l’unico che ci avrebbe potuto tirare fuori da questa impasse.

E magari avrebbe saputo ben consigliare il figlio, che ha di certo guadagnato sul campo tanti meriti, soprattutto con le relazioni della commissione antimafia che ad oggi presiede, ma che appare ancora una volta cadere nella sua “incapacità” politica, difetto che gli viene rimproverato anche da chi gli è più vicino, dato che egli si è accostato a quelle forze politiche – al PD in primis, ma anche ad una certa frangia del M5S che ha deviato dall’alveo pentastellato per avvicinarsi a personaggi discutibili – che sono le stesse che hanno sostenuto il blocco di potere che dal governo Lombardo a quello Crocetta (Lumia) ha soverchiato le istituzioni e la vita dei cittadini siciliani in nome di un fittizio legalitarismo apprestato da quello stesso Montante che oggi viene ritenuto la causa di tutti i mali, perché conviene farne il capro espiatorio. The show must go on.

Il Grillo e il CamaleConte (bestiarium)

di Salvatore Fiorentino © 2021

Dai tempi favolosi de “La Bella e la Bestia” non si vedeva una contrapposizione così apparentemente paradossale, che fornisce materia viva, allo stato magmatico incandescente, per un bestiarium della politica aujourd’hui. Beppe Grillo versus Giuseppe Conte, l’ultima sfida. Ma Conte non è la Bella e Grillo non è la Bestia, anche se qualcuno vorrebbe dipingerli così, pro PD suo. E il M5S non sarà salvato dal loro amore impossibile, ma semmai dalla loro definitiva rottura, che comporterebbe la fine di quel sortilegio che ha visto spegnersi una dopo l’altra le cinque stelle che fecero brillare il popolo, facendolo sognare in vista di un cambiamento atteso da decenni, perché finalmente quei valori scritti sulla carta costituzionale, come l’eguaglianza, la solidarietà e la giustizia sociale, si concretizzassero nella realtà.

La sinistra italiana, sorda come una campana, non ha mai voluto che il popolo fosse protagonista, ma sempre succube di un gruppo di potere dalla vita agiata e parassitaria, mantenuto dalla società civile. Ed è per questo stata la prima e più feroce nemica del M5S nella sua fase sorgente, mentre ne è divenuta interessata alleata per nutrirsi della sua linfa e del suo sangue, rendendo ciò che doveva liberare i cittadini dal giogo atavico della politica niente altro che un mero strumento per prolungare la propria agonia nella speranza di continuare a detenere il potere pur senza consenso elettorale, servendosi di quello altrui, continuando un inganno che non sarebbe sostenibile senza un nuovo camaleontismo politico portatore di un falso cambiamento, da attuare secondo il famigerato adagio del “tutto cambia perché nulla cambi”.

E quale miglior testimonial di questo “cambiamento-non cambiamento” che Giuseppe Conte, o meglio detto il CamaleConte? Quale miglior leader per un M5S svuotato dei propri ideali e contenuti ed ormai intriso di una mentalità degna di quell’ancien régime che aveva determinato la reazione popolare catalizzata e rappresentata dal MoVimento di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio? Un camaleontismo del tutto funzionale a far sopravvivere al governo una sinistra democratica esangue che non è stata mai sinistra né tanto meno democratica, coltivando invece l’arroganza di ergersi come “migliore” a prescindere sotto il profilo politico, etico e della competenza amministrativa, forte delle poderose cinghie di trasmissione che la legano per un verso al sindacato filo-governativo della CGIL e per altro alla magistratura di potere che condiziona la politica.

Quando Beppe Grillo avallò il governo Draghi e addirittura il ministro per la “transizione ecologica” Cingolani, quando lo stesso sembrò cedere il M5S al CamaleConte venuto dal nulla, molti pensarono che il “garante” pentastellato avesse smarrito del tutto il senno, ovvero fosse stato costretto ad andare a Canossa sotto il ricatto delle vicende personali che riguardavano il figlio “coglione”. La delusione fu generale dalle parti di chi vedeva un M5S senza testa ne coda ormai alla deriva e destinato ad un rapido disfacimento, a divenire un satellite di servizio del PD che lo avrebbe presto fagocitato. Molti dei migliori esponenti grillini venivano emarginati se non espulsi dai gruppi parlamentari, persino la sindaca di Roma, una “lady di ferro” come la Raggi, veniva ostacolata perché rimasta fedele ai valori fondanti del M5S.

Ma adesso che Grillo ha scandito urbi et orbi che lui è “il garante e non un coglione”, al CamaleConte non è rimasta che una vile ritirata strategica, nella speranza di suscitare la reazione del popolo pentastellato che tanto lo ha acclamato da premier, tanta era l’arsura di vedere una persona onesta e perbene in un ruolo di governo, data la sequenza di filibustieri, boiardi e banchieri nell’ultimo lustro, quanto di peggio si poteva sperare. E Conte, da bravo avvocato d’affari, sa come adulare i parlamentari del M5S, promettendo il miraggio del terzo mandato a chi, per primo Di Maio, dovrà lasciare al prossimo giro. Ma Grillo ha ora l’opportunità di mandare a casa capi e capetti, confermando il limite del secondo mandato e riportando il M5S ai suoi valori autentici, con Di Battista nuovo leader e il ritorno degli esiliati in patria.

I gironi dell’antimafia

di Salvatore Fiorentino © 2021

Se la (vera) mafia è un inferno, la (falsa) antimafia ne è lo specchio. La mafia punta agli affari, ma anche l’antimafia lo ha fatto e continua a farlo. La mafia cerca di raggiungere il potere per via politica, ed anche l’antimafia lo fa. La mafia sostiene le carriere dei “colletti bianchi”, ma l’antimafia fa altrettanto. La mafia si serve di referenti delle istituzioni, del mondo dell’imprenditoria e della società civile, e l’antimafia fa lo stesso. Ciò che distingue la mafia dall’antimafia è il fatto che la prima utilizza metodi palesemente illeciti, talvolta brutalmente violenti, mentre la seconda adopera mezzi apparentemente leciti, e se del caso non meno violenti sebbene più raffinati. La mafia uccide fisicamente, l’antimafia elimina gli avversari civilmente. Tanto è vera la mafia quanto è falsa l’antimafia.

Dopo l’epoca delle stragi degli anni ’90, alla bassa fortuna della mafia corrisponde una crescita esponenziale dell’antimafia. Mentre i boss mafiosi vengono catturati, si pentono o vivono latitanze sempre più difficili, si affermano le figure dell’antimafia: magistrati, prefetti, paladini della legalità nel mondo politico, imprenditoriale, delle associazioni che presto diventano holding commerciali. Tutto ruota attorno alla gestione, miliardaria, dei beni sequestrati e confiscati alla mafia, che viene affidata a questa antimafia. E’ una gestione che sembra non avere regole chiare e trasparenti, dove molto è affidato alla discrezionalità delle figure preposte e alla presunzione di affidabilità che riguarda parenti e amici di magistrati, prefetti, esponenti dell’antimafia politica e della società civile.

Così se l’attività della mafia è la sentina dell’illegalità, l’azione dell’antimafia è la quintessenza della legalità. Almeno sino ad un certo punto, quando questa simmetria perfetta viene ad incrinarsi. Quando iniziano a cadere le maschere dei paladini di questa antimafia, coinvolti in indagini e processi, scandali e fatti clamorosi che scuotono l’opinione pubblica, sempre più smarrita ed in cerca di punti di riferimento, in nome di quella legalità che molti declamano con profluvii di retorica e di buone intenzioni, ma che pocchissimi perseguono con i fatti e le azioni concrete. Ecco che si parla di “mafia dell’antimafia”, e chi inizia a denunciare questa degenerazione viene colpito, se possibile annientato, con un perfido abuso degli strumenti legali, così come chi si oppone ai disegni illeciti dell’antimafia e dei suoi profeti.

Ma il dato inquietante non è l’aver appreso delle condanne inflitte all’ex presidente della sezione misure di prevenzione antimafia di Palermo, all’ex prefetto di Palermo, all’ex presidente degli industriali siciliani e componente dell’agenzia per la gestione dei beni confiscati alle mafie. No, ciò che inquieta è apprendere dei contatti di certi politici antimafiosi con imprenditori mafiosi, per condurli entro fumosi “percorsi di legalità” e ricevere un “contributo”, oppure di altri che chiedevano la gestione di beni confiscati a favore di “compagni e compagne”. Così come inquieta la raccomandazione di alti magistrati, che oggi pontificano sui pentiti, da parte dei paladini decaduti dell’antimafia, gli stessi a cui si rivolgeva chi ha avuto la sfrontatezza di mettere alla porta il figlio di Pio La Torre.

Ed inquieta sommamente lo spiegamento di forze “istituzionali” predisposto contro un giornalista senza mezzi e senza padroni, titolare di una piccola tv privata che emette le sue scomode verità dall’entroterra palermitano, che ha rischiato una condanna ad 11 anni di carcere, come e più di un boss mafioso, sulla base di accuse inverosimili e fondate sulla retorica dell’antimafia, peraltro pubblicamente declamata da chi ne era stato beneficiato con lauti incarichi per propri parenti. Sicché se la mafia è un inferno, all’interno di questo inferno si trovano i gironi di una siffatta antimafia, dove il cittadino che ha mantenuto la capacità e la forza di lottare per la verità e la giustizia effettive deve affrontare una prova titanica. Anche se alla fine, da che mondo è mondo, il male brucia e il bene sopravvive.

I datori di morte

di Salvatore Fiorentino © 2021

Doveva accadere. Un sindacalista è stato ucciso. Perché a presidio di uno sciopero di altri lavoratori come lui. Perché alzavano la testa, chiedevano il diritto di non essere considerati schiavi, nell’epoca post-democratica ed ipercapitalista, dalle venature chiaramente fasciste. E’ solo il caso esemplare di tante morti quotidiane, alle quali i politici sanno riservare solo lacrime di coccodrillo, essendosi asserviti alle leggi dei padroni, che vogliono ridurre uomini e donne ad automi pronti a tutto, annichilendone le coscienze, neutralizzandone la capacità di reagire, di lottare, di difendersi e difendere i loro compagni, cercando in tutti i modi di dividerli, di renderli aggressivi gli uni verso gli altri, per poterli dominare, assoldare concedendo ai più spietati qualche mancia miserabile, che spenderanno da larve umane.

I mandanti di questa strage di lavoratori che continua come un fiume di sangue in piena sono noti: sono i “datori di morte” (e non di lavoro), la loro logica sfruttatrice oltre ogni limite, che si nutre del disprezzo per l’essere umano, per la sua vita, la sua esistenza. E non siamo nelle miniere africane né nelle lande sperdute del mondo. Siamo in Italia, dove il lavoro non si può più chiamare tale, perché è divenuto ricatto, minaccia, estorsione, umiliazione, spregio di ogni regola e di ogni diritto basilare, sino al punto che chi si oppone per rivendicare la sua dignità rischia di essere falciato, abbattuto, schiacciato, annullato, distrutto, per poi essere gettato via una volta reso inservibile. E’ ormai considerato persino normale dover lavorare senza retribuzione, dover essere disponibile in qualunque ora del giorno e anche della notte.

E’ accaduto o no nell’Italia dell’osannato Marchionne (chissà se riposa in pace) e della sua mirabolante creatura FIAT-Chrysler che un operaio sia stato costretto a sversarsi addosso le sue deizioni fisiologiche in nome della dea “produttività”? E quante delle migliaia di morti sul lavoro sono dovute all’ineluttabilità del fato e quante invece causate dalla consapevole superficialità nell’applicazione delle più basilari norme di sicurezza? Quanti lavoratori devono restituire al loro datore una parte dello stipendio dichiarato in busta paga? E quanti sono costretti a lavorare nei giorni festivi senza la dovuta retribuzione? Quanti sono costretti a turni massacranti ancorché sottopagati? Per non parlare della vergogna contemporanea dei “rider” (ma chiamiamoli ciclofattorini), in balia ad un algoritmo.

E poi ci sono le categorie più deboli, verso le quali l’accanimento sembra addirittura più feroce, e la discriminazione imperante. In un mondo del lavoro ancora dominato dalla logica maschilista più vieta, la donna rischia di dover sottostare ad una logica padronale che la vuole silente e succube, dove il diritto alla maternità è visto con malcelato fastidio, quasi una minaccia, e va quindi represso e scoraggiato con ogni espediente. Così come un peso da cui liberarsi vengono considerati quei lavoratori che sono incorsi in cause di disabilità, spesso per colpa o dolo del datore, anche se possono essere una risorsa solo ove vi fosse l’intelligenza e la capacità al posto della brutalità e della ignoranza di chi presume di essere imprenditore o dirigente di una qualsiasi organizzazione lavorativa.

Il datore di lavoro (e di morte) che è rimasto all’età delle caverne usa ancora la “frusta” e così pensa di ottenere il massimo dalle sue “bestie” da soma. Si crede il “padrone”, mentre è lui il vero “servo”, come ha ben spiegato Hegel nella celebre dialettica. Senza il lavoratore costui non potrebbe ricavare nulla dal suo “capitale”, che si disperderebbe come sabbia al vento. Ecco perché lo sciopero è in democrazia un diritto inalienabile dei lavoratori: perché bilancia lo strapotere del capitale, rendendolo vano. Ed ecco perché nelle dittature scioperare è vietato, e i sindacalisti e gli scioperanti vanno arrestati, se non torturati e persino uccisi. Ed è così chiaro perché nella falsa democrazia odierna si cerchi in tutti i modi di comprimere i diritti dei lavoratori, sino al punto che chi sciopera può persino restare sul selciato.

M5S, autopsia di un successo

di Salvatore Fiorentino © 2021

Morte cerebrale accertata: la fiducia al governo Draghi. Anamnesi obiettiva: robusta e sana costituzione sino alle elezioni del 2018, segue progressivo decadimento delle funzioni vitali dalla fase del governo “giallo-verde” che si conclama con il governo “giallo-rosa”. Movimento Cinque Stelle (secondo tempo): elettroencefalogramma piatto, funzioni vitali garantite dall’assistenza strumentale di media “embedded” e di poteri economico-finanziari “democratici” in chiave di argine all’avanzare delle destre del populismo “fascio-leghista”. Risposta immunitaria verso le caste: debole, in via di scomparsa. Livello di anticorpi verso corruzione e altri reati contro la pubblica amministrazione: in rapida diminuzione, con improvviso innalzamento dei valori del “garantismo” ad ogni costo e contro l’evidenza.

Così c’era una volta il Movimento Cinque Stelle, quello che volava sulle ali dell’onestà. Poi queste ali lievi si tramutarono nel piombo del “così fan tutti”, del “una poltrona è per sempre”, del “siamo tutti nella stessa casta”, e fu inevitabile imboccare il precipizio senza fine. Scomparsi dalla scena per fatalità che nulla hanno a che vedere con la politica i padri nobili fondatori, Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo, ecco che è giunta l’ora inesorabile che la cronaca affida alle iene e agli sciacalletti, il sale della terra, che si apprestano a compiere la loro macabra danza ridente attorno al corpo del cadavere, il fu M5S, come ha ben scritto l’erede al trono detronizzato Casaleggio jr in un post-epitaffio. Col fu “avvocato del popolo”, l’ex premier per caso Giuseppe Conte, oggi designato nella funzione di necroforo.

Sicché, parafrasando una celebre frase di qualcheduno che di “cambiamento” se ne intendeva per davvero, non per altro avendo basato il suo osservatorio sull’arcano universo nella terra di Sicilia, potremmo dire che l’idea del M5S forse era buona, ma certamente fu tradita. Da quelli stessi che finsero di sposarla, pur di staccare il fatidico biglietto della lotteria della vita, che da anonimi “bibitari” riesce a proiettare, come neppure il teletrasporto della fantascienza sarebbe in grado di fare, verso il rango di vice-premier o, in caso le cose si mettessero male (calati junco ca passa la china), quanto meno nel ruolo di ministro degli affari esteri con tanto di sussieguoso codazzo diplomatico al seguito. E con questi baciati dalla dea sbendata della fortuna si vuole discutere del limite dei due mandati?

La verità è sempre paradossale. E non è quindi un caso che oggi coloro che veramente, e comunque in gran parte, incarnavano i valori del fu M5S si trovino ai margini, delegittimati, additati, se non addirittura esplulsi o costretti a tirarsi fuori da questo sepolcro imbiancato, che fa molto “democratico”, di valori, idealità e lotte che hanno mobilitato milioni di cittadini, la maggioranza relativa del Paese alle ultime elezioni politiche del 2018, con una scossa sismica che ha fatto tremare l’establishment istituzionale e non, dato che per la prima volta nell’Italia repubblicana il “popolo”, questo volgare attore tanto deprecato e calpestato, si esprimeva nelle urne in modo chiaro, deragliando dalle annose logiche clientelari che avevano caratterizzato e caratterizzano la storia politica d’Italia.

La verità è sempre contagiosa. Di fronte all’impostura esibita, quello stesso popolo che ne aveva decretato la gloria ne ha già deciso la decadenza (sic transit gloria mundi). Dal 33% (in Sicilia si è sfondata la soglia del 50%) si è precipitati improvvisamente al 15% o giù di lì, dimezzando il consenso. Che sopravvive per inerzia, ma che continuerà a scemare sino a valori irrilevanti, buoni solo per garantire la poltrona in perpetuo a chi aveva prestato giuramento sul fatto che dopo due mandati (ossia ben dieci anni) si sarebbe fatto da parte, perché è così che funziona la democrazia, almeno fino a quando non si sale sulla giostra e si sta giù a guardare gli altri che girano tondi. Ma verrà il giorno, non appena scaduto quel “mai umano”, che è stato stimato in un secolo e mezzo, che il “cambiamento” avverrà.

La “polis” al tempo della pandemia

di Salvatore Fiorentino © 2021

Il più grave difetto, che si rivela quanto meno una colpa grave, imputabile alla “politica” che governa nell’epoca che va, approssimativamente, dalla riunificazione della Germania ad oggi, è senza dubbio quello del progressivo smarrimento della visione di medio e lungo termine. E ciò vale pressoché per l’intero mondo “occidentale”, che ha assunto quale paradigma della presunta “neo modernità” lo spingersi sino al limite critico, abbassando pericolosamente i coefficienti di sicurezza, annullando o quasi i tempi vitali e naturali, fondando il sistema sociale ed economico sull’illusorietà di una crescita infinita, dove lo stato di salute è dato dal continuo incremento del PIL, mentre ciò, oltre i limiti fisiologici, diventa patologia.

Non si può dire che non vi sia stata consapevolezza di questo abbrivio della storia, né che siano mancati i grandi pensatori, tanto nel passato quanto nel presente, che da diversi settori disciplinari abbiano avvertito dei pericoli a cui l’umanità andava inesorabilmente incontro. Si pensi, ad esempio, alle teorizzazioni di uno dei più grandi e lungimiranti architetti-urbanisti del Novecento, Frank Lloyd Wright, che aveva concepito “Broadacre City”, ossia un nuovo modo di intendere non solo l’architettura della città ma ancora prima il modello socio-economico ad essa sotteso. A misura d’uomo, secondo la tipologia della “città-giardino”, della “città-paesaggio”, dove il sistema degli spazi aperti urbani e territoriali fosse predominante.

E, dal versante filosofico, Martin Heidegger non a caso evidenziava la degenerazione del termine “tecnica” (τέχνη) in relazione a quello ad esso opposto di “natura” (φύσις), nel senso della dismissione dell’approccio di lasciar essere piuttosto che sopraffare, ossia agendo sotto l’impulso dell’illusorietà e della pretesa dell’esattezza della scienza, perdendo ogni relazione con l’esistente, con ciò causando una frattura, una ferita, dalle conseguenze infauste, conducenti verso il nichilismo, l’annichilimento della dimensione umana e naturale. Così, la società informata da questa degenerazione rinuncia alla sua umanità, ed il pensiero partorito dalla presunta “neo modernità” si riduce ad arido algoritmo, freddo calcolo computazionale.

Nei giorni imprevisti, ma prevedibili, della pandemia, vengono a collidere due visioni dell’Europa e, se si vuole, del mondo. La prima è quella “computazionale”, intestata a paesi come Germania e Olanda, sotto la spinta delle famigerate “multinazionali” e dei “potentati finanziari”, che pretenderebbero di far pagare il conto di una crisi le cui cause sono globali ad un ristretto novero di stati del sud del continente, scaricando sacrifici e difficoltà soltanto sulle spalle di alcuni popoli, peraltro incolpevoli, invece di attivare una compartecipazione paritaria, doverosa prima ancora che sotto il profilo della solidarietà da quello della responsabilità, condividendone tanto gli oneri quanto i reciproci vantaggi in prospettiva.

La seconda visione, che viene affermata da poche voci isolate, spesso oscurate se non irrise, è invece quella che rivendica il superamento del modello tardo-iper-capitalistico, dove il motore di tutto non sia il denaro, con le banche e i sancta santorum della finanza assurti a luoghi di culto inviolabili, ma il rispetto dei valori umani, sostituendo la follia dell’accumulazione smodata della ricchezza con la ragione della sua equa distribuzione, così da rendere effettivo il principio di eguaglianza che deve essere il fondamento primario di ogni società. In questo senso va letta la tesi della “decrescita”, ossia di una produzione di ricchezza orientata al benessere sociale diffuso e non causa di sfruttamento e miseria per moltitudini di esseri umani.

La transizione anti-democratica

di Salvatore Fiorentino © 2021

Sono ormai mesi che i media martellano il cittadino ridotto in stato di semi-libertà con le solite notizie, facendo leva su pochi e ormai abusati slogan: tra questi primeggiano senza dubbio “transizione ecologica” e “transizione digitale”, a parte il classico riferimento alle “riforme” che ha sempre attraversato la storia repubblicana, ora poste quale condizione (lo dice l’Europa) per poter accedere agli oltre 200 miliardi di euro per il Recovery Plan. E’ sempre più chiaro a tutti che la vita e le sorti dei cittadini italiani sono state ipotecate in nome dell’Europa, di questa Europa che ha scelto il modello liberista affidandosi al governo della finanza e dei banchieri, anche se solo in Italia (dopo le imposizioni capestro alla Grecia) un banchiere è stato chiamato a svolgere in prima persona il ruolo di premier.

I segnali premonitori, ormai univoci e concordanti, non lasciano più dubbi di sorta: l’Italia, diversamente dagli altri paesi europei che sono forti delle loro posizioni consolidate, ha imboccato il tunnel della “transizione anti-democratica”. Del resto, in quale paese occidentale (democratico) può accadere che il presidente della repubblica (a fine mandato) nomini un banchiere di sua scelta come presidente del consiglio e lo imponga (con la moral suasion, paventando catastrofi inenarrabili e affermando l’impossibilità di ricorrere al voto popolare) alle forze politiche affinché gli garantiscano la fiducia parlamentare per eseguire un programma estraneo (e per certi versi antitetico) alla volontà popolare uscita dalle urne solo nell’anno 2018? E come definire quei parlamentari che hanno tradito il loro mandato?

E si è mai visto un paese democratico senza una vera opposizione politica? (al netto del partito della Meloni che si limita a correggere qualche virgola, per il resto mostrandosi docile col padrone, paga di vedere crescere smisuratamente i sondaggi a proprio favore). E come è possibile che un premier “alieno” possa rimbrottare, azzittendolo, il segretario di un partito (sedicente) democratico quando questo, finalmente dopo anni, riesce a dire una sola cosa di “sinistra”, chiedendo un seppur minuscolo spostamento del prelievo fiscale dai poveracci ai riccastri? E’ lecito o no immaginare che la ricchezza eccessiva sia (anche) frutto di (grande) evasione fiscale o addirittura di condotte non del tutto trasparenti? E i Cinque Stelle (secodo tempo) non hanno niente da dire con il loro leader fu “avvocato del popolo”?

Certo che no. Ai Cinque Stelle (secondo tempo) interessa solo strutturarsi come nuova casta, insinuandosi profittevolmente nello spazio che hanno ottenuto grazie alla spinta propulsiva dei cittadini che si sono fidati di loro. Ai Cinque Stelle (secondo tempo), quelli che saranno guidati dai proconsoli Conte e Di Maio (che si faranno la guerra sino alla fine), interessa in primo luogo la deroga al limite dei due mandati, per poi tradire, uno dopo l’altro, i principi fondanti del fu M5S, come sta avvenendo dall’avvio del governo Draghi in materia di “ambiente” e “giustizia”, dove il neo ministro alla “transizione ecologica” si è presentato autorizzando trivellazioni in mare e aprendo all’ipotesi di ritorno al nucleare, mentre l’esimia costituzionalista Cartabia ha partorito una “riforma” della giustizia malformata.

Per tacere della “deforma” della pubblica amministrazione concepita da un “luminare” come il reduce ministro Brunetta, che ha appena annunciato una infornata di ben 24 mila nuovi precari di stato, tanto perché si era detto che il precariato fosse una piaga da combattere in quanto una delle principali ragioni del malessere sociale, dell’impossibilità dei giovani di realizzare un progetto di vita a medio e lungo termine, così da fomare cittadini liberi e consapevoli invece di sudditi sfruttati ed in perenne balia dei capricci del potente di turno, a cui chiedere protezione e favori, rinunciando al diritto di esercitare pienamente le libertà democratiche, tra cui in primis il diritto di voto. E i Cinque Stelle (secondo tempo) dove sono? Ci sono, ma non vedono, non sentono e non parlano. Più.

La crociata contro i lavoratori

di Salvatore Fiorentino © 2021

Che la Commissione Europea si sia detta contraria al “blocco dei licenziamenti” in vigore in Italia come misura straordinaria per il contrasto alla crisi indotta dalla pandemia appare in linea con le politiche di progressivo svuotamento dei diritti dei lavoratori di una parte dell’eurozona, quella mediterranea, il che risponde al programma di deindustrializzazione (già in gran parte attuato in Italia, a partire dalle politiche propugnate da Andreatta, Ciampi, Prodi e dai loro epigoni) dei paesi designati a divenire delle “colonie in patria”, dove attuare lo sfruttamento indiscriminato della “forza lavoro”, ossia dei cittadini, che è necessario per alimentare il motore sempre più famelico del “turbo-capitalismo” voluto dalle élite finanziarie, le quali hanno pertanto insediato il “governo dei banchieri”.

A ciò risponde perfettamente la “nomina” a presidente del Consiglio dei ministri di Mario Draghi, privo di alcuna legittimazione popolare, ma individuato direttamente dal presidente della repubblica (la minuscola è d’obbligo) quale personalità per un governo di “altissimo profilo”. Così illustre, che ha dovuto recuperare dei ministri del rango di Brunetta, Gelmini e Carfagna, e dove i ministri sulla carta titolati (Cartabia, Cingolani) hanno sinora offerto contributi ben lontani dalle loro teoriche potenzialità, proponendo riforme della giustizia e dell’ambiente che appaiono di gran lunga peggiori di quelle seppur non del tutto soddisfacenti disegnate dai loro rispettivi predecessori. Ma è evidente che il governo dei “migliori” nasca con l’unico obiettivo di sterilizzare la sovranità politica e quindi popolare.

Ecco che il quanto mai magnificato “Recovery Plan”, sotto la giustificazione dell’emergenza pandemica, finisce per essere la copertura per una vera e propria “crociata contro i lavoratori”, ponendosi l’obiettivo strategico di ridurre diritti e tutele, quelli che erano stati conquistati dopo decenni di lotte operaie e sindacali, e che in particolare in Italia avevano trovato cristallizzazione nello “Statuto dei lavoratori”, già smantellato demolendo la sua chiave di volta, l’art. 18, che tutelava il lavoratore dal licenziamento discriminatorio, per mano non già delle destre sporche e cattive ma degli “onesti” e “socialisti” “democratici”, quelli che nel giorno del primo maggio moraleggiano affranti per le morti sul lavoro, per poi dimenticarsene negli altri 364 giorni dell’anno, in cui la “sicurezza” è solo un fastidio.

Nell’ottica di questo “turbo-capitalismo” propugnato dai nuovi padroni (finanzieri e banchieri) che riescono a farsi nominare al governo degli stati senza alcuna legittimazione popolare sulla base della mera presunzione di essere il migliore dei mondi possibili, il lavoratore non è più neppure merce da acquistare e rivendere al minor prezzo, ma viene svilito nel bieco ruolo di materiale di consumo, di cui approvvigionarsi alla bisogna e da cui cercare di estrarre il massimo profitto al minor costo, rendendolo esausto per poi gettarlo nella discarica sociale dove dovrà stazionare il minor tempo possibile prima di passare a miglior vita. E il ciclo continua, per incrementare smisuratamente il benessere delle élite parassitarie, che si guadagnano per questo anche le onorificenze di “cavalieri del lavoro”, in verità del “non-lavoro”.

Non si salva nessuno, eccetto i “fannulloni” della pubblica amministrazione. Ormai considerata una banda di malfattori, vista la quantità (abnorme ma inutile) di controlli e misure anti-corruzione. Ma la corruzione non ha mai proliferato tanto da quando c’è l’ANAC (nata dallo scioglimento dell’AVCP dopo lo scandalo per corruzione di questo ente indipendente che doveva vigilare sulla moralità pubblica). Il problema è che il “sistema” in auge consente ai “fannulloni” (e ai “corrotti”) di continuare a fare il loro “non-lavoro”, pretendendo invece sempre di più, a costo zero, da chi ha sempre lavorato e non si è mai piegato non solo alle proposte corruttive ma soprattutto alle minacce concussorie provenienti dalle istituzioni deviate, comprese quelle che sulla carta dovrebbero esercitare il controllo di legalità.

Vendola, una condanna senza appello

di Salvatore Fiorentino © 2021

Come ritenevano gli antichi romani, il destino di un uomo è già nel nome. E quello dell’ex leader di “Sinistra Ecologia e Libertà”, al secolo Nichi Vendola, non lascia presagire un cursus limpido e onorevole, in linea con i valori fondanti di quella sinistra, di quella ecologia e di quella libertà in verità solo sbandierate nelle insuperabili “narrazioni” del fu presidente della regione Puglia, niente altro che bizantini mascheramenti di un volto ambiguo e impresentabile, come quello dei molti che si sono ammantati con la bandiera rossa per perseguire la corruzione intellettuale prima ancora che quella materiale, vendendo (nomen omen) i cittadini e i militanti in buona fede, che si affidavano alla affabulante oratoria di questi falsi paladini, a chi ne ha divorato le vite e le speranze, lucrando sulla morte altrui.

Ciò che grava su Vendola non è la condanna giudiziaria, tre anni e mezzo di reclusione, per aver concorso nella concussione del dirigente dell’organo di vigilanza sull’inquinamento. E non si dica che non è una sentenza definitiva, perché non esistono sentenze provvisorie, ma solo sentenze, che fino a quando non vengono riformate sono sentenze da eseguire, da rispettare e a cui prestare fede. Queste sono le regole dello stato di diritto e non possono essere certo derogate perché stavolta sul banco dei condannati c’è chi sostiene di essersi battuto come nessun altro per la tutela dell’ambiente e per il contrasto all’inquinamento, di non aver intascato un euro dai padroni dell’ILVA diversamente da altri, di aver cercato di tutelare i lavoratori e i posti di lavoro, di vergognarsi delle scomposte risate intercettate.

Ciò che grava veramente su questo personaggio della sinistra mascherata è la condanna politica e morale, questa si inappellabile, per aver rinunciato al proprio ruolo di politico che si professava per la Sinistra (quella vera), l’Ecologia e la Libertà sino al punto di intestarle al suo partito (S.E.L.), raccogliendo voti e consensi da quei cittadini che speravano e credevano in questi fondamenti, ancora oggi declamati perché tornati di moda ma mai attuati da tutti i governi succedutisi, compresi quelli dei falsi paladini della “transizione ecologica”, quegli stessi che col M5S facevano man bassa di voti al grido di “chiuderemo l’ILVA” e che poi invece si tengono strette le poltrone del potere, ormai assaporato e metabolizzato, dichiarando che “l’ILVA è una realtà che non può chiudere”. Ma ora ci pensa Bernabè, toh guarda chi si rivede!

Vendola vi ha rinunciato quando, travestendosi con le fantasmagoriche “narrazioni” e le iniziative legislative rimaste sulla carta, si è reso disponibile a mediare tra diritto al lavoro e diritto alla salute, come se vi possa essere un compromesso accettabile tra morire di fame e morire di cancro. Vi ha rinunciato quando ha cercato di captare maldestramente la benevolenza di Girolamo Archinà, plenipotenziario di fiducia a cui i Riva affidavano il “lavoro sporco”, quando ridendo in un momento tragico come solo le iene sanno fare ha sentito il bisogno di chiamarlo per assicurare che “il presidente non si era defilato”, che “i migliori vostri alleati sono gli operai FIOM”, incassando la soddisfazione di questo personaggio che additava come l’origine dei problemi un direttore dell’ARPA troppo fedele ai propri doveri.

Un direttore, tale Assennato (ancora nomen omen), quindi da ammorbidire, nel momento che era in discussione al ministero dell’ambiente il rilascio dell’autorizzazione integrata ambientale per lo stabilimento killer. Ecco che viene ventilata la solita minaccia che i politici utilizzano per costringere un pubblico ufficiale a chiudere un occhio o anche due di fronte alle loro esigenze di compiacere ora questo ora quel padrone: la revoca dell’incarico di direttore, o meglio, il non rinnovo dello stesso, ossia una concussione vera e propria. Peccato che poi il direttore quanto meno un occhio decise di chiuderlo, guadagnandosi una condanna per favoreggiamento, così che l’autorizzazione venne rilasciata ed il mostro continuò a falciare le sue vittime innocenti. Sino ad oggi, perché la strage continua.

Brusca e il fallimento dello “Stato-mafia”

di Salvatore Fiorentino © 2021

Non ci convinceranno mai che il “contributo” (ma bisognerebbe davvero pesarlo con la bilancia della giustizia) dato da un “pentito” (ma chi commette crimini così efferati non si pentirà mai) come il vigliacco boss mafioso Giovanni Brusca possa valere lo sconto di pena che consente a costui la sfrontatezza di ripresentarsi al cospetto dei cittadini onesti tra cui i parenti e gli amici delle vittime innocenti. Che ciò avvenga in tempo di mascherine, restrizioni e di coprifuoco agevola questo figuro dalle sembianze mostruose, dato che non immaginiamo come possa avere il coraggio di presentarsi in un luogo pubblico, in un bar, in un ristorante, in un teatro. Non c’è sofisma giuridico, né alcun sommo giurista che potrà mai dimostrare che la scarcerazione di un siffatto assassino possa rientrare nel concetto di “giustizia”.

Secondo Silvana Saguto, che ne riferiva incidentalmente in una delle sue conversazioni imprudenti poi intercettate, Giovanni Brusca ha continuato a gestire il suo potere e soprattutto ad incrementare il suo patrimonio dal carcere. Che verosimilmente non verrà mai ricercato e scoperto così come non venne perquisito il covo di Riina, quell’appartamento in proprietà del figlio di un noto dirigente del PCI siciliano, un tale ingegnere che riusciva ad aggiudicarsi lavori con la protezione della Cosa nostra corleonese, quando questa ancora dominava il regno degli appalti siciliani, distribuendo le carte al tavolo in cui sedevano primarie società del nord Italia, quelle stesse coinvolte nel famigerato dossier “mafia e appalti”, ma anche nella ricostruzione post sisma della Valle del Belìce. Fiumi di miliardi e di sangue.

Brusca è quello che in gioventù, dopo un efferato omicidio commesso tra la folla di un paese in festa, andava a “festeggiare” l’impresa presso un noto locale di San Giuseppe Jato, la sua tana, divorando famelicamente un pollo intero. Scene che sembrano tratte dalla trilogia di Francis Ford Coppola, ma che superano in realtà la più fervida immaginazione del cineasta italo-americano. E chissà oggi dove andrà a festeggiare questo “verru” (così lo hanno soprannominato, ossia “porco”, e sono stati anche gentili), magari preferirà ancora rotolarsi tra il letame della propria coscienza, tra il fango putrido della palude della sua immonda esistenza, tra i rifiuti pericolosi della discarica della sua vita, quella stessa che ha causato la morte di decine e decine di persone, anche innocenti e in tenera età.

C’è da chiedersi se lo “Stato”, o quello che è stato da alcuni definito come “Stato-mafia”, gli dovrà concedere persino la protezione, se non una vera e propria scorta, ammesso che Brusca, se fosse veramente un “pentito”, dovrebbe seriamente essere in pericolo di vita. Magari beneficierà di laute provvigioni di “Stato”, quelle stesse che non sono previste per i poveri cristi, per coloro che hanno sofferto e patiscono la fame, ma che non hanno mai immaginato di torcere un capello a nessuno, né hanno mai rubato un pacco di biscotti al supermercato. Oppure lo “Stato” lo lascerà libero di continuare a gestire indisturbato i suoi affari nei settori tipici della mafia votata alla “transizione ecologica”, rifiuti ed energie rinnovabili, controllando aziende e territori per imporre il suo dominio incontrastato.

Brusca è stato assoldato, scritturato, da quello stesso “Stato” che doveva inscenare la saga dello “Stato-mafia”, perché si distogliesse l’attenzione dalla vera questione rilevante, il perpetuarsi del rapporto tra mafia e politica, e quindi tra mafia e affari, tra mafia e raccolta del consenso popolare, tra mafia e sottosviluppo del territorio, ossia tutto ciò che è rimasto sepolto insieme al dossier “mafia e appalti”. Si è così costruita una gigantesca “fiction”, con l’immancabile primula rossa interpretata da un certo Matteo Messina Denaro, mitizzato così come lo furono Totò (u curtu) Riina e Bernardo (Binnu) Provenzano, solo che i tempi cambiano e ai rozzi corleonesi è dovuto subentrare il mafioso al passo con la tecnologia. Ma, oggi, con la scarcerazione di Brusca, il fallimento di questo “Stato-mafia” esplode.