La Repubblica Democratica Italiana

di Salvatore Fiorentino © 2021

Era difficile far comprendere ad un bambino degli anni ’70 il motivo per cui, tra le due Germanie, dell’Ovest e dell’Est, quella denominata “Democratica” fosse in verità la regione sotto il giogo del totalitarismo sovietico. Poi quel bambino, che infatti non capiva le spiegazioni più o meno rabberciate degli insegnanti e dei genitori, divenuto adolescente, ascoltando i Pink Floyd, si rese conto di come è fatto il mondo tra “volontà e rappresentazione”, come diceva quel tale filosofo che passava per uno dei tre pessimisti d’Europa (in buona compagnia con Lord Byron e Giacomo Leopardi), ma che in verità aveva capito molto, squarciando il famigerato e obnubilante “velo di Maya”. Quel bambino, poi adolescente, oggi genitore o insegnante, trova ancora maggiori difficoltà nel spiegare ai propri figli o alunni, il motivo per cui i “fascisti” del nostro tempo si chiamino “democratici” e non sappiano far altro che innalzare il vessillo “antifascista” non appena si profila all’orizzonte un partito che li superi nei consensi.

Eppure dopo l’epopea di “Forrest Gump” dovrebbe essere chiaro a tutti, ma proprio a tutti, che “stupido è chi stupido fa”, ossia un portato filosofico che si pone al pari di quello socratico del “sapere di non sapere”, ma che, accessibile a tutti, permette al quisque de populo di giungere autonomamente (senza il classico “aiutino” italico) alla conclusione più semplice ed insieme più sconvolgente dei tempi contemporanei: “fascista è chi fascista fa”. Ergo, se c’è qualcosa di peggio del fascismo che si dichiara tale questo non può che essere quel fascismo che invece si dichiara “democratico”. Perché a Mussolini si possono dare tutte le colpe del mondo, ma non quella di essersi nascosto dietro ad un dito, nel momento che affermava il suo essere “fascista”. Del resto, anche la guerra ha le sue regole, i suoi codici d’onore, e chi volesse attaccare il “nemico” dovrebbe sentire sempre l’obbligo, quanto meno “marziale”, di preannunciare l’apertura delle ostilità.

Che poi non è che un fascismo è meno “fascista” se invece di essere intinto nel “nero” si dipinge con sfumature “green”. Green pass, transizione ecologica, e tante altre amenità che vengono agitate come nuove, mentre non sono altro che il logoro armamentario di questo nuovo pericolo per la democrazia italiana, per il popolo italiano, per tutti quei cittadini che svolgono onestamente il loro ruolo, nella famiglia, nel lavoro, nella società, contribuendo al progresso del paese, tuttavia spesso sfruttati, non di rado espropriati dei loro diritti fondamentali, considerati una mandria vaccina da mungere e condurre a quel pascolo che le élite parassitarie riterranno il più “opportuno” per il perseguimento dei loro interessi reconditi. E’ il pericolo, esiziale, che proviene da chi si proclama a parole “democratico”, ma si comporta nei fatti da “fascista”, pertanto negando ogni possibilità di confronto e di critica, annullando il dissenso con la propaganda di regime, controllando i mezzi di comunicazione.

E’ “democratico” o “fascista” che pressoché tutti i mezzi di informazione siano nella proprietà dei “padroni delle ferriere”? E’ “democratico” o “fascista” prendere di mira, costantemente e pervicacemente, tutti quegli esponenti politici che, onorando il mandato ricevuto dagli elettori, vogliano rappresentare le istanze del “popolo” piuttosto che quelle dei “padroni”? E’ “democratico” o “fascista” esultare per la vittoria in elezioni che vedono per la prima volta nelle grandi città scendere l’affluenza sotto il “quorum” del 50%? E’ “democratico” o “fascista” sostenere senza un minimo barlume di dubbio, nonostante le ormai crescenti proteste, le misure irragionevoli ed incostituzionali, adottate da un governo di tutti e di nessuno, che minacciano i diritti fondamentali dei cittadini e specialmente dei lavoratori? E’ evidente che il modo di intendere il governo del paese, slegato dal mandato politico che può essere conferito solo dal “sovrano popolare”, come una missione autoritaria, costituisce il suicidio della democrazia.

Che prospettive può avere, pertanto, la Repubblica Democratica Italiana, instaurata di fatto dalla finalmente realizzata ambizione di condurre un gregge verso la terra agognata dalle élite padronali, parassitarie, anacronistiche, antidemocratiche ed asseritamente dei “migliori” e dei “competenti”? Quella dove non più un premier, ma un amministratore delegato, dichiari che “il governo va avanti” nonostante la contrarietà montante dei cittadini e di quelle forze politiche che ne rappresentano il disagio e il sentire? Sarebbe lecito e persino doveroso, a questo punto, chiedere al presidente di questa Repubblica, così “democratica” da sembrare “fascista”, in qualità di garante dei precetti costituzionali, verso quali lidi ci stiano portando questi improbabili duces, e quale sia l’ulteriore prezzo che si chiede ancora di pagare al popolo italiano, da ormai un “ventennio” ammannito con la narrazione della terra promessa dal dio “Euro” e della sua madre “Europa”. Non vorremmo che sia una terra senza libertà e senza destino.

I satrapi dell’eudemocrazia

di Salvatore Fiorentino © 2021

E’ ben noto che con il termine “eugenetica” si intenda tutto quell’insieme di teorie e pratiche finalizzate al “miglioramento” della qualità (genetica) di una data popolazione umana. Mutatis mutandis, con il termine di “eudemocrazia” si può ancora designare la medesima finalità di “miglioramento” applicata alla qualità della “democrazia” con cui è governato un dato popolo. Del resto, l’Occidente a trazione anglo-americana, ritenendosi il detentore a livello globale della “democrazia”, ha preteso di esportarla con la forza in quei paesi in cui ravvisava interessi economici, proseguendo nel solco della politica imperialista e coloniale, salvo poi, come si è recentemente dimostrato nel caso dell’Afghanistan, doversi ritirare frettolosamente senza aver raggiunto l’obiettivo dichiarato, peggiorando la condizione di quei popoli che si erano illusi che lo Zio Sam li avrebbe salvati e liberati dall’oppressore di turno, mentre era lì solo per tutelare i propri affari nell’esplosiva area mediorientale.

Che poi tra “Eurodemocrazia” ed “eudemocrazia” sussista una stretta assonanza non è un caso, dato che è in corso un evidente tentativo di “migliorare” geneticamente la “democrazia” in Europa, per questo essendo stato prescelto, come banco di prova, uno dei paesi dell’Eurozona come l’Italia, abbastanza evoluto sotto il profilo socio-economico per poter eseguire un test dai risultati validi e applicabili anche in altri contesti, ma sufficientemente debole sotto il profilo politico per potergli imporre questo ruolo di “cavia”, tenuto conto della trasversale propensione del popolo italiano verso l’acclamazione e la sudditanza nei confronti dell’ “uomo forte” a cui affidare un ruolo salvifico, identificabile l’altro ieri in Benito Mussolini, ieri in Silvio Berlusconi, oggi in Mario Draghi. Al quale ultimo è concesso, tra gli squilli di tromba dei media al soldo dei principali gruppi industriali e finanziari ed i silenzi timorosi della sparuta minoranza di tutti gli altri, di governare ad libitum.

Il presupposto per i “pieni poteri” esercitati da Draghi è quello che poggia sulla ritenuta competenza über alles dell’ex presidente della BCE. Ergo, se Draghi prende una decisione vuol dire che è quella giusta, mentre chi lo dovesse criticare è nella migliore delle ipotesi un incapace ed ignorante che non merita replica alcuna. Di conseguenza, nessuna forza politica, nessun esponente della grande coalizione (sarebbe meglio dire “coazione”) che gli assicura la fiducia a scatola chiusa in parlamento, può permettersi di alzare il dito per chiedere la parola ed esprimere una opinione che non sia conforme a quella del premier. Premier che trae la sua legittimazione direttamente dalla scelta del capo dello Stato, il quale lo ha considerato l’unica personalità idonea a governare l’Italia nelle condizioni eccezionali della pandemia del SARS-CoV-2 che, secondo l’inquilino del Quirinale, non consentiva lo scioglimento delle Camere per condurre il paese ad elezioni anticipate.

Sicché Draghi deve rendere conto non ai cittadini, ma a quei “poteri forti” che lo hanno investito del ruolo di dux della transizione democratica verso una dimensione dove la politica sia servente e subordinata alla “tecnocrazia”, dovendosi limitare la prima a celebrare i riti elettorali, compresa la processione degli aventi titolo alle urne, per poi conferirne gli esiti nella fucina del deus ex machina dove tutto si riduce allo stato di plasma primordiale, forgiando infine ciò che il dux (e deus) riterrà più conveniente per i suoi danti causa, ossia quell’agglomerato di grande impresa e finanza sideralmente alieno dalla sovranità popolare, dalla giustizia sociale, dalla libertà degli individui, dall’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, dalla rimozione delle discriminazioni di ogni sorta, dall’inclusione degli ultimi e degli emarginati. Ed è il paradigma “tecnocratico”, ossia “eudemocratico”, il trait d’union tra Draghi e la sinistra che esprime quale ministro della salute un esponente della “Fabian Society” [*].

Ecco che scatta la corsa a dimostrarsi all’altezza di questa prospettiva “eudemocratica” anche da parte di figure di media o scarsa rilevanza, come il ministro della pubblica amministrazione, il recidivo Renato Brunetta, che non potendo più contare sul peso di Berlusconi e Forza Italia, da inguaribile ambizioso, scommette il suo futuro nelle istituzioni (sognando un ruolo da premier, che gli spetterebbe transitoriamente per legge, in qualità di ministro più anziano d’età, se Draghi fosse traslocato al Quirinale) accreditandosi scompostamente come il più realista del re, senza però avere cura di celare o quanto meno dissimulare il suo storico animus vessatorio nei confronti dei lavoratori, sia pubblici che privati, additando come “opportunista” chi abbia scelto di non vaccinarsi, da “sanzionare” con un “costo psichico” e un “costo monetario” attraverso l’obbligo del tampone (il “cotton-fioc lungo da infilare nel naso sino al cervello”) ogni 48 ore, pena la sospensione dallo stipendio.

Ombre rosse

di Salvatore Fiorentino © 2021

Per capire se un maestro è un “cattivo maestro” basta verificare se, quale allievo prediletto, sceglie un “utile idiota”. In tal caso lo userà per raggiungere i suoi scopi, in un rapporto tra ventriloquo e pupazzo. Quest’ultimo si sentirà inebriato da tanta considerazione, sino a credere di essere veramente meritevole, ossia davvero capace di ricoprire ruoli importanti. Come quello del ministro della salute nel corso di una pandemia globale che rischia di compromettere la stessa democrazia oltre che la coesione sociale in un paese dai mille talenti, ma strutturalmente fragile come l’Italia, croce e delizia dell’Europa e dell’occidente. I Romani ritenevano che il destino di un uomo fosse già segnato nel nome (nomen omen): e come negarlo, nel caso del giovane ed inesperto ministro, Roberto Speranza, passato dal ruolo di assessore all’urbanistica della città di Potenza, ricoperto dal 2009 al 2010, a quello di responsabile di un dicastero tra i più importanti, nominato per ben due volte (Conte II, Draghi)?

Qualcuno non si spiega come mai un insignificante esponente di un altrettanto insignificante forza politica (tanto nel parlamento che nel Paese), Liberi e Uguali, possa essere ancora il ministro della salute in carica, nonostante i risultati oggettivamente disastrosi della gestione della pandemia in atto (l’Italia è il paese che nel mondo ha il più elevato numero di decessi in percentuale alla popolazione), con gravissime ombre sulla oscura vicenda del piano pandemico mai aggiornato che ha avuto ripercussioni internazionali sino a far vacillare i vertici dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (O.M.S.), compreso il direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus (a proposito di nomen omen). Si tratta di un ministro che ha oggettivamente avallato misure gravemente restrittive delle libertà costituzionalmente protette, ultima quella del “super green pass” che ha introdotto surrettiziamente un obbligo vaccinale allo stato non legalmente ammissibile in Europa.

Ma siccome è noto che il diavolo (si chiami pure Massimo D’Alema, sebbene in questo caso il “baffetto” nostrano è solo un ingrigito comprimario in cerca di vanagloria nello scenario globale) è un abile costruttore di pentoloni ribollenti ma immancabilmente senza coperchio, c’è chi ha capito il motivo per cui un ragazzotto potentino di bella Speranza occupi, qualsiasi governo cambi (del “cambiamento” o no), un ruolo così strategico in un momento così eccezionale. E’ il perfetto lupo travestito da agnellino, conformemente al logo della “fondazione” anglosassone (un centro di potere di rilievo internazionale, molto simile ad un’associazione massonica) che si chiama “Fabian Society”, il cui nome deriva da quello di Quinto Fabio Massimo (ma stavolta D’Alema non c’entra), passato alla storia come il “Temporeggiatore”. La “Fabian Society”, così come la fondazione di D’Alema “ItalianiEuropei”, confluiscono nella “Foundation for European Progressive Studies”.

Dalla “Fabian Society” provengono tutti gli esponenti di massimo rilievo dei laburisti inglesi del passato (Tony Blair, Gordon Brown, Jeremy Corbin) e del presente (Keir Starmer). “Fabiano” è anche l’attuale sindaco laburista di Londra, Sadiq Khan. Non pare quindi un caso che il cugino inglese di Roberto Speranza (che è italiano di padre e inglese di madre) sia stato stretto collaboratore dell’ultimo premier laburista (Gordon Brown). La filosofia della “Fabian Society”, a cui hanno aderito anche personalità come John Maynard Keynes, George Bernard Shaw, Virginia Woolf, George Orwell, solo per citare i più noti al grande pubblico, è quella di una visione ad un tempo fortemente élitaria e collettivista, che propugna un cambiamento graduale della società in antitesi alle visioni “rivoluzionarie”, tra cui quella marxista, verso una prospettiva “socialista”, perseguendo un ordine mondiale “tecnocratico” che possa guidare le masse popolari ritenute incapaci di autodeterminarsi.

Ma, diversamente dai quanto mostrano di temere alcuni osservatori contrari alle tesi “neo-keynesiane”, le mire del governo Draghi, così come dei “fabiani”, non sembrano affatto andare nella direzione della tutela degli interessi dei lavoratori e delle fasce deboli ossia, in una parola, del “popolo”. Al contrario, il paradigma “tecnocratico” viene ora declinato nella direzione del progressivo depauperamento dei lavoratori dipendenti e dei piccoli e medi imprenditori e professionisti, tanto in termini di tutele che in senso strettamente economico, e ciò a tutto vantaggio della “grande impresa” ormai refrattaria ad assumere un ruolo effettivamente “produttivo”, avendo questa ripiegato da anni sugli investimenti finanziari e financo speculativi, il che ha comportato un deficit strutturale sotto il profilo occupazionale e retributivo, facendo dell’Italia uno dei fanalini di coda dell’Unione Europea, laboratorio ideale per sperimentare un’involuzione autoritaria.

Ah, l’Italia

di Salvatore Fiorentino © 2021

C’era una volta in Italia Lamerica. Poi arrivarono gli Andreatta’s boys, De Mita, Ciampi, Prodi, D’Alema, Amato, Bersani, Letta & Co., per deindustrializzare e privatizzare a mani basse, svendendo i gioielli di Stato per fare un favore all’industria europea, a trazione franco-tedesca, che voleva depotenziare la capacità produttiva italiana, temendone la competitività, per relegare il Belpaese ad un ruolo servente. Due uomini chiave, rispettivamente sul versante economico e politico, erano stati eliminati perché ritenuti cardinali per le magnifiche sorti e progressive: Enrico Mattei e Aldo Moro. Romano Prodi a quel tempo si esercitava con le sedute spiritiche, per poi diventare il premier che avrebbe svenduto la lira al cambio con l’euro alle soglie del secondo millennio. Oggi, perso ogni pudore, quando gli chiedono se sta dalla parte dei lavoratori di Alitalia che deve “snellirsi” da 13 mila a 3 mila unità, risponde perentorio: “Alitalia deve ripartire in fretta, snella ed efficiente”. Chapeau!

Negli stessi anni, la grande industria privata italiana, invece di opporsi al depotenziamento, sceglieva la strada speculativa, spostando almeno la metà dei capitali di investimento dalla produzione alla finanza, seguendo la linea “europeista” franco-tedesca, ottenendo facili profitti ma perdendo valore, delocalizzando e comprimendo in modo sistematico i diritti dei lavoratori, non ostacolata più di tanto dalle organizzazioni sindacali che nel tempo delle “vacche grasse” si erano trasformate in vere e proprie succursali del potere politico, assumendone sembianze e comportamenti, non esclusi i beneamini delle masse lavoratrici come Cofferati o, da ultimo, Landini, perfettamente inseriti nella logica neo-padronale una volta giunti al vertice della CGIL, dopo aver commosso le folle con le loro storie personali di operai poveri ed infreddoliti. Ma nel frattempo gli operai della FIAT non avevano il permesso di andare a fare pipì, e dovevano provvedere sul posto, orinando la loro dignità.

La falce della Troika si abbatteva senza pietà sui popoli europei più deboli, in un vero e proprio genocidio del lavoro, con l’evidente strategia di drenare risorse dalle tasche dei lavoratori per bilanciare l’equilibrio finanziario della stagione speculativa dell’iper capitalismo divenuto la nuova religione totalitaria che non poteva ammettere deroghe né opposizioni da parte delle istituzioni nazionali “sovrane”, difatti progressivamente smantellate con la complicità di capi di stato e di governo che in cambio ricevevano prestigiose poltrone internazionali (per l’Italia si pensi a Prodi e Draghi, protagonisti assoluti, di ieri e di oggi) dell’involuzione socio-economica nazionale, dove le perdite si scaricano sulla fiscalità generale (alla quale sfuggono i grandi evasori, mai cercati e mai scoperti), mentre i profitti si concentrano nelle mani di capitalisti senza capitale e senza piani industriali, gli stessi che eludono il fisco delocalizzando le sedi legali delle loro imprese nei paesi di comodo.

La crisi della compagnia di bandiera nazionale, Alitalia, non è che un epifenomeno della degenerazione del “sistema Italia”. Un tempo l’aviazione civile di un paese ne era il fiore all’occhiello, il biglietto da visita, in un mondo che si apriva alle relazioni e agli scambi, dove i viaggiatori non erano più solo i privilegiati e gli uomini d’affari, ma comuni cittadini. E non è quindi un caso che il precipizio di Alitalia coincida con quello dell’Italia, che non è solo socio-economico, ma innanzi tutto politico, laddove si è proseguito, grazie alla ciclica espropriazione della “politica” da parte della “tecnocrazia”, un disegno di progressivo e sistematico depauperamento dei lavoratori, premessa indispensabile per ottenere il declassamento dei “cittadini” al rango di “sudditi”, ossia l’obiettivo ultimo perseguito dalle nuove élite occidentali, che non hanno volto, ma che si affidano a qualificati fantocci sostenuti da una “informazione” che è interamente nelle loro mani.

I governi Ciampi, Dini, Prodi, D’Alema, Amato, Monti, non sono stati che l’attuazione di questo disegno il cui cerchio si chiude oggi con il governo Draghi. Chi ancora coltivasse ambizioni “politiche” è avvisato. Ci hanno pensato due editorialisti di punta di Corriere e Repubblica, Massimo Franco e Stefano Folli, a notificare a reti unificate che adesso “il gioco è cambiato” e che occorre garantire continuità alla leadership “tecnocratica” di Draghi anche dopo le elezioni del 2023, ma “senza una formale candidatura dello stesso”. Si comprende così la caccia aperta a Salvini, che rappresenta quella parte, ancora maggioritaria, della Lega che non intende rinunciare al ruolo “politico”, come ha platealmente dimostrato con il ritiro dei senatori in occasione del voto sul “green pass”. Mentre la Meloni non viene ancora presa di mira, perché se si “normalizza” la Lega come è stato fatto con il Movimento Cinque Stelle, ormai adulto e vaccinato, quale miglior certificato di “democrazia” con i “fascisti” forti ma all’opposizione?

Piazzale Ungheria

di Salvatore Fiorentino © 2021

Due magistrati milanesi, Giuliano Turone e Gherardo Colombo, nel corso dell’indagine sull’assassinio dell’avvocato Giorgio Ambrosoli, liquidatore delle banche di Michele Sindona, inviano la Guardia di Finanza presso i recapiti riconducibili a Licio Gelli. I militari, recatisi nella mattina del 17 marzo del 1981 presso un’azienda del gruppo “Lebole” a Castiglion Fibocchi (Arezzo), rinvengono una lista di 962 nomi relativa agli affiliati (una parte) della famigerata “Loggia Propaganda 2”, cosiddetta “P2”. Sono presenti ben 208 nomi di alti vertici militari e dei servizi segreti, 11 questori, 5 prefetti, 44 parlamentari, 2 ministri, banchieri (tra cui Sindona e Calvi), imprenditori, professionisti, magistrati e giornalisti. Vi sono nomi molto noti come Silvio Berlusconi, Maurizio Costanzo, Luigi Bisignani, Fabrizio Cicchitto, Vittorio Emanuele di Savoia. E ve ne è uno meno noto, ma importante, Giancarlo Elia Valori, che ritroviamo oggi ai vertici della “loggia Ungheria”.

Così, a quarant’anni dal rinvenimento delle liste della “P2”, esplode il caso di una “entità”, cosiddetta “loggia Ungheria”, che sarebbe un’associazione segreta finalizzata al condizionamento dell’esito di processi giudiziari e nomine apicali di magistrati, come quelle dei capi delle procure della Repubblica piu importanti, Roma e Milano, in quanto aventi giurisdizione sui centri di potere fondamentali, politico ed economico-finanziario, del paese. Sicché non pare un caso che gli scandali “Palamara” e “Amara” originino rispettivamente dalle manovre per la nomina del successore di Pignatone a capo della procura romana e dalle vicende che ruotano attorno al controverso processo milanese “ENI Nigeria”. Se non vi è dubbio che sia Palamara che Amara abbiano rivelato fatti che possono ritenersi verosimili se non veri, non può tuttavia non considerarsi come questi personaggi sui generis, una volta messi fuori gioco, stiano agendo in modo se non altro ambiguo.

Il rapporto tra politica e magistratura è stato sempre estremamente delicato, e ottenere un bilanciamento tra questi poteri, che devono rimanere separati in uno stato di diritto, non è possibile che soltanto mediante gli strumenti ordinamentali. Se da un lato non è accettabile che la politica si ritenga legibus soluta, dall’altro non è neppure ammissibile che il potere giudiziario sia attraversato da guerre intestine condotte per fazioni che mirino alla supremazia l’una contro l’altra, allo scopo ultimo non di amministrare giustizia in nome del popolo sovrano, ma di occupare, manu militari, i posti di vertice nelle varie sedi. Nella migliore delle ipotesi si assiste ad uno scontro di visioni differenti del modo di interpretare la giurisdizione, che vengono semplificate nella vulgata con i termini di “giustizialismo” e “garantismo”. La magistratura cosiddetta di “sinistra” sposerebbe la prima, mentre quella di “centro-destra” la seconda. Ed è questa l’origine della degenerazione.

La magistratura non deve avere “visioni”, perché ciò comporta la sua “politicizzazione”, ossia il deragliamento dai binari che le sono propri, con la conseguenza di offrire una formidabile causale di copertura a tutti quei magistrati che siano animati da patologica brama di carriera, sino al punto di promettere “disponibilità” a quel dante causa – sia esso un magistrato, un politico o un potente imprenditore – che possa assicurare loro la “promozione” tramite la sua rete di relazioni più o meno consentite. Per questo, loggia o non loggia, conta la sostanza, e la sostanza dei fatti oggettivi che sono emersi “grazie” agli scandali “Palamara” e “Amara” non può che condurre ad una sola conclusione, se si vuole ristabilire il funzionamento dei poteri dello Stato a garanzia dei cittadini e non di questa o di quella consorteria, di questo o di quel centro di interessi, leciti o meno che siano. Conclusione che non è più rinviabile, se non si vuole che l’autodistruzione si completi.

Le “correnti” nella magistratura devono essere dichiarate illegali, in quanto palese violazione dei doveri fondamentali del magistrato, ossia l’indipendenza e l’autonomia da ogni centro di interferenza, a maggior ragione se endogeno. Non può esistere, nell’alveo della legalità, che la nomina di un magistrato in un qualsiasi ruolo deciso dal C.S.M. debba essere l’esito non già di criteri prestabiliti ed oggettivi, ma di trattative “politiche” basate sul criterio della “appartenenza”, che finiscono presto per degenerare in scontri tra fazioni anche senza l’esclusione di colpi bassi, sino al punto da rendere non più una mera iperbole la profezia dell’ex presidente della Repubblica Cossiga secondo cui i magistrati sarebbero arrivati al punto “da arrestarsi tra loro”, ossia il piazzale Loreto (oggi Ungheria) dell’ordine giudiziario. A quel punto la politica ne farà un sol boccone, con una riforma che le calzerà il guinzaglio una volta per tutte. E i veri sconfitti a tal punto non saranno i magistrati, ma i cittadini.

Green crash

di Salvatore Fiorentino © 2021

Che la prima notizia data dei telegiornali del servizio pubblico sia quella delle “Frecce Tricolori” che volteggiano al cospetto di un Mattarella gongolante con tanto di cappellino sportivo fa pensare a due cose, alternativamente: che non vi siano notizie più importanti nonostante l’emergenza pandemica e la crisi socio-economica che ha visto licenziamenti di massa e chiusura di migliaia di attività imprenditoriali, e che quindi tutto proceda per il meglio nel Belpaese delle meraviglie; oppure che sia quanto mai attiva la propaganda di regime, sulla scia della abusata retorica dei successi sportivi, calcistici, olimpici e paralimpici, degli “azzurri”. Eppure non è tutto tricolore quello che luccica, in questa Repubblica in cui la sovranità non appartiene più al popolo, che non è più fondata sul lavoro ma sul “green pass”, in cui i cittadini non sono eguali di fronte alla legge se privi di vaccinazione (facoltativa), in cui la retribuzione è sospesa senza il “certificato verde”, il cui costo grava però sui lavoratori.

E’ una Repubblica in cui non vige più il diritto di esprimere liberamente il proprio pensiero, tranne nei casi in cui sia conforme a quello del governo e del capo dello Stato. Altrimenti si violano i doveri morali, si tradisce la “patria”, ci si comporta da cittadini di rango deteriore. Da additare, da discriminare, se possibile da confinare e magari restringere in quarantena. Però ci sono le “Frecce Tricolori”, ci sono gli ori olimpici e paralimpici, c’è la coppa d’Europa a salvare l’onore e le sorti della Repubblica, c’è il 74% dei cittadini modello, adulti e vaccinati, che sfilano disciplinati in rassegna sotto l’occhio compiaciuto del Generale Figliuolo che gira in tuta mimetica, nonostante non ne sia consentito l’utilizzo in contesti civili. Ma gli esperti della propaganda ne consigliano l’uso, perché buca il video e tiene alta la tensione (pardon, l’attenzione). Chissà se l’Esercito abbia poi accolto l’invito del “giornalista” Maurizio Costanzo, noto piduista, che aveva esortato i militari a scovare chi non si era ancora “punciuto”.

L’Italia è un caso unico al mondo, per aver imposto l’obbligo del “green pass” in modo così esteso e generalizzato. Tanto è vero che la notizia è balzata all’evidenza della stampa internazionale. E se il “Wall Street Journal” (non la Pravda), pur favorevole alla campagna di vaccinazione, parla di “atto di forza politica bruta” e di “inutile accanimento”, sarà pure legittimo avanzare qualche dubbio sulla bontà delle decisioni adottate dal governo Draghi con l’avallo di Mattarella? Più prosaicamete: come dare torto alla “borgatara” Meloni quando osserva che, visto che siamo gli unici ad aver adottato un siffatto provvedimento in Europa, o tutti gli altri sono degli sprovveduti (difficile) oppure noi abbiamo un problema (probabile)? I cittadini italiani hanno osservato le restrizioni più dure, come il lockdown imposto nella prima fase della pandemia, ed è giusto che a mali estremi siano opposti estremi rimedi, sempre che questi ultimi siano utili quanto meno a ridurre i danni.

Ma nel caso del “super green pass” la ratio di un provvedimento così pesante non è chiara a prima vista, mentre lo è persino troppo se la si legge in controluce. Perché si dà il caso che – per irresistibile impulso a pavoneggiarsi o chissà per quale altro recondito meccanismo mentale – anche alcuni esponenti del governo non nascondono che la misura in discussione non serve di per sé a garantire la sicurezza dei luoghi frequentati dai cittadini, siano luoghi di lavoro o ricreativi, mentre è uno “strumento” per “costringere” chi non si è ancora vaccinato a farlo. Draghi, interrogato sul punto, aveva riferito che l’obbligo vaccinale sembrava una misura eccessivamente impositiva. Ergo si agisce in modo surrettizio, secondo il tipico bizantinismo all’italiana, altro che furbetti del cartellino e fannulloni di brunettiana memoria. Qui si è così inaugurata, al tempo del governo dei “migliori”, la decretazione d’urgenza per causa simulata, ossia, per dirla secondo il lessico della Meloni, “parlare a nora perché socera intenda”.

Senza dover entrare nelle diatribe mediche e paramediche che hanno visto i 60 milioni di commissari tecnici della nazionale di calcio convertirsi in altrettanti virologi, immunologi e infettivologi, si può osservare, secondo la logica elementare, che se il governo non ha ritenuto di imporre l’obbligo vaccinale in modo espresso, allo stesso modo non avrebbe dovuto introdurlo in modo indiretto, con l’adozione del “super green pass”. E’ in questo preciso punto critico che casca rovinosamente l’asino. Perché mai un lavoratore si dovrebbe sottoporre ad un supplizio a pagamento (un tampone rinofaringeo, e quindi invasivo) ogni 48 ore se non ritiene di vaccinarsi? Per garantire la sicurezza del luogo di lavoro, si dice. Ma se oltre il 70% degli italiani è vaccinato e quindi ha diritto al “green pass” senza effettuare alcun tampone, quale sicurezza si potrà mai garantire se meno del 30% effettuerà il tampone, considerato che è assodato che anche i vaccinati si infettano ed infettano?

Padroni d’Italia

di Salvatore Fiorentino © 2021

E’ più pericoloso un dittatore che si presenta come tale o quello che invece si maschera da democratico, persino da illuminato progressista? La risposta è in re ipsa. Ma qual è lo strumento privilegiato da coloro che si sentono, o vogliono essere, sino a divenirlo talvolta, i “Padroni d’Italia”? E’ un giornale sopra tutti, il famigerato “Corriere della sera”, che ha sempre condizionato, o quanto meno tentato di farlo, l’andamento socio-politico-economico del Belpaese, lasciando il sufficiente spazio a quei giornalisti che dopo essersi illusi di lavorare per un editore liberale finivano per sbattere la porta (o essere sbattuti fuori da essa), sino al punto da fondare altre testate, dando invece carta bianca a quegli altri che per sopperire alla carenza di talento professionale offrivano la loro astuzia di imbonitori dalle sembianze inoffensive e persino paciose, per inoculare nell’opinione pubblica ciò che era gradito ai “Padroni”, pazienza se poi il giornale era più gadget che articoli e notizie.

Il “Corriere della Sera” ad un certo punto, tra i ’70 e gli ’80, era nelle mani di Licio Gelli e Roberto Calvi, e non va certo dimenticata la famigerata intervista “in ginocchio” di Maurizio Costanzo (si proprio lui, quello che poi faceva le “maratone antimafia” dalle TV di Berlusconi) allo stesso Licio Gelli, nella quale il “venerabile” illustrava il suo progetto politico di “rinascita” dell’Italia, tra cui contemplava l’abolizione del servizio pubblico radiotelevisivo e il controllo dei principali giornali. E’ chiaro che ai “Padroni” parole come democrazia, popolo, libertà hanno sempre procurato fastidiose reazioni allergiche, se non veri e propri shock anafilattici. Un altro periodo memorabile del “Corsera” fu quello in cui si alternavano due esemplari insuperati di cinismo mellifluo come Paolo Mieli (nomen omen) e Ferruccio De Bortoli. Ancora oggi vagano per i talk show più gettonati per colpire con le loro frecce di zucchero alla cicuta, sempre mirate a servire la afona voce dei “Padroni”.

A conquistare il “Corriere” hanno provato in tanti, compreso l’improbabile parvenu Stefano Ricucci, che difatti fu subito arrestato (in tutti i sensi). C’è sempre un limite, e i “Padroni d’Italia” ci tengono allo stile. Anche se i tempi cambiano ed oggi il più prestigioso quotidiano italiano è finito nelle mani di uno che lo stile non se lo può dare, per dirla con quel Manzoni che di lettori ne aveva solo venticinque, uno che già dal nome appare agli antipodi del british understatement: Urbano Cairo, patron de “La 7”. Quasi un redivivo Sedara, con gli occhietti piccoli e scuri che succhiano tutto ciò che gli gira attorno, uno che si è formato nelle aziende di Berlusconi, acquisendo rapidamente i fondamenti del mestiere, come dimostra la condanna definitiva per appropriazione indebita, fatturazioni fittizie, falso in bilancio. Ma non avendo preteso, come il Cavaliere, di scendere in politica, non è stato oggetto delle stesse attenzioni giudiziarie riservate al “Caimano”.

Dopo tante peripezie tra alti e bassi, oggi il Corriere, diretto da un ex “compagno” della FGCI allevato a “L’Unità” da Emanuele Macaluso e Walter Veltroni (non ci sono paragoni), sembra divenuto l’house organ del nuovo dominatore, Mario Draghi. Ovviamente, l’attuale amministratore delegato della Repubblica Italiana, non è che l’interfaccia con i veri “Padroni”, quelli che stanno sempre dietro le quinte a tirare i fili. E’ un personaggio costruito e rodato per decenni nelle istituzioni bancarie di tutto il mondo, per recitare il copione che gli viene fornito: i responsabili del casting hanno deciso che serviva un “duro” per guidare il Paese attraverso la pandemia, perché era il momento propizio per realizzare tanti “colpi di mano” da tempo agognati, ma mai concretizzati, da ultimo preclusi da quegli “incompetenti” dei Cinque Stelle, che avevano osato vincere le elezioni del 2018 per conto del “popolo sovrano”, causando lo sconcerto dell’establishment “italico” e “europico”.

E sconcerto ha provocato, anche presso la stampa di destra, un recente articolo (riportato appresso) di un editorialista di punta del “Corrierone”, tale Massimo Franco, uno che certamente la sa lunga per essere membro del “International Institut for Strategic Studies”, un istituto di ricerca britannico nel campo degli affari internazionali che si definisce come “massima autorità mondiale sul conflitto politico-militare”. Franco (anche qui nomen omen) dice senza troppi giri di parole che la “politica” deve capire la lezione, una volta per tutte, proprio grazie all’esperienza del governo Draghi, di cui si auspica che possa costituire non più l’eccezione ma la “regola”. Ossia uno stato di emergenza permanente (la causale si trova di volta in volta, oggi il Covid, domani la questione climatica) che “sospenda” la “democrazia”, dispendiosa e inutile perdita di tempo, per instaurare qualcosa di ibrido tra un regime autocratico e un fondamentalismo liberista, dove si rende conto solo ai “Padroni d’Italia”.

GOVERNO E PARTITI: CAMBIO DI GIOCO

di Massimo Franco

L’ipotesi che l’eccezionalità sia destinata a durare a lungo va osservata con cautela. Anzi, c’è da sperare che le forze politiche comprendano fino in fondo l’opportunità offerta da questa fase, affinché si chiuda senza ulteriori rischi per il futuro del Paese

Mario Draghi sta definendo il rapporto tra il proprio governo e i partiti in un modo che potrebbe far pensare a un rimodellamento delle gerarchie istituzionali: con Palazzo Chigi in un ruolo quasi «tolemaico», e il sistema politico e parlamentare impegnati in un dibattito animato ma anche separato dalle sorti dell’esecutivo. In realtà, questa apparente scissione tra premier e maggioranza che lo sostiene dipende dalle condizioni eccezionali che hanno portato alla formazione di una coalizione vicina all’idea di unità nazionale. Di più: ne è la premessa. E, almeno nelle intenzioni, dovrebbe servire soprattutto a tracciare sfere di competenza e di influenza distinte tra i vari protagonisti, dopo la confusione e gli sconfinamenti degli ultimi decenni e anni.

Draghi è il garante di questa riscrittura delle regole e degli ambiti, senza invasioni di campo, che riflette una visione delle istituzioni cara al capo dello Stato, Sergio Mattarella. Sotto questo aspetto, è veramente un presidente del Consiglio trasformativo, e non solo nella proiezione esterna dell’Italia in Europa. Rappresenta un’occasione di rinnovamento, e non di frustrazione e di irrilevanza, per le stesse forze che lo sostengono.

Prima o poi, la sorte del premier e quella degli alleati torneranno a incrociarsi: per le elezioni al Quirinale e anche prima e dopo. L’ipotesi che l’eccezionalità sia destinata a durare a lungo va osservata con cautela. Anzi, c’è da sperare che i partiti comprendano fino in fondo l’opportunità offerta da questa fase, affinché si chiuda senza ulteriori rischi per il futuro del Paese.

Finora, seppure con scarti e contraddizioni, hanno mostrato senso di responsabilità. Si sono associati con forze agli antipodi per una causa che, sebbene l’aggettivo possa suonare altisonante, appare nobile; comunque obbligata. Se riescono a mantenere questa consapevolezza, sarà un vantaggio per tutti. Lo sarà in primo luogo per un sistema che ha un tremendo bisogno di rilegittimarsi; e di accompagnare una ricostruzione del Paese che chiama in causa anche i partiti, la loro identità e una visione meno ancorata alla propaganda e a un effimero calcolo elettoralistico. È il solo antidoto contro i richiami potenti e illusori della demagogia. Alcune affermazioni perentorie di Draghi sul ruolo del governo e quello dei partiti possono essere apparse quasi liquidatorie.

Ma forse vanno lette come un richiamo a fare ciascuno la propria parte, senza sovrapporre i piani e le competenze; e rinunciando alla tentazione di forzare strumentalmente una situazione che al momento non può e in qualche misura non deve subire deragliamenti. È possibile che qualcuno veda nell’esecutivo una sorta di esperimento: il laboratorio di una progressiva separazione tra chi decide e chi alla fine, dal Parlamento ai partiti, dovrebbe limitarsi ad assecondare quelle scelte. Ma sarebbe un esperimento rischioso e destinato al fallimento; foriero di altre forzature, di altre scorciatoie, e di nuovi e vecchi populismi che hanno portato al commissariamento della politica, senza risolvere nessun problema. Meglio guardare in faccia la realtà.

Quanto sta avvenendo racconta un’Italia che, forse per la prima volta dalla fine della Guerra fredda, può cominciare a capire come in questi anni sia stata orfana di quell’equilibrio; e come abbia cercato di ritrovare un baricentro, senza riuscirci. L’esperienza e il profilo di Draghi, i suoi collegamenti internazionali, l’apertura di credito della Commissione europea sono altrettante possibilità di accompagnare questa ricerca; di arrivare a nuovi equilibri; e alla fine perfino di contribuire a modellarli e non a subirli. Farlo con un retropensiero di paura, o di voglia di rivalsa, vorrebbe dire assecondare chi ritiene impossibile un recupero su nuovi presupposti. I riflessi del passato non aiutano nessuno, né nel governo né nei suoi interlocutori. Prenderne atto significa rivendicare il proprio ruolo politico, non rinunciarci.

(articolo apparso su “Corriere della Sera”, 3 settembre 2021)

La pandemia del capitalismo totalitario

di Salvatore Fiorentino © 2021

L’osservazione di ogni fenomeno può avvenire da molteplici punti di vista. A secondo dell’aspetto che si intende mettere in luce se ne sceglierà uno piuttosto che un altro. Pertanto, se si osserva la lotta all’attuale pandemia sotto la lente del capitalismo liberista a cui è informata la “società occidentale”, si comprende come si tratti di una questione che va oltre quella della sanità pubblica, mentre coinvolge profondamente la libertà degli individui. Scontato che in qualsiasi società civile l’interesse generale, ove sia minacciata l’integrità della collettività, deve prevalere su quello dei singoli, non può per contro ammettersi che l’individuo debba essere costretto dalla maggioranza dei consociati ad adottare condotte le cui conseguenze, positive o negative, possano riflettersi soltanto nella sua sfera personale. E se l’obiettivo fosse veramente quello di eradicare il virus a scala planetaria con una rapida vaccinazione di massa, non dovrebbero sussistere i brevetti.

Ecco che se le chiavi per garantire la salute del pianeta sono in possesso di pochi privati, conseguentemente costoro detegono anche le chiavi della libertà dei popoli. Con la “pandemia” vengono così soverchiati, senza muovere un carro armato né sparare un colpo, governi nazionali, federali, autorità comunitarie, dittatori, tiranni e quant’altri ad ogni latitudine del globo, che devono rivolgersi, col cappello in mano, a chi può fornire loro il siero miracoloso, l’antidoto che potrà salvare popoli ed economie dal baratro, ossia ciò che il capitalismo liberista non può ammettere, la recessione del PIL, perché un sistema socio-economico basato sulla produzione crescente non può sopravvivere a lungo ad una stasi o a una decrescita, e per farlo inizia a scaricare gli effetti della crisi sulle fasce più deboli della popolazione, avviando i licenziamenti di massa, riducendo sino ad annullare ogni forma di sussidio pubblico ai più bisognosi, lasciandoli precipitare nella povertà assoluta.

Ed ecco che la questione dei vaccini diventa una questione “geo-politica” globale che apre le porte ad una nuova e quanto mai perniciosa variante del capitalismo che muta per non scomparire: il “capitalismo totalitario”, ossia quello anti-democratico, che pone l’essere umano come numero da asservire alla causa, come cavia o carne da macello che dir si voglia, da consumare a qualunque costo quale alimento necessario per sostenere il sistema. Ed è ora un capitalismo che non può più attendere i tempi medio-lunghi delle tecniche della persuasione pubblicitaria, mentre ha impellente esigenza di imporre le decisioni con provvedimenti prima ricattatori e poi coercitivi, non esitando a mostrare la faccia feroce e autoritaria, essendo caduta la maschera delle moral suasion veicolate per mezzo di testimonial anche istituzionali e persino religiosi, oltre che dei beniamini del grande pubblico, tra giullari di corte, esperti prezzolati e giornalisti mercenari.

A conforto della tesi secondo cui il vero obiettivo non sia quello di neutralizzare il virus depone anche il fatto che poco o niente si è investito per ricercare le cure (anzi è sembrato che chi si sia autonomamente adoperato su questo versante sia stato boicottato e comunque ostacolato), concentrando le enormi risorse messe a disposizione dagli stati più ricchi sul versante del vaccino, ma alla fine ottenendo risultati non certo soddisfacenti, se dopo aver raggiunto percentuali elevatissime di copertura vaccinale (oltre il 70%) nei paesi più avanzati il virus continua ad infettare senza fare distinzioni tra vaccinati e non, richiedendo l’inoculazione della fatidica “terza dose” (ma sarà l’ultima?). Se avessero ragione quegli esperti, autorevoli ma derisi e delegittimati, che sostengono che per certi ceppi virali l’antidoto universale è una irraggiungibile chimera e che quindi occorre puntare sullo sviluppo delle terapie tempestive e radicali, il fallimento sarebbe conclamato.

Ma per poter apprestare cure tempestive e radicali occorrono infrastrutture sanitarie che il capitalismo liberista ha smantellato negli ultimi decenni, in Italia per lo più sotto la guida di governi di “centro-sinistra”, ossia quelli sulla carta più vicini ai principi della social-democrazia, che dovrebbero essere i più sensibili ai bisogni delle fasce deboli della popolazione e a garantire l’effettiva tutela dei diritti fondamentali, quali la salute e il lavoro. E, non a caso, sono oggi proprio le forze “democratiche” e “liberali” (da LeU al PD, sino a FI e centristi vari), quelle stesse che furono responsabili dello smantellamento della sanità pubblica, a sostenere un inutile quanto irragionevole obbligo del “green pass”, dato che l’unica misura certa per arginare la pandemia ai fini della tutela degli interessi della collettività è una campagna diffusa e capillare di tamponi e tracciamenti. Misura oggi sostenuta (coincidentia oppositorum) dalla sinistra extraparlamentare e dagli ex fascisti.

La Sindaca d’Italia

di Salvatore Fiorentino © 2021

Una vera icona dell’Italia che dovrebbe essere, ma che ancora non è. La Sindaca Virginia Raggi. Criticata, combattuta e messa in discussione innanzitutto dai pezzi indegni del proprio Movimento, prima che da tutti gli altri avversari vigliaccamente riuniti come un branco per colpirla con ogni mezzo, con bassezze immorali di cui non si ha oggi memoria. Persino con gli arzigogoli di un giureconsulto come l’ex assessore alla “legalità” della giunta Marino, ossia l’ex pubblico ministero Alfonso Sabella, pupillo di quel Gian Carlo Caselli che fuggì da Palermo, quando sentì avanzare l’onta dell’insuccesso personale contro la mafia. Mentre la Sindaca d’Italia non si tira indietro, sta sempre in prima fila.

Già con la epocale operazione contro gli abusi del clan Casamonica, che non trova precedenti neppure tra i sindaci tronfi e traboccanti di sé come il palermitano Leoluca Orlando, ossia colui che si vanta di aver danzato ogni tipo di valzer, ritenendosi l’uomo nuovo per ogni stagione, oppure come il catanese (d’adozione) Enzo Bianco, colui il quale si ritiene l’unico sindaco possibile per una città che seduceva ed abbandonava, difatti caduta in dissesto finanziario.

Raggi sfida oggi la marea dell’impopolarità, secondo i canoni del “fasciosalvinismo”, questa nuova dottrina del “prima gli italiani” che non può che significare uno strisciante razzismo. “Prima i cittadini” dovrebbe dire un esponente dello Stato, delle istituzioni. Ed è ciò che ha fatto la Sindaca, difendendo il diritto di cittadinanza, che non è solo reddito, ma soprattutto dignità di non essere e sentirsi discriminati per qualsivoglia motivo, siano quelli dell’etnia, della religione, dell’orientamento politico, delle condizioni economiche e sociali, ossia quanto è sancito a chiare lettere, scolpite col sangue Partigiano, della Costituzione italiana.

E cosa ha fatto nel frangente il capo politico del M5S Luigi Di Maio? Si è lasciato trascinare infantilmente dall’odore dei sondaggi, dal sacro furore della campagna elettorale, tradendo un moto di stizza registrato da tutte le agenzie di stampa oltre che da un “sismografo” politico sensibilissimo come quello di Marco Travaglio, che ha sfoderato uno dei migliori editoriali, nel quale emerge lo spessore dell’uomo ancora prima di quello del giornalista. Sicché la smentita di Di Maio è apparsa, nella sua debolezza e laconicità, quale una conferma all’immaturità politica evidenziata di fronte a temi universali e super partes, ciò che fà la differenza tra la folla informe dei politici e i pochissimi che possono dirsi statisti.

(10 maggio 2019)


LA SINDACA SENZA STATO

di Marco Travaglio

Siccome siamo in Italia, tutti si domandano se sia il caso di impedire ai fascisti (di Casa Pound e non solo) di fare cose lecite, tipo aprire una casa editrice, pubblicare un libro di Salvini, allestire uno stand al Salone di Torino. Intanto i fascisti (di Casa Pound e non solo) continuano indisturbati e impuniti a fare cose illecite: tipo occupare un palazzo del Demanio da 15 anni in via Napoleone III a Roma. O scatenare rivolte, gazzarre e spedizioni punitive contro rom e migranti. E ora addirittura assediare e minacciare (“Troia, ti stupro”, “Vi vogliamo vedere tutti impiccati”, “Bruciamoli vivi”) per tre giorni una famiglia di nomadi bosniaci – madre, padre e due bimbi – “colpevoli” di aver preso possesso di una casa popolare a Casal Bruciato, regolarmente assegnata dal Comune in base alle leggi vigenti: un bando di Alemanno (!) del 2012. E ieri circondare e insultare Virginia Raggi, con epiteti di cui i più gentili sono “mafiosa” e “schifosa”, per aver osato portare la solidarietà del Comune a quegli sventurati e affermare il loro sacrosanto diritto a un alloggio popolare legalmente ottenuto. Con la sindaca, che li ha invitati a resistere alla paura e alla tentazione di tornare nei campi, c’erano i vigili urbani che li sfamano durante l’assedio, nonché il direttore e i volontari Caritas, e il vescovo Gianpiero Palmieri. Che ha dichiarato, anche lui fra gli insulti: “È una brava famiglia che lavora, persone oneste. Se neanche una famiglia così riesce a essere integrata, non si sa come si può fare. Prima di arrivare dicevano di voler dare una festa con tutto il condominio, ma il primo giorno nella nuova casa i bambini l’hanno passato abbracciati in un angolo”. “Questa famiglia – ha tentato di spiegare la sindaca, fra urli, improperi e minacce – risulta legittima assegnataria di un alloggio. Ha diritto di entrare e la legge si rispetta. Siamo andati a conoscerli e sono terrorizzati. Abbiamo avuto modo di farli conoscere ad alcuni condòmini. Chi insulta i bambini e minaccia di stuprare le donne dovrebbe farsi un esame di coscienza. Non è questa una società in cui si può continuare a vivere”.

I media continuano a spacciare il tutto come “guerra tra poveri”. Ma questa è una guerra fra legalità e sopruso, fra chi rispetta le regole e chi vuole sostituirle con la legge del più forte. E il nuovo prefetto Gerarda Pantalone dovrebbe spiegare perché quei due bimbi coi loro genitori devono vivere questo inferno. Perché il presidio eversivo sotto casa non viene sciolto dalle forze dell’ordine. Perché manipoli di trogloditi senza capelli e senza cervello possono terrorizzare impunemente quei cittadini onesti. Già, perché quei rom non c’entrano nulla con altri dediti a furti, accattonaggi e sfruttamenti di minori (tutti reati da perseguire). In quale Paese, in quale capitale d’Europa, sarebbe consentito a orde di facinorosi di intimidire una sindaca, un vescovo, volontari, sindacalisti impegnati sul diritto alla casa, aizzare all’odio e alla violenza interi quartieri senza che arrivi qualcuno in divisa a disperderli con le buone o le cattive e ad accompagnare in guardina chi commette reati? Non in nome dell’antifascismo, ma dello Stato. Che ha un Codice penale. Che, con buona pace di Salvini, vale dappertutto e per tutti.

Di Maio si è infuriato con la sindaca, che gli avrebbe rovinato la vittoria sul caso Siri a 18 giorni dal voto, dando modo a Salvini di riattaccare la solita solfa sui rom. Ma questo è il momento dei segnali forti, e quello dato ieri dalla Raggi deve rendere orgogliosi i romani e il M5S: come quello dell’altra sindaca Chiara Appendino che, col plauso di Di Maio, ha denunciato insieme al governatore Chiamparino l’editore di Casa Pound per apologia del fascismo. A Roma il ricollocamento dei rom sul territorio risponde a una scelta della giunta – superare i campi – che non solo è sacrosanta, ma pure imposta dall’Ue che ha condannato l’Italia per violazione delle norme che proibiscono i centri di raccolta su base etnica. Anche se Veltroni li chiamava “Villaggi della solidarietà” e Alemanno “Villaggi attrezzati”. La famiglia di Casal Bruciato viene da 20 anni nella baraccopoli della Barbuta e ha accettato la proposta del Comune, che però fatica a ricollocare gli altri 500 rom nei quartieri per il sistematico sabotaggio fascio-razzista, che fa leva sul disagio dei residenti. Questi, abbandonati dalle istituzioni dalla notte dei tempi, hanno ragione di diffidare, anche alla luce delle molte situazioni di illegalità e degrado di cui si macchiano molti rom. Ma andrebbero aiutati a capire che i nomadi sono in gran parte italiani o comunitari, dunque non esistono soluzioni per farli sparire dalla loro vista: se nessuno vuole i ghetti incontrollabili, l’unica alternativa sono i ricollocamenti a piccoli nuclei, per rendere meno traumatico l’impatto sociale. E una repressione severa e costante dei reati: dei rom che delinquono e degli anti-rom che pescano nel torbido.

La Raggi ci ha messo la faccia, e a caro prezzo, come già con gli abbattimenti delle case abusive del clan nomade Casamonica. E accanto a lei avrebbe dovuto avere il ministro dell’Interno. Ma Salvini ha sempre di peggio da fare che occuparsi del suo dovere d’ufficio: molto meglio sbraitare “basta rom”, senza indicare uno straccio di soluzione praticabile. Nella speranza di far dimenticare il suo precedessore e compagno di partito Bobo Maroni, che dal Viminale finanziava, su richiesta di Alemanno, i campi nomadi con 30 milioni l’anno, per la gioia di Mafia Capitale. Dunque la prossima volta, accanto ai rom onesti e alla sindaca che difende i principi di legalità e di umanità contro il sopruso e il razzismo, dovrebbe esserci Di Maio. Anche a costo di perdere qualche voto. La legalità e l’umanità sono molto più importanti di qualsiasi elezione e di qualunque sondaggio.

[editoriale da “Il Fatto Quotidiano”, 9 Maggio 2019]

Mattarella, adieu

di Salvatore Fiorentino © 2021

Il primo presidente della Repubblica siciliano. Forse doveva essere Piersanti, ma invece, gioco del destino (come si dice, “cinico e baro”), è stato, più modestamente, Sergio. Alla fine del mandato di costui non siamo soddisfatti, non possiamo esserlo, né da siciliani né da italiani, né da europei, né da cittadini del mondo. Non ci sentiamo rappresentati, né garantiti, da questo presidente uscente, così come ci è apparso inadeguato il suo predecessore, Giorgio Napolitano, primo capo dello Stato ex comunista, ancorché “migliorista”, ossia tra i più a destra del PCI, quelli graditi agli USA. Possiamo e dobbiamo dirlo, se è vero che siamo in “democrazia” (e qui il dubbio è legittimo), se è vero che la Costituzione è ancora viva e non solo una scartoffia impolverata da declamare e piegare alla convenienza del momento (e qui il dubbio rasenta la probabilità). Ma, forse, non c’è mai stato un vero presidente dei cittadini, perché non ne hanno mai consentito l’elezione.

Serve sempre un re travicello per eterodirigere la Repubblica. Non si sa mai, il peggio è dietro l’angolo, meglio accontentarsi di una parvenza di democrazia, dei buoni propositi, dei bei principi, delle vaghe idealità, dei discorsi grondanti di belle parole, ma solo quelle. I fatti sono altri e altrove, meglio non disturbarne il sonno atavico. Che occorre perpetuare, con la narcotizzazione del popolo, sicché sia indotto all’assuefazione, all’oblio, ossia le premesse per la rassegnazione e la sottomissione, financo per la “sindrome di Stoccolma”. Non è credibile un politico che dopo anni di militanza di parte – DC, PSI o PCI poco importa – si faccia eleggere come giudice della Corte Costituzionale. Una volta non si usava, ma poi i costumi della Repubblica hanno accusato un cedimento, una vistosa smagliatura, il che ha contribuito ad alimentare la sfiducia dei cittadini verso le istituzioni, in primis quelle di garanzia, quelle cosiddette di “rango costituzionale”.

E come può essere credibile quello stesso politico che, prima militante di partito, poi giudice costituzionale, venga eletto presidente degli italiani? Contano i fatti, vero. E quali sono i fatti che hanno contraddistinto il settennato ormai alla fine di Sergio Mattarella? Come dimenticare il passepartout generosamente concesso senza fiatare alle spericolate acrobazie di Matteo Renzi quando voleva scardinare la Costituzione a colpi di fiducia in un parlamento eletto con una legge dichiarata incostituzionale? Solo il popolo ha salvato la Costituzione con un secco 70% di NO, al referendum confermativo di una “riforma” che definire “eversiva” è dir poco. Dov’era Mattarella? Non pervenuto. E poi nel 2018. Il M5S è il primo partito, avendo conquistato la maggioranza relativa col 33% dei consensi alle urne. E cosa fa Mattarella? Si presenta agli italiani col governo tecnico di minoranza, conferendo l’incarico ad un oscuro signore privo di alcuna legittimazione, tale Carlo Cottarelli.

Solo la minaccia di impeachment, avanzata da un Di Maio a quel tempo ancora sintonizzato sui principi fondanti del Movimento Cinque Stelle, ferma l’ennesimo vergognoso esproprio di democrazia ai danni dei cittadini elettori, quelli stessi che la Costituzione, questa disconosciuta, indica come popolo sovrano. Anche se l’ingerenza di Mattarella prosegue imperterrita nel veto, tutto politico, opposto contro il ministro all’economia designato, il professor Paolo Savona, che difatti viene successivamente spostato in un dicastero di secondario rilievo, nominato ministro per gli affari europei. Sicché nella formazione del governo dopo le elezioni del 2018, Mattarella ha esercitato le prerogative proprie del ruolo di presidente della Repubblica secondo la Costituzione, oppure ha debordato dai compiti affidatigli dalla Carta? Ai posteri l’ardua sentenza. Ma non è finita qui. Mattarella è ancora il deus ex machina del governo Draghi, cosiddetto delle “larghe intese”.

Ed è un governo che sembra trarre la propria legittimazione più dal mandato del Quirinale che dalla fiducia del parlamento, ormai ridotto ad organo ratificatore. Draghi è il nuovo uomo della provvidenza, il nuovo osannato “duce”. Come tale è ritenuto infallibile e va sostenuto a spada tratta. Anche se le evidenze dei fatti sembrano dargli torto negli esiti della lotta alla pandemia, obiettivo principale di siffatto gabinetto. E così non è possibile metterlo in discussione, neppure sulla vergognosa “riforma” della giustizia promossa dall’ex presidente della Consulta. A difenderlo scende in campo lo stesso Mattarella, che non esita a violare il basso profilo che si addice al semestre bianco. L’aria che tira è così “regimentata” che non appena un leader politico osa contraddire le scelte del “manovratore”, ecco che viene assalito da un fuoco incrociato, tra virologi di dubbia fama, leader politici “democratici” e “compagni” di partito più realisti del Re. Adieu.