Repubblicopoli

di Salvatore Fiorentino © 2022

Che il destino di 60 milioni di italiani debba dipendere dalle aspirazioni di Mario Draghi o di chicchessia (uomo, donna o altro) è un’offesa al buon senso, all’intelligenza (per chi ce l’ha) e alla credibilità delle istituzioni. Che così non hanno più ragione di esistere, consegnando il paese all’anarchia più pericolosa, quella che autorizza la soluzione antidemocratica, pur di tenere in piedi ciò che è divenuto il simulacro dello stato. Il vulnus è radicato nel fatto che a fronte dell’incapacità di esercitare il ruolo “politico” da parte dei rappresentanti dei cittadini si abbozzi un rimedio costituito dalla delega ai “tecnici”, super o iper che siano. Chi ha assunto l’esercizio di una carica pubblica, in primis il parlamentare, non può fuggire di fronte alle proprie responsabilità, avendo solo due scelte: onorarle oppure dimettersi. Ogni altra ipotesi sarebbe inaccettabile, perché in frode al mandato di fiducia dei cittadini.

Che credibilità delle istituzioni lascia in eredità un presidente della repubblica che, a pochi giorni della scadenza del proprio settennato, dopo aver avallato silenziosamente le peggiori nefandezze “anticostituzionali” mai viste nell’epoca repubblicana (si pensi alle “riforme” di Renzi, che si vanta di averlo “piazzato” al Quirinale, ma si veda anche la “riforma” della giustizia partorita da una spudorata ex presidente della Consulta), decide di presiedere il C.S.M. per mettere il sigillo quirinalizio alla nomina dei vertici della Corte di cassazione sconfessando platealmente una sentenza del Consiglio di Stato? Quest’ultimo allora non è attendibile oppure non lo è il C.S.M.? Delle due l’una. E come disse in una udienza del processo “Mori-Obinu” il modesto ma onesto presidente del collegio, rivolgendosi al tremebondo Nicola Mancino: “lo Stato uno è, non è che ognuno va per i fatti suoi”.

A quanto pare non è così. Allora è legitimo chiedersi se questa non sia tanto la notte della repubblica quanto la sua defunzione. Fondata sul lavoro e la cui sovranità appartiene al popolo? Non oggi. E come si chiese il principe di Salina di fronte alla propria morte, che lo raggiunse con le sembianze di una elegante signora, quanti saranno stati i momenti, i giorni, le ore, in cui questa Repubblica ha veramente vissuto? Talmente pochi da contarsi sulle dita di una sola mano. Lo sono stati certo quelli in cui il popolo ha visto affermare la giustizia sociale, come quando i valorosi pretori del lavoro affrancarono i cittadini dal giogo dello sfruttamento indiscriminato, per restituirgli una libera e dignitosa esistenza. E, in generale, lo sono stati tutti quelli, anche pagati al caro prezzo della vita, in cui i servitori dello Stato hanno reso giustizia, in onore al ruolo assunto giurando sulla Costituzione.

Altri tempi. Mentre oggi che credibilità può avere uno stato che appare sempre più sottomesso al volere di altri poteri sovranazionali? Gli U.S.A., l’Europa, le banche, i grandi imprenditori parassitari, i capitalisti globali che in tempi di pandemia hanno raddoppiato il loro patrimonio megamiliardario lucrando sulle disgrazie della popolazione mondiale? Che credibilità può avere uno stato che droga l’informazione finanziandola a sazietà per diffondere urbi et orbi il pensiero unico dominante, schiacciando con la forza vigliacca ogni forma di legittima e democratica protesta dei cittadini armati di spirito critico nonostante l’inebetimento di massa perpetrato con ogni mezzo? Uno stato che ha preteso di impedire ai medici l’osservanza del giuramento di Ippocrate con una circolare ministeriale, oggi derubricata al rango di mere “raccomandazioni” e non di “prescrizioni” dal Consiglio di stato in fabula.

Ma lo Stato uno è. Dovrebbe. E invece di tutelare la coesione sociale, il governo di tutti e di nessuno alimenta come non mai le divisioni, in un indecente revival dell’antico, ma modernissimo, motto “divide et impera”. Perché il dictator Draghi, nonostante solo il 12% (la stessa percentuale del succo d’arancia nella Fanta) degli italiani lo voglia quale tredicesimo (ma che numero fortunato!) presidente della repubblica, si è convinto di poter divenire imperator, umiliando come mai accaduto i partiti politici e i rappresentanti parlamentari del popolo sovrano (una volta), sulle ali del fatuo sostegno dei “poteri forti”, che poi sono in verità deboli, come quegli sfruttatori dello Stato che rispondono al nome degli Agnelli e compagnia bella, quelli coi lingotti d’oro nascosti nei caveau dei paradisi fiscali, quelli stessi della socializzazione delle perdite e della privatizzazione dei profitti. The End.

La banda degli onesti

di Salvatore Fiorentino © 2022

Che credibilità avrebbe chi si proclamasse il “re degli onesti”? Ovviamente nessuna, basterebbe un bambino per certificare che “il re è nudo”. Eppure è storicamente invalsa nel Belpaese, quello dei creduloni e dei furbi che si elevano all’ennesima potenza, la favola che esista il “partito degli onesti”. Intere mandrie di cittadini in buona fede, tanto ignari quanto illusi, si sono fatti convincere – bontà loro – che questo partito fosse quello della “sinistra” e hanno aderito fideisticamente ai riti e ai miti della sua narrazione infinita e stucchevole. Senza scomodare i “democratici”, quelli ligi ad allinearsi al neoliberismo dei poteri dell’alta finanza e delle banche (ops! “abbiamo una banca?”, Fassino dixit, e poi in MPS c’era qualcuno che mandava la mail il giorno dopo essersi suicidato), basta pensare ai Bersani e ai Vendola, che coi Riva padroni dell’ILVA assassina intrattenevano ridanciani rapporti, contributi elettorali al seguito.

Applicando in maniera diabolica l’insegnamento di Gramsci, quello della “conquista delle casematte del potere”, i sinistri hanno acquisito il potere reale in Italia, appropriandosi innanzitutto della “cultura” e quindi della “questione morale”, e mai assumendo responsabilità di governo (a parte la fase berlusconiana con D’Alema) che non fossero affidate ad un “amministratore delegato” (ieri Prodi, oggi Draghi), da cui dissociarsi al momento “opportunistico”, quando il vento fosse cambiato. I sinistri si sono invece dedicati alle amministrazioni locali, dove era facile il gioco “double face”, dove si poteva meglio lucrare senza farsi notare né rischiare troppo, dove si potevano coltivare clientele e tessere rapporti di mutuo scambio tramite la ramificazione delle “coop rosse”, invincibili e al di sopra di ogni sospetto una volta che furono benedette con l’acqua “santa” dell’antimafia.

Questione morale e cultura, legalità e antimafia, ecco i cardini che hanno portato i sinistri dritti al controllo, per superiorità etica, del potere deputato ad applicare la legge: la magistratura. Ecco che qui entrano in scena i Violante, i Lumia (e i Montante), mentre i La Torre (padre e figlio) vengono fatti fuori, il primo in modo violento, come si usava un tempo, il secondo in modo ipocrita e vigliacco, come si usa oggi. Poi il cittadino si chiede cosa c’entri don Ciotti alla commemorazione di Giuseppe Fava, e per questo viene bannato dal chierico de “I Siciliani”, quella brava persona che si firma Riccardo Orioles, ma che ha, suo malgrado, per tara ideologica connaturata, travisato il senso del lavoro del suo “Direttore”, spendendo l’antimafia sul versante della lotta politica, di quella di una sinistra che non c’è mai stata, turandosi il naso di fronte ai Bianco e alle Finocchiaro pur di avversare la “destra”.

Palamara, Renzi, Berlusconi. Tutti manigoldi? Può anche darsi, ma chi sarebbero quelli che li accusano? Quelli che perdono il telefonino bollente, guarda caso, come il procuratore di Milano Greco e il procuratore generale presso la Cassazione Salvi, mentre le chat di Palamara inchiodano chi ebbe l’ardire di sottrare alla corrente dei sinistri della magistratura entrambe le cariche apicali storicamente appannaggio di costoro? Perché mai la magistratura ha condotto una guerra senza quartiere nei confronti di Berlusconi e non ha avuto pari rigore nei confronti degli Agnelli, dei De Benedetti, dei Moratti, dei Cairo e compagnia bella? Perché ci si accanisce contro Salvini e si intimidisce Meloni mentre a sinistra tutto è lecito senza che si temano conseguenze? Perché, guarda caso, si infierisce contro Renzi e famiglia proprio dopo che lo stesso ha inteso smarcarsi dai sinistri del potere politico e giudiziario?

Perché l’università italiana è sotto il controllo dei baronati sinistri e di chi a questi deve genuflettersi senza che la magistratura, a parte le solite mosche bianche destinate a rimanere tali, abbia mai inteso affondare il colpo per estirpare un cancro atavico? Perché la destra deve scontare un complesso di inferiorità nel momento che debba assumere responsabilità di governo locale e nazionale, dovendo scendere a compromessi con le richieste dei sinistri, affamati di incarichi e prebende? I cittadini non si rendono conto che quelli che si dipingono come “socialdemocratici”, tutori del “welfare”, sono gli stessi che hanno tagliato i fondi alla sanità per oltre 30 miliardi di euro, i medesimi che hanno introdotto per la prima volta in Italia il precariato nel mondo del lavoro, quelli che affermano senza pudore che se i posti in ospedale non bastano vorrà dire che chi non si è vaccinato non deve essere curato?

La gaia scienza

di Salvatore Fiorentino © 2022

Con “Die fröhliche Wissenschaft” (dato alle stampe nel 1882 e tradotto in italiano come “La gaia scienza”, da cui traspare immediatamente l’intento corrosivo dello scritto) Friedrich Wilhelm Nietzsche muove una critica radicale al pensiero scientifico, laddove esso tenti di spiegare ogni cosa col nesso di causa ed effetto. Il titolo dell’opera richiama la definizione coniata dai trovatori provenzali del XII secolo per definire l’arte della poesia e, non a caso, si apre con la seguente citazione: “Io abito in una casa tutta mia / né mai nessuno in qualcosa ho imitato /e sempre ho burlato ogni maestro / che se stesso in burletta non mettesse / Sulla mia porta di casa / Per il poeta e il saggio, tutte le cose sono amiche e benedette, tutte le esperienze utili, tutti i giorni sacri, tutti gli uomini divini” (R.W. Emerson). La polemica è rivolta a quella scienza che adorando fideisticamente la “verità oggettiva” si contrappone alla vita umana, la cui complessità non può essere vincolata ad “una” verità.

La verità assoluta non esiste (compresa la frase che lo affermi), perché ogni realtà dipende da un sistema di riferimento, il che non vuol dire relativismo inconcludente, ma consapevolezza che co-esistono più realtà, al limite infinite (nessuna), portatrici ciascuna di una propria “verità”. E’ nella scelta della “verità” che si fonda il senso umano della vita, perché questa scelta discrimina quelle verità che pur “oggettivamente” vere si pongono in contrasto con ciò che ciascuno intende “soggettivamente” essere nel suo divenire finito. Ecco perché la scienza non può sostituirsi alla politica, in quanto la prima dovrà comunque soggiacere alle istituzioni che governano la società, le quali si dovranno fare carico, come in ogni altro caso, di bilanciare le confliggenti esigenze per il raggiungimento della migliore cura dell’interesse generale, senza che ciò possa giustificare il sacrificio dei diritti inalienabili dell’individuo, indisponibili per il potere se non con un atto di violenza.

La scienza è l’arma più pericolosa che si possa mettere in mano all’essere umano dagli albori della sua comparsa sulla Terra, come è stato immortalato dal genio di Stanley Kubrick nella scena iniziale (“The Dawn of Man“) del capolavoro “2001. A Space Odyssey” (in cui si esplorano temi fondamentali come quelli che toccano l’identità della natura umana, il suo destino, il ruolo della conoscenza e della tecnica), nel momento in cui gli ominidi apprendono che un resto osseo animale può essere usato non solo come utensile, ma anche come arma, e non tanto per uccidere quanto per soggiogare il proprio simile. Che differenza corre tra quella rudimentale clava e i vettori di testate atomiche di ultima generazione esibite con malriposto orgoglio dai leader delle potenze mondiali? Sotto il profilo della “scienza” nessuna, si è evoluta soltanto la “tecnica”. Ecco che la scienza costituisce una minaccia per il genere umano nel momento che serva a dominarlo.

E’ nota ed assai comune la frase, che è propria di ogni soggetto che eserciti una professsione, secondo cui l’attività deve essere svolta “in scienza e coscienza”, non potendosi disgiungere la prima dalla seconda, pena il venir meno ai doveri deontologici, oltre che a quelli attinenti alla responsabilità giuridica della condotta realizzata. Sicché la scienza che smarrisca la coscienza non sarebbe più portatrice di quella verità, cernita tra le tante, che serva al bene del genere umano e non alla sua sottomissione. Non è forse “gaia” (nel senso di superficiale, irresponsabile) quella scienza che ha realizzato l’eugenetica (non solo quella nazista, ma anche quella di matrice anglosassone) o quell’altra che ha costruito “Little Boy” e “Fat Man”, ossia rispettivamente le bombe nucleari sganciate su Hiroshima e Nagasaki il 6 e il 9 agosto 1945? A quale “verità” rispondeva questa scienza, se non a quella di sterminare l’umanità?

Con un “jump-cut” più ardito di quello con cui Kubrick ci conduce dalla scena degli ominidi a quella degli uomini che viaggiano sulle navi spaziali, possiamo in conclusione guardare all’abuso che si sta commettendo in nome della scienza nella gestione della pandemia che dal 2020 ha colpito il mondo. E’ una scienza quanto mai “gaia”, in quanto asservita al capitale, al profitto, da cui trae ormai l’unico alimento. Ed il vero problema sta nel fatto che la politica non possa più governarla, dato che ne è invece governata, in un pericolosissimo ribaltamento dei ruoli, perché nel momento in cui il denaro venga posto come sistema di riferimento, la “verità” che questa scienza potrà produrre sarà ad esso vincolata e conseguente. E non sarà contestabile, perché questa “scienza” esigerà che sia annullato il confronto libero, che ogni argomentazione contraria sia dichiarata inammissibile, che ogni documento che possa metterla in discussione sia reso inaccessibile. The Sunset of Man.

Italian circus

di Salvatore Fiorentino © 2022

Chi non ricorda quando da bambini si andava al circo e si teneva la scimmietta in braccio per scattare la fatidica polaroid (anni ’80)? Oggi le scimmiette hanno fatto carriera, e sono diventate ministri. Non vedono, non sentono e non parlano, ma votano. Per decidere i destini di un paese da 60 milioni di abitanti. A dirigere il coro, quanto mai stonato, c’è Mangiafuoco Draghi, che tuttavia ha l’accortezza (codardia dice taluno, alterigia sostiene talaltro) di non presentarsi al cospetto delle telecamere dopo il varo di provvedimenti raffazzonati e che comunque avranno un impatto non indifferente sulla vita degli italiani. I quali non sanno più a chi affidarsi, con buona pace dei Salvini con i suoi rosari, delle Meloni con le sue invettive contro lo stesso Draghi che però vorrebbe al Quirinale (promoveatur ut amoveatur o sindrome di Stoccolma?), dei Letta o dei Conte, controfigure disperatamente in cerca d’autore.

La colpa non è mai del diavolo, ma di chi gli affida la cura delle anime. Che Draghi faccia il suo mestiere, ossia il banchiere spietato affamatore di popoli (chiedere alla Grecia per un dossier dettagliato) non è qualcosa che può sorprendere. Chi lo ha voluto fortemente? Chi lo ha nominato? Chi gli ha concesso la fiducia? Nell’ordine: la Troika; un presidente della repubblica che il coraggio non se lo può dare, ed è ormai in fuga; un parlamento popolato da deputati e senatori che seguono la stella polare dell’autoconservazione, a cui vanno distribuite le colpe in proporzione alla loro consistenza numerica. Ed ecco che il Movimento Cinque Stelle è il primo della lista degli imputati per aver tradito il mandato popolare conferitogli nel 2018 dalla maggioranza relativa degli italiani, avendo usato i voti ricevuti per fare l’esatto opposto di quello per cui i cittadini elettori gli avevano concesso la fiducia alle urne.

E Beppe Grillo? Chi lo ha visto? Ma perché dovrebbe mostrarsi se ha compiuto la sua missione? Grillo aveva il compito di raccogliere il voto di protesta ormai maggioritario (e pericoloso per l’establishment) in Italia per neutralizzarlo e ricondurlo nell’alveo del sistema di potere consolidato. Prova ne è che il M5S, partito di maggioranza relativa in parlamento senza il quale non può esistere alcun governo, è il primo sostenitore di un esecutivo che sta attuando tutto il contrario del programma dei pentastellati, i quali hanno manifestato una mutazione rispetto a quanto hanno sempre dichiarato di essere, dimostrando un attaccamento alla poltrona in confronto al quale il rubicondo Mastella sembra uno statista. Il M5S, incapace di esprimere un premier proveniente dalle proprie fila, si è affidato ad un avvocato, Conte, al quale è stato attribuito anche il ruolo di capo politico, che è in verità quello del curatore fallimentare.

Se è quindi vero che l’inettitudine della classe politica oggi è tale da dover reclutare un banchiere per mettere apparentemente tutti d’accordo, ciò costituisce un abominio in una repubblica che non è fondata sul saggio di interesse, mentre lo sarebbe sul lavoro (il condizionale ormai è d’obbligo). Eppure per il capo dello stato uscente (ma che aluni vogliono far rientrare dalla finestra, manco fosse la Befana), tutto andrà bene (per lui certamente). Soprattutto se al Quirinale salirà, direttamente da Palazzo Chigi, il nuovo salvatore, Mario Draghi, pupillo delle élite finanziarie e imprenditoriali che vorrebbero scaricare il debito pubblico sulle spalle dei nudi lavoratori, espropriandoli, se necessario estorcendoli, in ciò agevolato da un sindacato accondiscendente e che chiede di sedere al tavolo delle decisioni, sfigurandosi in vessatorio co-gestore invece che controparte vigilante a presidio dei diritti e degli interessi dei lavoratori.

Chi salverà l’Italia da sé stessa? Dovrebbe farlo l’Europa, se fosse stata concepita come avevano immaginato i suoi padri fondatori. Ma, diversamente, nel ventennale dell’Euro la presidente Ursula von der Leyen, con i suoi modi da valletta vintage, ci ricorda che la “nostra” identità di europei si fonda sulla moneta comune, che è una delle più forti al mondo. Che una comunità di popoli e di culture diverse possa essere unita da una moneta appare un disegno diabolico, spiegando la genuflessione del Quirinale verso questa nuova fonte di legittimazione della sovranità, non più promanante dal popolo, ma dal “mercato”. Del resto, già negli anni ’70 uno dei più celebri lp dei Genesis si intitolava “Selling England by the Pound“, denunciando la decadenza di una società mercificata al servizio della finanza globale. E ora mentre il Regno Unito ha detto no alla UE, l’Italia dovrebbe affogarci l’identità per qualche prestito pagato a peso d’oro.

Discorso di fine mondo

di Salvatore Fiorentino © 2021

Come ogni 31 dicembre il presidente della repubblica terrà alla nazione il discorso di fine anno. Già vengono fatti trapelare dai media di stato i temi essenziali: giovani, donne, pandemia. Certamente tre tasti dolenti, quanto mai. Ma ciò che pare più interessare i commentatori al seguito (“embedded”) non è tanto il testo (scontato) ma il cosiddetto paratesto (che in assenza di contenuti significanti assume rilievo semantico primario), ossia se il presidente pronuncerà il discorso in piedi (in punta di o con postura marziale?), seduto nella poltroncina davanti al caminetto quirinalizio, oppure nella più classica e formale configurazione, quella che lo vede intronato nello scranno della postazione di comandante in capo, dietro l’aurea e somma scrivania circondata da drappi tricolori nazionali e pluristellati d’Europa impalati in aste di oro zecchino, in coerenza con lo sfarzo regale del Palazzo del Potere che si rispetti.

Eppure più che un discorso di fine anno, oltre che di fine mandato presidenziale, sembra un discorso di fine mondo. Il mondo in cui la politica, nel bene e nel male, decide. Per questo la assoluta indisponibilità dell’attuale (ed ancora per pochi giorni) inquilino del Quirinale a prolungare il suo mandato mediante una rielezione (come avvenne per Napolitano) non sembra potersi leggere come esercizio di virtù da parte di un esponente delle istituzioni che intenda onorare la Costituzione (che in effetti non sembra legittimare la rielezione del capo dello Stato), quanto come una fuga da un mondo nel quale si troverebbe fuori luogo, non avendo né il coraggio né la forza di opporvisi né tanto meno di denunciarlo. E, del resto, il fatto che adesso la politica debba abdicare, senza opporre alcuna resistenza, al nuovo mondo che si prefigura, quello dominato dalle élite finanziarie, è il vero nodo.

Come si potrà mai dire che la repubblica è fondata sul lavoro quando il lavoro non è mai stato così umiliato? Come si potrà mai dire che per la repubblica i cittadini hanno pari dignità e diritti quando le discriminazioni hanno raggiungo il punto più alto mai visto dal dopoguerra? E come si potrà mai dire che la repubblica si fonda sui valori della Resistenza e dell’antifascismo se oggi questi valori sono calpestati proprio da coloro che dovrebbero tutelarli e valorizzarli? Oggi si chiede alla politica di suicidarsi in nome dell’emergenza. Chi lo chiede? Un banchiere che è stato nominato presidente del consiglio dei ministri in ragione di uno stato di emergenza; lo chiede Confindustria, sempre meno attenta ai piani industriali, ossia ai posti di lavoro, quanto alle prodezze dell’alta finanza che è quella per cui si delocalizzano le produzioni e si elude il fisco in patria, dissanguando la nazione. Lo chiede l’Europa.

Ma che sarà mai un’Europa siffatta? Sarà una salvatrice, una tutrice, oppure sarà una perfida matrigna che vorrà affamare i propri figli per trarne aggio? E se il Regno Unito ha deciso di abbandonarla ci sarà pure una ragione da capire e da investigare, oppure no? Non è che forse quest’Europa si è fatta strumento delle élite in danno dei popoli? Certo è che l’Italia ha tutto da perdere entro un tale simulacro politico, non altro che una abnorme tecnocrazia sovranazionale svincolata dal controllo dei cittadini e della volontà popolare, essendo quest’ultima la vera ed unica sede del potere, giusto o sbagliato che ne sia il suo esercizio. L’Italia riveste oggi lo scomodo ruolo della preda prelibata, per il fatto di essere uno dei paesi al mondo che vanta la maggiore ricchezza privata pro-capite, sicché le mire delle élite finanziarie sono quelle di ripagare il debito pubblico impoverendo i cittadini e riducendo i loro diritti e le loro tutele.

Per attuare questo semplice ma spietato programma è stato reclutato il “migliore”, e non v’è dubbio, visto il precedente trattamento riservato alla Grecia da presidente della BCE, che lo sia davvero: il banchiere monetarista neoliberista Mario Draghi. Costui, circondato da un drappello di ministri talmente improbabili da non poterlo non solo contrastare ma neppure impensierire, ha sfacciatamente annunciato che è definitivamente concluso il tempo in cui a decidere era la politica, a cui adesso spetterà il mero ruolo di ratifica delle decisioni prese nelle stanze occulte del potere. Ossia qualcosa di sfuggente ed inquietante che si rivela incomparabilmente peggiore rispetto ai regimi fascisti e comunisti che la storia ha conosciuto, perché quanto meno questi ultimi si mostravano palesemente a coloro che opprimevano e perseguitavano. Mentre oggi chi il coraggio non se lo può dare si prostra oppure fugge via.

Post scriptum

Alla fine si è trattato di un discorso molto breve, quindici minuti appena, svolto in piedi, davanti alle bandiere di rappresentanza, con un esteso incipit dedicato all’elogio della scienza che ha saputo donarci il vaccino contro la pandemia ancora dilagante nonché un ringraziamento a quei cittadini che si sono fidati di questa scienza. Che si debba riporre fede nella scienza è il tratto distintivo di questo mondo nuovo, dato che in quello che lo ha sinora preceduto la fede riguardava la religione e i ministri di culto, non gli scienziati né tanto meno i politici e le istituzioni. Poi il presidente si dilunga, forse troppo, a parlare di sé stesso, di come ha inteso svolgere il ruolo di capo dello Stato, di come si è impegnato a rispettare i principi della Costituzione, rimettendosi al giudizio degli osservatori. Il resto del discorso si dissolve in una retorica istituzionale allo zucchero filato, che evoca i valori della solidarietà, dell’unità, della coesione sociale. Oggi quanto mai disattesi.

Post post scriptum

Probabilmente, il motivo per cui il messaggio presidenziale venga pronunciato nell’imminenza dei festeggiamenti di fine anno, invece che il primo giorno del nuovo anno, attiene a quella che con Hegel potremmo definire “l’astuzia della ragione (di Stato)”: chi mai dopo i fumi dei festeggiamenti presterà ricordo delle parole fuori luogo del presidente? In effetti esse svaniscono nella prima notte dell’anno. Eppure stavolta, il giorno dopo, qualcosa è rimasto: l’esortazione ai giovani, perché non si scoraggino, perché si prendano il loro futuro. Come dire, cavatevela da soli, visto che le istituzioni non hanno niente per voi. Neppure una parola, del presidente, a richiamare quel pur fondamentale articolo della Costituzione (non a caso ritenuto tra i più importanti da Piero Calamadrei nel suo celebre discorso) che ci parla degli ostacoli che la Repubblica deve rimuovere per i capaci e meritevoli seppur privi di mezzi.

L’imperatore dell’apocalisse

di Salvatore Fiorentino © 2021

Tanto fu acclamato come il salvatore della patria che ad un certo punto se ne convinse. Ecco che il banchiere monetarista neoliberista Mario Draghi ha comunicato alla platea dei giornalisti presenti alla conferenza stampa di fine 2021 che adesso si è stufato di fare il premier, sicché punta, senza sforzarsi di nasconderlo, dritto filato verso il Quirinale. Evidentemente chi lo eterodirige lo ha già istruito a dovere, come si fa per i predestinati al trono: “sarai il 13° presidente della repubblica italiana”. Che continuerà a chiamarsi repubblica pur divenendo di fatto un impero sotto la guida di chi assicurerà il dominio delle élite finanziarie e asservirà i cittadini al ruolo di sudditi, a parte quella ristretta cerchia di cortigiani che sarà ammessa al cospetto dell’imperatore, non sia mai che si annoi. Il quale ha già rassicurato gli esponenti dei partiti politici che potranno continuare a scaldare lo scranno in parlamento.

Certo, come in ogni cosa, ci sono delle condizioni: in questo caso i partiti dovranno fare tesoro della lezione impartita loro nell’ultimo anno del governo del “migliore”, ossia rimanere uniti e sostanzialmente unanimi al netto di qualche fisiologico mugugno che servirà a dimostrare che la democrazia è viva, così come l’Italia. Al resto ci penserà lui, l’imperatore ormai prossimo. I sindacati invece si dovranno dividere, come hanno già iniziato a fare durante il primo sciopero generale proclamato all’epoca del governo del sommo. Chi altri? Che altro? Solo lui, solo quello che dice lui, whatever it takes (ad ogni costo). E c’è la risposta anche per quegli sparuti peones che improvvidamente fanno notare che così il loro consenso crollerà: niente paura, i parlamentari saranno scelti col voto di una giuria popolare alla quale verrà affiancata una giuria tecnica, allo scopo di migliorare la qualità dei cantori dell’imperatore.

La grande riforma del lavoro che il tardo-capitalismo ormai morente esige, per prolungare (ad ogni costo) la sua agonia nell’illusione di rinviare la data del decesso, sarà cosa fatta. Non c’è altra via che comprimere retribuzioni, diritti e tutele dei lavoratori perché la giostra impazzita continui a girare. Ecco che proliferano le delocalizzazioni delle sedi produttive verso paesi dove è più facile pagare salari da fame e abbassare la soglia delle tutele e della sicurezza dei luoghi di lavoro (non a caso quanto mai oggetto di retorica ma non di azioni concrete), ecco che si cerca di far scomparire i piccoli imprenditori, commercianti, professionisti per favorire i grandi gruppi che versano all’estero quelle esigue tasse che pagano, con le banche nel ruolo di famelici avvoltoi pronti a pignorare immobili e aziende a chi localmente, in queste condizioni proibitive, non possa più pagare i mutui di investimento.

Così come sarà cosa fatta la transizione verso l’energia nucleare, sotto le mentite spoglie della “transizione ecologica” (per cui il M5S, con il suo vate Beppe Grillo oggi scomparso dalle scene perché non ha più un volto da mostrare, si era fatto garante), con una menzogna così spudorata che solo chi aspira al ruolo di imperatore dell’apocalisse può permettersi di concepire impunemente. Del resto, oggi basta ricevere a Palazzo Chigi – come ha fatto Draghi a favor di telecamere – una delegazione di giovanissimi guidata da Greta Thunberg per acquisire a vita la patente di ecologista. Così come menzognera è l’argomentazione secondo cui i principali paesi europei si basino sul nucleare, dato che, solo per citare il paese sempre preso a modello, la Germania ha già approvato da anni il piano per la completa dismissione dell’energia nucleare, già in corso e di prossimo completamento.

Come la storia di Roma insegna, il dictator ha approfittato di questa carica a tempo determinato – conferitagli da un presidente della repubblica il cui commiato è stato segnato dal plauso delle élite, ma non da quello del popolo – per tentare adesso la metamorfosi in imperator senza limiti. La causale di questo stato di ecezione, che ha sospeso la Costituzione e di conseguenza la democrazia perlomeno in Italia, viene asserita nella necessità di adottare le misure urgenti ed indifferibili propedeutiche all’attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), il che dovrebbe consentire il rilancio dell’eurozona, in verità già in crisi prima della diffusione del SARS-CoV-2. Che la pandemia sia un pretesto per adottare misure, altrimenti inconcepibili, volte al disperato tentativo di salvare (ad ogni costo) il sistema capitalistico ormai in fase terminale? Il sospetto diventa ogni giorno che passa una probabile verità.

Catania, città “bandita”

di Salvatore Fiorentino © 2021

Si era creduto per lungo tempo che Catania avesse avuto una magistratura requirente di livello mediamente inferiore a quella che invece aveva dato lustro a Palermo. Si è capito col senno di poi che questo assunto era vero, ma solo fino ad un certo punto: la strage di via D’Amelio. Perché con la scomparsa di Paolo Borsellino si chiudeva la stagione di chi a Palermo – tra magistrati e esponenti delle forze dell’ordine, tutti vigliaccamente uccisi anche perché lasciati spesso soli se non delegittimati dalle stesse istituzioni e dalla stessa magistratura – aveva tentato di combattere non solo la mafia militare, ma soprattutto l’intreccio tra mafia, politica e imprenditoria. Poi a Palermo sarebbe iniziata la stagione dei “professionisti dell’antimafia”, abili tanto a presentarsi ai cittadini come nuovi paladini della giustizia quanto a coltivare le proprie luminose carriere, talvolta non disdegnando di chiedere raccomandazioni.

Gianbattista Scidà, già presidente del tribunale dei minori etneo, aveva fornito un inquietante spaccato dello stato della società catanese, ed in particolare della locale procura della repubblica, nel celebre scritto “Il Caso Catania”, in cui si evidenziava come appalti pubblici di particolare rilevanza, ora perché relativi all’edificio della allora sede della Pretura, ora perché riguardanti il più importante – per certi versi l’unico – centro culturale catanese (“Le Ciminiere” di viale Africa), avessero incrociato vicende non certamente “edificanti”, nell’opacità dei rapporti tra politica, imprenditoria (poi ritenuta contigua alla mafia) e pezzi della stessa magistratura, coinvolgendo nomi di primo piano e di supposta integrità morale, il cui cursus honorum, sebbene inarrestabile, sarebbe stato macchiato da episodi valutati come non penalmente rilevanti ancorché imbarazzanti, ingenerando il sospetto dell’insabbiamento.

Catania è quella città dove sono possibili assoluzioni o archiviazioni che sembrano impossibili, dove è considerato persino inutile indagare sui potenti, sulla politica, sull’imprenditoria e sull’accademia. Quest’ultima è stata per decenni un santuario inviolabile, solo recentemente profanato dall’attuale gestione (se così si può dire per l’ufficio del pubblico ministero) che ha imbastito la clamorosa inchiesta denominata “Università bandita”, dove sono emersi fatti che tutti conoscevano, ma che pochissimi denunciavano, nel silenzio assordante generale. Che poi ne sia rimasto coinvolto un ex procuratore capo di cui la figlia è risultata vincitrice in un concorso per professore universitario, al di là delle responsabilità penali che saranno giudicate nella sede competente, il sintomo dell’anomalia e del malessere appare inconfutabile, così come il fatto che l’adagio più risuonato è quello del “così fan tutti”.

Ma con buona pace del pur volenteroso procuratore capo in carica – che certamente ha sinora meglio figurato rispetto al tanto osannato ex “procuratore straniero”, oggi sedente nientemeno che sullo scranno più alto della pubblica accusa italiana – non è (solo) la cittadella universitaria (nel senso di comunità accademica locale) ad essere “bandita”, ma l’intera città, nell’accezione di polis, ossia di luogo delle istituzioni, quelle stesse che dovrebbero rappresentare e tutelare i cittadini, mentre spesso finiscono per garantire interessi ristretti da negoziare nelle segrete stanze del potere, qui inteso in tutte le sue declinazioni e sfaccettature. E Catania – potremmo dire parafrasando Sciascia – è oggi la metafora del mondo, ossia quello in cui le lobby e le cordate finiscono per prevalere sulle stesse istituzioni, con la conseguenza che chi non si adegua viene eliminato o emarginato.

Questo non vuol dire che si debba cedere alla rassegnazione, stigma dei siciliani, abituati a chinare la testa, a parte qualcuno che però non hai mai vinto da vivo la sua battaglia, anche se le sue idee continuano a camminare sulle gambe d’altri. L’insegnamento di Borsellino, a tal proposito, rimane esemplare: la mafia – che non è quella degli “scassapagghiari”, ma quella di coloro che sono “ai vertici della nazione” – si combatte e si sconfigge facendo ciascuno il proprio dovere, nel proprio ruolo. Come fa a tutt’oggi qualche giovane giornalista che, senza enfasi e con scrupolosa indagine dei fatti e dei documenti, si pone e pone al pubblico domande tanto semplici quanto allarmanti: che motivo c’era di “bandire” in fretta e furia, sotto Natale e capodanno, assegnando un termine minimo per un’urgenza che non v’è chi la veda, la gara per la costruzione del nuovo palazzo della Giustizia a Catania?

Lavoratori di tutto il mondo

di Salvatore Fiorentino © 2021

La miseria raggiunta dalle relazioni sindacali in Italia al tempo del “governo dei migliori” è un eloquente specchio (come quello della metafora ne “Il rosso e il nero” di Stendhal, che mostra al passante l’immagine dei problemi concreti della città) rivelatore dello stato della società italiana (semmai si possa oggi ritenere sussistente una qualsivoglia struttura così definibile), sembrando questa al contrario del tutto disarticolata tanto dal potere che da chi lo subisce colpevolmente. Sono anni, decenni, che il sindacato ha perso la sua ragion d’essere, finendo per scimmiottare la politica, servendola in un patto di mutua convenienza, il che non è andato a vantaggio dei lavoratori, rimasti privi di una rappresentanza tanto effettiva quanto efficace nei confronti delle controparti contrattuali. Del resto, l’Italia è l’unico paese dell’UE dove le retribuzioni sono inferiori a quelle di trent’anni fa.

Il sindacato, dopo una gloriosa stagione che lo ha visto protagonista negli anni ’70, forte di quello Statuto dei Lavoratori (Legge 20 maggio 1970) che ha segnato lo spartiacque tra l’epoca dello sfruttamento indiscriminato e quella della dignità riconquistata, si è progressivamente piegato su sé stesso, chinando la schiena di fronte alle centrali del potere che aveva sino ad allora contrastato a testa alta. Parallelamente, si è assistito alla decadenza dei maggiori gruppi industriali privati, nonché allo smantellamento della pur virtuosa industria di Stato, in nome del “mercato”, tornando a coltivare l’illusione degli economisti classici (Smith, Ricardo, Stuart Mill) piuttosto che riflettere sulla tradizione che dalla sinistra hegeliana (Feuerbach) conduceva alla dimostrazione dell’ingiustizia sociale del capitalismo (Marx, Engels) e alla rivalutazione della mano pubblica (Keynes).

Ingiustizia che si è acuita negli ultimi decenni in cui il capitalismo è stato lasciato a briglie sciolte, ingegnerizzandosi con le sperimentazioni, spesso spericolate, della finanza, sicché la produzione di ricchezza è divenuta in larga parte virtuale, una sorta di “catena di S. Antonio” dove gli ultimi restano col cerino ormai consunto in mano e si scottano le dita. Il dato di novità ed insieme di preoccupazione sta ora nel fatto che la spesa pubblica non viene più attivata per la generazione di occupazione e quindi redistribuzione della ricchezza prodotta, ma per sostenere il livello dei profitti di un sempre più ristretto novero di capitalisti, come il caso dell’emergenza pandemica ha mostrato, dove l’investimento (si guardi ad esempio all’Italia) di risorse pubbliche è stato quasi interamente destinato alle forniture dei vaccini e marginalmente al potenziamento della sanità pubblica.

Il tanto declamato PNRR, la nuova panacea dopo che il dio Euro non ha saputo mantenere le promesse di prosperità per il continente europeo, in Italia non prevede che nuova occupazione a tempo determinato nel settore pubblico, in palese contrasto con quelli che erano stati indicati come obiettivi strategici per una nuova stagione in cui il lavoro fosse stabile ed adeguatamente retribuito, ossia strumento di equa redistribuzione delle risorse verso le componenti sociali, imprenditoria capitalistica da una parte e lavoratori dall’altra. Ma la precarizzazione del lavoro è la necessaria premessa per ottenere quella “minusvalenza” che serve a compensare lo squilibrio prodotto da un sistema capitalistico che in gran parte non genera ricchezza dal lavoro ma dallo stesso capitale. Sicché, come si dice, nessuno regala niente a nessuno, e alla fine i conti devono tornare.

Non si tratta, quindi, come da certe teorie avveniristiche – e per certi versi velleitarie o élitarie – propugnato, di ridurre la crescita globale (o glocale, per usare un neologismo che coniuga globalità con localismo), bensì di ridurre al minimo estremo la crescita che non sia fondata sul lavoro ma sul capitale, il che appare l’obiettivo “minimo sindacale” per un Paese come l’Italia che si dichiari, come recita l’articolo 1 della sua Costituzione, “fondata sul lavoro”. Paese in cui, come si legge all’articolo 41 della stessa Carta, l’iniziativa economica privata è libera a patto di non contrastare con l’utilità sociale né di arrecare pregiudizio alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana, fermo restando che l’attività economica tutta va indirizzata e coordinata a fini sociali. Un sindacato debole, un’impreditoria rapace e un governo asservito alle élite finanziarie sono la causa della crisi.

Monarchia Italia

di Salvatore Fiorentino © 2021

Nel celeberrimo (ed insuperato) libro (non è possibile definirlo romanzo o altro) di Tomasi di Lampedusa (l’unico che scrisse), nel brano in cui si raffigura (con l’ironia amara che solo un aristocratico nell’animo e non nei paramenti può concepire) il trapasso verso l’unità d’Italia, tra la leggiadria della bandiera bianca campeggiante lo stemma reale e l’inverecondia di un trittico malassortito di colori, risalta la descrizione dello stupore di Ciccio Tumeo, fedele compagno di caccia del Principe di Salina, che a quest’ultimo confidava di aver votato per l’antico regime nel plebiscito vinto dal nuovo potere (ma non spiegandosi dove fosse finito il suo voto, visto che dallo spoglio non venne fuori), questione sulla quale anche gli storici sembrano aver dimenticato il più che adombrato sospetto di decisivi e grossolani brogli che deviarono le sorti del meridione e dell’intero paese. Ma si sa, la storia la scrivono i vincitori.

Si può discutere quanto si vuole sulla inopportunità della monarchia in tempi moderni (alimento perpetuo del gossip internazionale, ed anche condanna senza appello all’infelicità per coloro che non possiedono la stoffa per reggerne le sorti), ma nessuno potrà mai dubitare che sia inammissibile e financo grottesca una repubblica che finisca per assomigliare ad una monarchia, persino scimmiottandone i riti, le movenze, i costumi. In Italia, con la repubblica, al re succedette una nuova figura: il presidente. I Padri costituenti vollero che fosse un cittadino qualunque, proprio per segnare una netta cesura col passato aristocratico: unico requisito aver spento le cinquanta candeline, quale presumibile segno di maturità, ovviamente oltre ad essere cittadino italiano in possesso dei diritti politici e civili. E si volle che questo comune cittadino abitasse le inarrivabili dimore del re.

Ma coloro che interpretarono appieno, tanto nella sostanza quanto nella forma, la repubblica, pur da presidenti, non vollero mai abitare al Quirinale, nel palazzo eretto sul sommo colle di Roma, luogo senza tempo del potere, dove risiedeva l’autorità della Roma arcaica ed imperiale, poi quella al tempo dei papi e dei re d’Italia, senza che si possa trovare al mondo una sede di maggior prestigio, al confronto impallidendo la Casa Bianca a Washington, il Cremlino a Mosca, la Città Proibita a Pechino e Buckingham Palace a Londra. Così, il primo presidente della repubblica provvisorio (De Nicola) non volle abitare il palazzo che era stato di Vittorio Emanuele III. Altri presidenti manifestarono resistenze, ma coloro che si rifiutarono categoricamente furono Pertini e Cossiga. Altri, come Ciampi e Napolitano, vi abitarono con le famiglie. Mattarella, ancora in carica, ad oggi vi abita.

E’ con il settennato di Napolitano, primo presidente della repubblica eletto tra le fila degli ex militanti del Partito Comunista Italiano e primo a concedere il bis (ancorché parziale), che si inizia a sentire odor di monarchia, tanto è vero che lo stesso si vede ad un certo punto affibbiato il non onorevole nomignolo di “Re Giorgio”. Ed è, guarda caso, con Napolitano che inizia la crisi di credibilità dell’istituzione più alta della repubblica, quella che deve ergersi a garanzia della Costituzione e dei suoi principi fondamentali, quella che deve manifestarsi pubblicamente come rappresentativa di tutti i cittadini senza distinzioni di sorta, quella che deve preservare l’unità nazionale sotto il profilo sostanziale oltre che formale, quella che deve essere ed apparire super partes nell’esercizio delle proprie prerogative. E che, non in ultimo, deve interpretare lo spirito del popolo (sovrano), non delle élite.

Mattarella, presidente ormai uscente, ha incarnato questi valori? A voler giudicare dai passaggi principali, in cui è rimasto muto osservatore, si potrebbe anticipare una risposta negativa. Si pensi, ieri, alla abominevole riforma costituzionale propugnata da Renzi, si pensi, oggi, alla altrettanto abominevole riforma della giustizia predisposta dalla Cartabia. Ma si pensi anche ai quanto mai pericolosi “governi del presidente”, il primo, di minoranza (premier incaricato Cottarelli), abortito nella frettolosa ed inopinata gestazione, il secondo, quasi plebiscitario (premier incaricato Draghi), varato con la fiducia “necessitata” di un parlamento espropriato del proprio ruolo, che ha virato lo stato di emergenza in stato di eccezione. Per questo, un presidente che ora si sporge dal palco reale alla Scala di Milano per compiacersi del plauso dell’aristocrazia italiana è segno di irreversibile decadenza.

La caduta del dictator senza patria

di Salvatore Fiorentino © 2021

La buona notizia è che la politica non è morta, quella cattiva è che si trova ancora in terapia intensiva sotto le cure di un medico che non ha alcuna voglia né interesse a farla guarire. Difatti, il dictator in carica – che, come per tradizione dal diritto romano, ha un ruolo tanto straordinario quanto temporaneo – non mostra alcuna intenzione di voler cedere il passo, anzi allunga le sue mire sino al sommo Colle, il Quirinale. Non va però dimenticato che il banchiere neoliberista e monetarista Mario Draghi non è altro che la pedina di quei poteri sovranazionali che da tempo decidono nelle loro oscure sedi i destini di questo o di quel popolo, avendo per ciò creato la più perfetta macchina tecnocratica mai realizzata al mondo, ossia questa Europa che è solo il simulacro di quella che fu immaginata da statisti come De Gasperi, Adenauer e pochi altri, in un orizzonte di pace.

Oggi è impensabile – e non accadrà mai, ci mancherebbe – che la guerra si svolga in modo tradizionale, con truppe, carri armati, portaerei e caccia bombardieri dispiegati nelle lande d’Europa. Questi “giochi” ormai si svolgono nel Terzo e Quarto mondo, dove ancora CIA, Pentagono e intelligence dell’Occidente si compiacciono di attuare strategie geomilitari che non sono altro che un gigantesco Risiko per adulti senza arte né patria. Basti pensare che, poi, accade che il ministro degli Esteri di un paese non irrilevante sullo scacchiere globale sia niente meno che Giggino Di Maio (ma ci faccia il piacere! gli direbbe un suo illustre conterraneo a cui non difettava certo il senso del ridicolo). Oggi, diversamente, la guerra si attua con le armi tecnocratiche, della euroburocrazia, molto più efficaci per soggiogare i popoli che le bombe e i cannoni, altro che nazifascismo.

Il quadro diventa, se possibile, più fosco se alle Merkel e ai Mitterand succedono le von der Leyen e i Macron, ossia il sottovuoto spinto della politica franco-tedesca che pretende di dettare legge su quella europea, con l’Italia oggi perfettamente a proprio agio nel ruolo di succube volontaria assunto dai tempi degli Andreatta’s boys, tra cui i Prodi, i Ciampi e i loro epigoni tanto declamati che svendettero allegramente i gioielli dell’industria di stato, anche grazie ai passepartout generosamente concessi da una Banca d’Italia in cui il neo dictator Mario Draghi svolgeva un ruolo centrale e strategico, pur con l’astuta accortezza di non lasciare impronte digitali sulle carte scottanti che segnarono uno dei periodi più bui dell’istituzione che avrebbe invece dovuto tutelare gli interessi pubblici rispetto alla fameliche brame di avventurieri, affaristi e mercenari di ogni risma.

Era facile scaricare le colpe su Craxi ed Andreotti, come oggi su Berlusconi, per distrarre l’opinione pubblica, che iniziava ad adirarsi quando non riusciva a ottenere la raccomandazione, sicché invocava l’onestà, tanto con “Mani pulite” quanto con il “grillismo”, niente altro che febbri di una malattia che ammorba il Belpaese senza possibilità di remissione, non esistendo al mondo cura per l’opportunismo e il trasformismo temprati da secoli di sottomissioni verso l’invasore di turno, senza che si sia mai potuta, neppure durante il Fascismo, realizzare qualcosa che lontanamente potesse assomigliare all’idea di “patria”, perché questo sentimento insito nella profonda consapevolezza di un popolo non si genera a tavolino né tanto meno per legge o perché si affaccia dal balcone un dictator, qualsivoglia, che affermi che adesso c’è uno stato, una repubblica o qualcosa d’altro.

Ma quest’Europa falsa e fedifraga sembra aver ormai i giorni contati, dato che ha cercato di approfittare della crisi pandemica per imporre il suo giogo, diffondendo paure e divisioni, invece che svolgere il suo ruolo di tutrice e salvatrice, minacciando sempre dietro l’angolo lo spauracchio del “patto di stabilità”, ossia niente altro che il vecchio odioso ricatto che tutti conoscono nella formulazione archetipa di “o la borsa o la vita”. E che poi si parli ancora di mafia corleonese e di Matteo Messina Denaro fa davvero sorridere coloro che hanno sempre avuto presente la limpida lezione di chi, come Giuseppe Fava, sin dal lontano 1983, non mancava di ammonire che ” … i mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione … “. Da allora è cambiato solo che i banchieri sono oggi ai vertici della nazione.