Il giorno del Cigno

di Salvatore Fiorentino © 2021

Tra le tante polemiche letterarie, spesso niente altro che sterili diatribe se non vere e proprie faide tra “addetti ai lavori”, quella che vede ora Leonardo Sciascia soccombere nei confronti di Sebastiano Vassalli in un improbabile “referendum” tra lettori più o meno avvertiti, sembra invece riportare allo scoperto una questione di largo interesse generale, già affrontata in passato (come l’articolo sotto riportato illustra), ma rimasta irrisolta e che non si presenta di facile né attuale soluzione, mentre si finisce per gettare benzina sul fuoco delle parole a suo tempo intinte in un insolito sardonismo da Giuseppe Fava nel celebre scritto “Sciascia Alien”.

Sicché qualcuno – ahilui ! – resta sorpreso ed amareggiato dal fatto che il “popolo” abbia preferito Vassalli a Sciascia in questa singolar tenzone tra scrittori che vedono la stessa realtà, quella del ruolo della mafia nella società siciliana, da punti di vista inconciliabili, se non del tutto opposti ed in mutuo conflitto. In particolare, se ne dolgono, annunciando pubblicamente la resa incondizionata ed il ritiro immediato da ogni impegno letterario e civile, gli “sciasciologhi” di professione, ossia i luminari di rango accademico che al maestro di Regalpetra hanno dedicato, senza risparmio di energie, i migliori anni della loro vita lavorativa, ricevendone invero il riflesso degli onori ed allori. Probabilmente, se ne dorranno anche i tanti lettori appassionati, soprattutto quelli rimasti colpiti dall’inprinting liceale di frasi come “l’italiano non è solo l’italiano, ma è il ragionamento”, oppure “la Sicilia è la metafora del mondo”. E Sciascia il suo profeta: Alien.

Ne “Il giorno della civetta”, forse anche oltre le intenzioni dell’autore, la “sicilitudine” è cristallizzata nella figura dell’unica donna che vi compare, messa in sottordine tanto nel romanzo quanto nella realtà che nello stesso si intende rappresentare, dato che alla fine consiste in un distillato etereo, volatile, quale si dimostra quel camminare sulla corda sospesa tra la volontà di ribellione e quella dell’accomodamento, che finisce per generare una stasi, quasi una paralisi, della coscienza, che non concede nulla né in un senso né nell’altro, in quanto unica via d’uscita per la sopravvivenza, che non è né l’omertà né il suo contrario, ma un modus vivendi che le contiene entrambe, in un miracolo di conciliazione.

Condizione in cui tutti sono vinti tranne l’autore, che non disdegna di compiacersene, sacrificando le sue comparse (nessuno può dirsi protagonista, né il Capitano Bellodi né don Mariano, né tanto meno Rosa Nicolosi o il povero Parrineddu), guadagnando un’illusoria salvezza, che lo erge come tale anche al cospetto dei lettori, che invece non hanno scampo.

Agli antipodi di questa concezione “sciasciana” si colloca “Il Cigno” di Sebastiano Vassalli, romanzo sul “caso Notarbartolo” accolto con snobismo se non con malcelato fastidio, da personalità dell’intellighenzia siciliana del calibro di Gesualdo Bufalino, Vincenzo Consolo e Manlio Sgalambro. Eppure viene messo a fuoco il tipico personaggio politico siciliano, ambiguo sino all’autoassoluzione dal peccato di chiedere, anche tacitamente, sostegno alla mafia, il che dà la chiave di lettura per comprendere la realtà della “borghesia mafiosa”.

(21 marzo 2020)

QUEL CIGNO DEVE MORIRE

di Simonetta Fiori

Una telefonata nel pomeriggio a Comiso, punta meridionale della Sicilia. Professor Bufalino, ha letto il romanzo ‘siciliano’ di Sebastiano Vassalli, Il cigno? “No, guardi, non ho tempo. E quando ce l’ho prediligo i classici”. Risaliamo un po’ più a Nord, verso Palermo: cambia il prefisso, non la musica. Professor Sgalambro, ha dato un’occhiata all’ultimo romanzo di Vassalli? Parla del caso Notarbartolo, della mafia, della cultura omertosa … “No, non l’ho visto. Ma perché, ne vale proprio la pena?”. Rintracciamo Vincenzo Consolo a Parigi: “Se ho letto Il cigno? No, ho avuto altro da fare. E poi di Vassalli non ho mai letto niente. Anche se stavolta mi toccherà”.

Gesualdo Bufalino, Manlio Sgalambro, Vincenzo Consolo: curiosa reazione, quella di tre intellettuali siciliani, di fronte a un romanzo che parla di mafia. E ne parla in modo originale, senza subire la fascinazione del grande Mostro, l’arcaica e rozza Medusa che pure ha suggestionato scrittori sensibili; ne denuncia al contrario l’humus culturale in cui affonda le radici la piovra mafiosa. “Forse i guai della Sicilia”, conclude un personaggio, “sono causati da questa immensa distanza che c’ è tra le parole e le cose … Due mondi lontanissimi e completamente estranei! Qui chi agisce a suo vantaggio è sempre nel giusto, qualunque cosa faccia; mentre la ragione, che dovrebbe essere il punto di riferimento e la guida di tutte le azioni umane, è condannata a perdersi in un labirinto di sofismi dove l’essere e l’apparire, il bene e il male, il lecito e l’illecito sono intrecciati così strettamente tra di loro da non poter essere divisi, e comunque sono soltanto astrazioni”.

Ma qual è la storia narrata nel Cigno? Riassumiamone la trama. Siamo in Sicilia, anno 1893. Viene ammazzato dalla mafia il commendator Emanuele Notarbartolo, ex direttore generale del banco di Sicilia. I sospetti cadono sull’onorevole Raffaele Palizzolo, deputato filocrispino ed espressione del ceto affaristico che era stato ostacolato dalla rigida gestione del credito imposta da Notarbartolo. Palizzolo sarà condannato al primo e secondo dibattimento. Al terzo processo, l’assoluzione. La sentenza viene accolta in Sicilia da clamorosi tripudi: nuvole di coriandoli, gagliardetti e stelle filanti per il rientro di Palizzolo detto “Il Cigno”, un entusiasmo tale “che nemmeno nei vecchi festini di Santa Rosalia s’era vista una cosa del genere”.

Morale della favola (anche se il romanzo è tutt’ altro che moraleggiante): intellighenzia, borghesia professionale, ceti operai solidarizzano con il mafioso, simbolo dell’orgoglio isolano contro i pregiudizi del Nord. Una rappresentazione accettabile? La prima riserva viene da uno storico contemporaneista che insegna a Pisa (siciliano per parte di padre), Paolo Pezzino, autore di saggi sulla mafia. “Il romanzo di Vassalli non mi è piaciuto: il suo tono è piuttosto incline al grottesco, il suo sguardo privo di effettiva curiosità, i personaggi tendono alla macchietta, con i mafiosi che rumoreggiano a tavola, dandosi grandi manate sulle spalle. L’eccessivo distacco dalla materia impedisce all’autore di penetrare la complessità e la drammaticità della vita dell’isola, che viene appiattita soltanto su un solo carattere, lo spirito omertoso. Forse, per penetrare in quel mondo di mafiosi dove ‘si considera il resto del mondo composto soltanto di nemici’, è necessario un maggior grado di condivisione della materia, per comprendere prima ancora che per denunziare”.

Sulla stessa linea il “milanesissimo” Gigi Speroni, autore di una ricostruzione de Il delitto Notarbartolo che esce in questi giorni da Rusconi: “Vassalli racconta soltanto una delle due Sicilie: quella che plaude a Palizzolo. Tralascia invece la Sicilia che scende in piazza silenziosa per celebrare Notarbartolo, vittima della mafia. Racconta la società collusa, sopprime totalmente la figura di Leopoldo Notarbartolo, figlio guardiamarina di Emanuele, che lottò tenacemente per undici anni al fine di ottenere giustizia al padre. La scelta di Vassalli si risolve in una demonizzazione del popolo siciliano. Quanto alla veridicità del suo racconto, Il Cigno è una storiona di mafia a truci tinte, infiorata da episodi assolutamente inventati”.

“Per Vassalli i siciliani sono tutti mafiosi”, crede di poter sintetizzare un giovane regista siciliano, Pasquale Scimeca, autore per il Festival di Venezia di un film sul movimento dei fasci in Sicilia (Il giorno di San Sebastiano). “Il Cigno è frutto di un pregiudizio, ideologico e razzistico: la Sicilia come un paese intimamente colluso con il potere criminale. Questo mi dà fastidio, è una falsità, come dimostrano i fasci siciliani, i movimenti del dopoguerra o la rivolta morale dei Falcone e Borsellino. La verità e che, quando hanno tentato di ribellarsi, i siciliani sono stati lasciati soli”.

I toni incandescenti sorprendono un sociologo che di mafia s’intende, il professor Pino Arlacchi, calabrese di Gioia Tauro. “Non capisco tutto questo scalpore. Vassalli rappresenta un modo di raccontare la mafia più freddo e distaccato, che è alternativo a quello di Sciascia, tutto interno al modo di sentire siciliano. Aggiungo: il suo è un modo salutare di rappresentare il fenomeno mafioso, che ci vaccina contro certo ‘sciascismo’. Se qualche esasperazione c’è, la trovo nella rappresentazione bozzettistica e di maniera degli uomini d’onore, non certo nella denuncia della collusione tra politica centrale, mafia e sicilianità. La ricerca storica e le testimonianze dei pentiti ci consentono di dire che, dall’età di Crispi all’era Andreotti, i più importanti politici siciliani dell’ area governativa sono stati tutti collusi con la mafia. O sono stati essi stessi uomini d’onore. Dove sta allora la forzatura?”.

“Vassalli”, conviene Nando Dalla Chiesa, “ha saputo fotografare egregiamente proprio il sicilianismo come ideologia di copertura del fenomeno mafioso: quel vittimismo di fondo secondo cui ‘quelli del Nord ci vogliono trasformare tutti in mafiosi’ . Il meccanismo di autoscagionamento è rimasto identico nei decenni: all’ epoca crispina come nell’età andreottiana. Vassalli ci ha restituito molto abilmente il sofisma dell’uomo politico siciliano, Palizzolo, che alla fine si persuade di essere innocente. Tante volte, quando mi sono ritrovato davanti a dei Palizzolo più recenti, ho pensato: questi credono davvero che la mafia non esista, che la mafia sia un’invenzione del Nord per criminalizzare il popolo siciliano. In fondo, è lo stesso ragionamento della migliore intellettualità siciliana, rappresentata nella sua punta più alta da Sciascia. Non è stato lui a trasformare gli antimafiosi in uomini ingiusti e carrieristi?”.

Alt: toccare Sciascia può diventare pericoloso. Chi l’ ha fatto (lo stesso Vassalli), è stato accusato di infierire sui cadaveri. Perché succede questo? Dalla Chiesa: “Vede, ci sono dei meccanismi che si ripetono, anche se in forme più nobili. Ogni volta che si parla di Sicilia, di Sciascia, e lo si fa in termini critici, scatta una reazione di lesa sicilianità: come è accaduto quando Vassalli ha imputato agli scrittori siciliani una sorta d’ omertà (ndr: Consolo reagì attribuendo a Vassalli ‘l’aggressività della neonata letteratura leghista’). In fondo, gli intellettuali siciliani non fanno altro che riproporre oggi in versione letteraria quei ‘comitati pro Sicilia’ che Vassalli irride nel romanzo. Non capisco. Consolo, la Sellerio, sono persone limpide. Perché inalberarsi?”.

Pino Arlacchi: “Ho riletto di recente Il giorno della civetta e A ciascuno il suo: una grandissima delusione! Ci ho ritrovato la magnificazione del potere mafioso, una visione nichilistica e profondamente cinica sulla possibilità di sconfiggere la mafia. Per non dire di quella noticina che compare nel Giorno della civetta: ho passato molto tempo a cavare a cavare, per rendere irriconoscibili i personaggi di cui parlo, perché in Italia scherza coi fanti, ma lascia stare i santi. Bene: è un messaggio di una codardia civile spaventosa. Per molto tempo, l’intellighenzia siciliana ha creduto che la mafia fosse il destino della Sicilia (da Gaetano Mosca a Tomasi di Lampedusa fino a Sciascia). La polemica sui carrieristi della antimafia non è stata una scivolata momentanea di uno scrittore vecchio e stanco, ma rappresenta la quintessenza della sua cultura. Il grande merito culturale di Falcone e Borsellino è stato, invece, l’aver dimostrato che la mafia non è il destino della Sicilia. Che la mafia non è onnipotente. La mafia può essere sconfitta. E forse il grande merito di Vassalli è di vaccinarci contro lo sciascismo”.

“L’intellettuale siciliano”, si difende Manlio Sgalambro, un filosofo che pubblica da Adelphi, “è disperatamente metafisico, tende a trasferire su un piano universale fatti contingenti e iperfisici come la mafia. A uno scrittore civile ciò può sembrare diserzione, tuttavia è una valutazione sbagliata”. Non c’ è il rischio di cadere nella trappola del cinismo? “Ma metafisica e cinismo sono in qualche modo sinonimi …”.


[articolo tratto da “La Repubblica”, 11 dicembre 1993]

Ius vacui

di Salvatore Fiorentino © 2021

Enrico Letta. E avremmo detto tutto, non ci sarebbe altro da aggiungere, se non per il fatto che siamo di fronte ad un vuoto incolmabile, che sfida le leggi della natura (horror vacui). Ed è un vuoto di politica, di visione, e conseguentemente di idee, di programmi, di azioni. Ma chi è costui? Il neo-segretario del Partito Democratico, quello che dovrebbe rappresentare l’elettorato di sinistra (centro-sinistra, con trattino o senza, nella peggiore delle ipotesi). Ma che dalle successive metamorfosi in peius (Pds, Ds, PD) sembra ancora scontare il complesso di inferiorità di essere l’erede del fu PCI, peraltro il più “occidentale” dei partiti comunisti al mondo, difatti prescelto dai poteri Atlantici, una volta sotterrate in fretta e furia la falce e il martello, quale designato per governare la “seconda repubblica”, non foss’altro per la sua costitutiva disponibilità al compromesso con banche e finanza.

Dopo il tentativo della sterzata a destra, con Matteo Renzi, il Partito Democratico ha vissuto una crisi di panico più che di identità. Quella che scaturiva dal fondato timore di scomparire dalla scena politica, per manifesta inconcludenza, irrilevanza, disidentità, sradicamento dai territori d’elezione cosi come dalle fasce sociali di riferimento. Che, tradite, gli voltavano le spalle, a tutto vantaggio di formazioni posizionate agli antipodi, quali Lega e Fratelli d’Italia. Ma cosa si pretende dagli operai che si vedono trattati come pacchi da imballare e spedire verso destini incogniti, dai pensionati minimi che devono accettare di perire per non potersi pagare le cure mediche prenotate a data da destinarsi? E cosa si pretende dagli abitanti delle sterminate periferie d’Italia, dove mancano i più elementari servizi essenziali per una comunità che voglia dirsi civile e non degna di un Terzo Mondo in patria?

E di fronte a questa immensa sofferenza delle fasce deboli che dovrebbe rappresentare, cosa fa Enrico Letta, il segretario del Partito Democratico, la principale forza politica del centrosinistra che governa il Paese? Svia dolosamente l’attenzione su un tema politico “identitario” (ma che vuol dire?), sull’annosa e fumosa questione dello “ius soli“, ma solo per parlarne, per tentare disperatamente di riempire quel vuoto incolmabile di visione politica, solamente utile alla distrazione di massa di quel popolo che si aspetta azioni risolutive per i temi davvero fondamentali (non foss’altro che lo dice la Costituzione, all’articolo primo) quali quello del lavoro, in primis. Ebbene, cosa c’entra il diritto di cittadinanza riconosciuto a chi nasce nel territorio nazionale con il tema, molto più complesso e irrisolto anche per colpa dei “democratici”, della tutela e dell’accoglienza per i rifugiati?

Si tratta, evidentemente, di due questioni distinte, che vengono strumentalmente confuse da un partito (e dal suo segretario espressione del vuoto politico assoluto) che spera, essendo strutturalmente e storicamente minoritario in Italia, di allargare in modo artificioso il proprio bacino elettorale. Ma così non sarà, così come è vero che gli operai e le fasce deboli non votano più PD ma Lega e FdI, che si contendono la leadership nei sondaggi. Per il PD votano ormai quei conservatori che sono troppo vigliacchi per lottare e troppo grassi per scappare (solo per citare lo scrittore, anarchico e socialista, Elbert Green Hubbard), ossia quel coacervo che è in gran parte costituito da radical e liberal chic, dagli pseudo intellettuali dai cachet milionari che sanno solo servire il potere sempre a caccia di ricompense per il loro ego smisurato invece di metterlo alla berlina e calzargli il guinzaglio.

Ma se basta “l’incompetente” sindaca Raggi per dire, con parole candide che sembrano quelle di Biancaneve, che la questione dello “ius soli” deve essere affrontata a livello comunitario se si vuole veramente trovare una soluzione, mentre la questione che è al momento urgente e indifferibile è quella del lavoro a prescindere dalla cittadinanza di ciascuno, a cosa serve un segretario di un Partito Democratico che si perde in chiacchere? Eppure nel governo dei “migliori”, presieduto da un banchiere spietato che assomiglia ad una creatura aliena senza cuore né anima, il ministro del lavoro non è forse espressione dello stesso Partito Democratico? Sarà un caso, ma da quando si è insediato il ministro del lavoro “democratico” si sono spalancate le porte dei licenziamenti di massa, perché è questo che il capitale, Confindustria, ha preteso ed ottenuto dalla politica. Che ora si presenta al popolo col regalo dello “ius soli“.

Il piccolo mondo dei “liberal chic”

di Salvatore Fiorentino © 2021

Si sono scritti tomi enciclopedici per descrivere, e spesso stigmatizzare, le gesta e le fattezze dei cosiddetti “radical chic”, ossia sinistrorsi che tutto sono tranne che gente di sinistra, laddove “sinistra” sta a designare l’area politico-culturale che dovrebbe stare dalla parte del lavoro e non del capitale, da quella dei più deboli e non dei più forti, che dovrebbe aspirare alla giustizia sociale piuttosto che alla divaricazione tra privilegiati e diseredati. Se si pensa agli esponenti politici, il più rappresentativo di questa “casta” può essere a ragione ritenuto l’ex presidente della Camera Fausto Bertinotti, che riuscì nell’impossibile impresa di rifondare il comunismo senza mai essere stato comunista, vantandosi di questa “prodezza”.

Avanti miei Prodi! Non c’è solo il professor “mortadella” in questo mondo, ma esistono anche gli omologhi dall’altra parte della barricata, quella che ama definirisi “liberal”. E che presto finisce per essere anche “chic”. Nel senso di noblesse oblige, tra haute couture e nouvelle cuisine. Quella indiosincratica avverso i lavavetri, i posteggiatori abusivi, i venditori ambulanti, i sans papiers, gli homeless e così via discriminando tutta la pur vasta umanità che vive ai margini della società perché vi è stata gettata da chi è stato più scaltro, più svelto, più spregiudicato a sfruttare il bisogno altrui e a capitalizzarlo in reddito pro capite. Sono coloro che vivono non di lavoro ma di rendite, di eredità, di elargizioni a vario titolo.

Il liberal chic. Se il radical chic è per autodefinizione “rosso”, il liberal chic è invece orgogliosamente “blu”. Ci tiene a dichiarare di essere bianco, cattolico e tradizionalista, legato ai valori della famiglia, del matrimonio, della monogamia, sino ad apparire bigotto. Il suo colore preferito è il grigio, così come grigia è la sua vita, routinaria, prevedibile e piatta. Si indigna per un cassonetto fuori posto, per un cane dal padrone maleducato che non ne rimuove i lasciti sui marciapiedi, che vorrebbe lindi come i pavimenti della propria domus, ché al suo passaggio non può ammettersi degrado, essendo costui un cittadino modello, ligio alle regole condominiali, così come a quelle del codice stradale, rispettoso della fila alle Poste.

La rivoluzione dorme. Così occupato a passare a setaccio l’umanità, che in fondo disprezza, il liberal chic non ha tempo per fare la rivoluzione (liberale, sia chiaro). Egli non ha davvero mai tempo, perché è sempre oberato, non si sa da che visto che demanda ogni incombente, rimanda ogni impegno, procrastina ogni traguardo, non si pone obiettivi se non quello del quieto vivere, del placido esistere, come se il tempo non passasse. Sicché, da portatore sano di razzismo, confida nel ducetto del momento, cercando rassicurazione nella delega di potere all’uomo forte e rude, che possa preservare quel piccolo mondo dalle minacce immaginarie che agitano la sua mente, dallo straniero invasore che voglia depredane i miserabili averi.

Apettando Godot. Incapace di fare la rivoluzione, il liberal chic attende quanto meno il cambiamento. Che però deve essere realizzato dagli altri, dai quali pretende comportamenti virtuosi nel senso di aderenti ai propri desiderata, non lesinando fendenti nel caso contrario. Fosse per lui si resterebbe nell’eterna attesa, con l’abolizione della prescrizione all’inazione, come se la vita fosse senza fine, ed in ogni fase della stessa possibile iniziare ciò per cui sia inesorabilmente sfiorita la stagione. Avulso dal tempo e dallo spazio, galleggia in aria con la leggerezza di una bolla di sapone, trasportato dalle correnti verso direzioni imprevedibili, finendo per cozzare con chi diversamente segue percorsi di vita indirizzati dal senso di realtà.

(8 febbraio 2020)

Il “Mario Ciancio Show”

di Salvatore Fiorentino © 2021

Venghino signore e signori, venghino, al “Mario Ciancio Show”. Niente a che vedere con il più famoso “Truman Show”, laddove il protagonista viveva in una città ideale che aveva solo un piccolo difetto: era tutto posticcio, compreso il cielo e il mare, tutto realizzato in un gigantesco studio televisivo, un reality show progettato per seguire l’inconsapevole attore dalla culla alla tomba. Nel caso nostro (o nella Cosa nostra), diversamente, è tutto incredibilmente vero, cielo e mare compresi, non esclusi i sontuosi banchetti a base di pesce. Non per niente siamo in una città che è stata definita la “Milano del sud”, urbis Catanae, ma che come poche altre ha coniugato la modernità dei “Cavalieri” con un assetto medioevale.

Il castello de “La Sicilia”. L’attuale sede del potere cittadino fu realizzata da un architetto di chiara fama – suo malgrado, del principe – e posta, come si conviene, sul punto più elevato, a dominare non solo simbolicamente, ma anche fisicamente, la città. Nel contempo centrale ma fuori dal traffico caotico, immediatamente collegata con le principali vie (di fuga) urbane. Al castello i cittadini modello venivano condotti per l’iniziazione sin dalle scuole elementari, mediante la rituale (e sacrale) visita al “giornale” (l’unico e solo). Così, zelanti insegnanti mobilitavano pullman gitanti con cronometrica precisione. E lo scolaretto impettito, che era figlio di un giornalista, portava già con sé la copia (gratis), quale distintivo del suo privilegio.

Il principe. Magnanimo con i sudditi fedeli, poteva diventare pericoloso, giammai in prima persona, ma grazie ad un efficace sistema di “bravi” collaboratori a tutto tondo, nei confronti di chi avesse solo osato metterne in discussione la primazia, alla quale non era consentito sfuggire per nessun motivo. Al più, si poteva chiedere una concessione speciale, ma dietro un’adeguata contropartita. Che non era la vile moneta, ma qualcosa di più nobile: il potere. Persino ai potenti forestieri, che fossero ministri, deputati e senatori, presidenti di regione e quant’altri, veniva imposto un singolare dazio: una visita al castello con tanto di riunione alla tavola (non rotonda) del padrone di casa, puntualmente immortalata sul “giornale” cittadino.

La città. Forse l’unica, nel Belpaese, ad aver sofferto il piombo delle rotative più di quello della mafia. Financo il giornale vessillo dell’intellighenzia progressista e legalitaria, “La Repubblica”, ebbe a rinunciare alla sua edizione locale a Catania, benché stampasse (o forse per questo) l’edizione nazionale presso le tipografie concessegli in uso dal principe padrone. Difatti, una volta vigliaccamente e brutalmente “risolto” il problema costituto dal giornalismo de “I Siciliani” di Giuseppe Fava e dei suoi “carusi”, chi mai avrebbe potuto o voluto osare una nuova iniziativa editoriale indipendente e soprattutto realmente a guardia del potere? Chi, se si negava il necrologio alla famiglia Montana e si pubblicava la lettera di Santapaola?

L’amico-vicino dei mafiosi
. Chi poteva mettere in discussione il potere assoluto del principe? Per cinquanta anni ha regnato incontrastato, e soltanto quando raggiungeva (per mero fatto anagrafico) la soglia del trapasso a miglior vita, la pallida magistratura requirente catanese, ma sempre dopo il travaglio archiviatorio di chi oggi siede sul massimo scranno della pubblica accusa, si è degnata di imbastire un’indagine che si può così definire “alla carriera”. Nel frattanto, la corte d’appello etnea annulla il sequestro dei beni, tra cui il famigerato castello de “La Sicilia”, con una motivazione che, a detta del procuratore della repubblica, appare opinabile: essere un imprenditore “amico-vicino” di Cosa nostra non integra reato.

(29 marzo 2020)

Miserabiliapoli (Miserabilia urbis Catanae)

di Salvatore Fiorentino © 2021

Miserabilia è, all’opposto di Mirabilia, quello che si addice all’urbanistica della città di Catania, almeno dal dopoguerra ad oggi, ma soprattutto riguardo a quel sacco speculativo che si affrettò ad essere riempito senza ritegno prima che entrasse in vigore il PRG Piccinato, alla fine degli anni ’60, sicché la bulimia edificatoria proseguisse oltre la cintura periurbana a nord della città, il cui limite veniva segnato, per antonomasia, dall’edificio monumentale – e la cronostoria dei giorni recenti ci ha svelato perché e come – in cui non trovava sede tanto l’impero editoriale locale con tentacoli in tutta la Sicilia e persino oltre, quanto quell’anomalo crocevia di potenti e potentucci, di ogni rango e risma, che era solito sedervisi attorno, o per meglio dire lungo esso, date le fattezze patriarcali con capotavola fisso ed immutabile.

Notabili politici a battersi il petto scudocrociato, e poi di qualunque colore purché fosse “magna Catana” come garofani all’occhiello, soli nascenti di incerto tramonto e ramificazioni avvinte più dell’edera, con la successiva condiscendenza di falci spuntate e martelli esausti, ma piantati come querce secolari all’interesse comune dei soliti noti. E sempre contro il bene comune, contro gli spazi aperti pubblici, considerati uno spreco di cubature, a favore di uno sviluppo canceroso della città, le cui metastasi si propagano sino ad oggi, con i tentativi di colonizzare quei pochi e strategici spazi vuoti che rimangono da divorare per poi colare di cemento, armato o no fa poca differenza ormai.

Purché ci sia gettito speculatorio, con la falsa consolazione di qualche decina di posti di lavoro per i nuovi disperati del tempo presente, tanto per qualche mese. Ed è per questo che abbiamo un lungomare miserabile (ultimamente impreziosito da una pseudo pista ciclabile) che oggi si ha persino l’ardire di chiudere al transito, ed è per questo che abbiamo l’infame scacchiere delle vie Napoli e consorelle, ed è per questo che oggi rischiamo la cementificazione definitiva, la tombatura del porto e della plaia. Ossia la monumentalizzazione, ancorché funeraria, della città del futuro. Una colata di cemento ci seppellirà, altro che ridere …

E quando da uno dei processi storici, per questa città e non solo, IBLIS – che la novella procura chiese di archiviare, non sia dimenticato, solo che ci fu un GIP che disse nossignori, scrivete l’imputazione – emergono dinamiche di occupazione militare del territorio e della sua devastazione urbanistica con centri commerciali e progetti non adeguati alle esigenze dei cittadini, sia sotto il profilo economico, sociale ed ambientale prima ancora che segnatamente paesaggistico ed architettonico-urbano, non si può non tenerne conto senza compromettere irreversibilmente l’evoluzione di una comunità insediata, senza compromettere la democrazia, la giustizia, il bene comune, l’idea stessa di città.

Già il sol fatto che si dica che l’operazione PUA, ossia la ristrutturazione urbanistica della plaia, non sia assoggettabile a VAS appare una delle più grandi contraddizioni mai udite in materia, certamente assurdo sostenerlo per la rilevanza della trasformazione, a tutti gli strati, del palinsenso periurbano che va ad incidere direttamente, nonché di tutto l’ambito territoriale e paesaggistico che, inevitabilmente, questa operazione a grande scala coinvolge, dato che si spinge sino all’Etna per un verso, sino alla costa che dall’Oasi del Simeto giunge ad Ognina, per lo meno. Ma dove sono gli enti che dovrebbero garantire la qualità, la progettualità, la legalità, ossia accademia, ente comunale – si diceva ora finalmente in mano ad una giunta virtuosa e competente – e gli uffici inquirenti?

Sarà forse che il “caso Catania” – che pare originare dalle vicende edificatorie non limpidissime dell’edificio della pretura descritte mirabilmente nell’omonimo pamphlet curato dal giudice galantuomo Giambattista Scidà – così ben denunciato da un urbanista puro come Giuseppe D’Urso (non a caso sodale di quel maestro di giornalismo dalla postura eretta quale fu Pippo Fava) nel tentativo di far rinascere negli anni ’80 questa città, come altre invero, affogata nelle logiche edificatorie miserabili, sia ormai scolpito nella pietra lavica quale destino di una città che ha sofferto il piombo della mafia quanto quello delle rotative della stampa? Ed allora sarà necessario che questa roccia, comunque già fessurata, sia continuamente erosa dalla goccia che ogni cittadino vorrà versarle, una goccia di verità, per un futuro di una città che deve, avendone tutte le grandi potenzialità, incontrare un nuovo destino, che non sia più quello di Miserabiliapoli.

(8 luglio 2016)

Conte, leader del “cangiamento”

di Salvatore Fiorentino © 2021

La notizia del giorno – non data in pompa magna dai media di regime in ossequio ai rudimenti del marketing (“if you have a bad product don’t advertise it“) – riguarda l’elezione di Giuseppe Conte, ex premier per caso dei governi del giallo cangiante secondo le stagioni, a presidente del M5S con 62.272 voti sui 67.064 votanti dei 115.130 aventi diritto. Alle politiche del 2018 il MoVimento aveva avuto 10.697.994 voti alla Camera e 9.719.710 al Senato, conseguendo col 33% il ruolo di forza politica di maggioranza relativa nel Paese. Conte viene così incoronato leader dei pentastellati con una percentuale certamente “bulgara”, anche se si deve stabilire se si tratti ora di una maggioranza o di una minoranza. E’ pure certo che Grillo, garante ormai in disarmo, abbia tentato di sbarrare il passo al fu “avvocato del popolo”, dovendo infine ripiegare su una guerra di logoramento.

Il dato politico è chiaro. Adesso il M5S non è più la forza del “cambiamento”, ma semmai del “cangiamento”, quello che contraddistingue i camaleonti. Ecco che si può ragionevolmente prognosticare che di quei dieci milioni di voti ne resteranno ben pochi nelle prossime urne. Certamente non ci saranno quelli di chi ha dato fiducia ai programmi di “cambiamento”, ma che non potrà avallare il “cangiamento” già avviato dal novello leader a partire dal nuovo statuto che rade al suolo i cardini fondanti del fu M5S per concepire in vitro il gemello siamese del Partito Democratico. Il che non sarebbe un fatto da rigettare se il PD fosse veramente un partito democratico, dei lavoratori, per le fasce deboli della popolazione, come dovrebbe essere, invece di fare la corte a banchieri e finanzieri a scapito del popolo, sin da quando falce e martello furono sotterrati all’ombra della Quercia.

E non è certo un caso che il sommo Dante collochi nella zona più infima dell’ultimo girone dell’Inferno, quali irredimibili peccatori, i “traditori dei benefattori”. Sotto questo profilo, oggi quei M5S che hanno rinnegato la loro identità, il loro dna politico, i valori in nome dei quali hanno beneficiato del consenso popolare, si dimostrano ben peggiori di quegli esponenti della sinistra, quasi tutti confluiti nel PD, che hanno da tempo snaturato la loro raison d’être, ora ritrovandosi M5S e PD avvinghiati nell’abbraccio mortifero che priva la maggioranza dell’elettorato di una effettiva rappresentanza politica, così compromettendo la democrazia sostanziale e alimentando una deriva élitaria che volge nella direzione di una sempre maggiore compressione dei diritti per la moltitudine dei cittadini e a cui corrisponde una crescente concentrazione di ricchezza nelle mani di pochissimi privilegiati.

E chi sono questi M5S che hanno “tradito”? Li vediamo sudaticci e trafelati che, nonostante le temperature sahariane, si accapigliano per partecipare ad una gara meschina e mortificante sui social, quella tipica dell’italiota medio, senz’arte né parte, quella di chi cerca di saltare per primo sul malfermo carretto del vincitore da Volturara Appula, oggi il leader del “cangiamento”, il fu “avvocato del popolo”, Giuseppe Conte. Ed ecco che si sperticano in elogi ad alto tasso glicemico, in proclami da statisti della porta accanto, in sviolinate inaudite che fanno rivoltare nella tomba messer Antonio Stradivari. E vanno stigmatizzati in primo luogo i siciliani, che hanno ricevuto un mandato da ben oltre il 50% dei cittadini: Giancarlo Cancelleri (ex deputato regionale, sottosegretario con Draghi), Dino Giarrusso (ex Iena), Giulia Grillo e Nunzia Catalfo (ex ministre nei governi Conte).

Del tutto inutile e persino ovvio spendere critiche avverso il camaleonte per antonomasia, al secolo “il bibitaro”, Luigi Di Maio (ex capo politico M5S, ex vice premier nei governi Conte, oggi ministro degli Esteri con Draghi). Sarà un caso – ma forse no – che i più sfegatati galoppini contiani siano tutti esponenti M5S in scadenza del secondo mandato, quindi in teoria destinati, secondo i principi del MoVimento, a tornare alla vita civile di normali cittadini. Ecco perché chi non ha midollo spinale, chi non è capace di resistere alle adulazioni del potere, chi non sa gestire il proprio ruolo perché privo di senso di responsabilità e di servizio, di senso per le istituzioni, di dignità personale e professionale, di semplice buon senso dell’uomo della strada o dell’ultimo contadino della più sperduta landa siciliana, non è degno di rappresentare nessuno, né i cittadini e neppure sé stesso.

Il procuratore straniero

di Salvatore Fiorentino © 2021

La beffa fu atroce. Dopo inenarrabili lotte intestine e colpi da bassifondi, la contesa tra i “catanesi” venne vinta da un procuratore “straniero”. Sollievo, speranza, cambiamento in arrivo. Finalmente. Si sarebbe indagato sul potere, svelati gli altarini di quei potenti che condizionavano la città da decenni. Catania avrebbe potuto “condannare sé stessa”. Chi era estraneo ai giochi locali avrebbe saputo mettere in riga tutti, perché non avvicinabile, alieno ai salotti e alle anticamere dei palazzi che contano, che non sono mai quelli istituzionali, ma ben altri e più alti.

Il procuratore straniero si spostava a piedi, esplorava la città, presenziava alla commemorazione di Giuseppe Fava, da sempre ignorata dai vertici della procura locale. Visitava i quartieri periferici più abbandonati, quelli dove l’onestà vale doppio. Arriverà, arriverà, arriverà. Tutti lo aspettavano il giorno che avrebbe inquisito i potenti, fino ad allora troppo sereni perché sempre graziati, spesso ringraziati, talvolta magnificati. E i giorni passavano, tra belle giornate di sole, tante passeggiate e molti fichi d’india, una passione ancora oggi coltivata.

L’attesa era diventata trepidante. A chi iniziava a nutrire perplessità, veniva risposto dai benpensanti che era solo questione di tempo, del resto doveva essere lasciato in pace a lavorare. Dopo anni di sabbie mobili si pretendeva forse che avesse la bacchetta magica? No, difatti non l’aveva. L’attesa si tramutò in delusione cocente, perché per i procedimenti ereditati riguardanti i potenti vennero confermate le richieste di archiviazione. Politici, imprenditori, mentre nessuna nuova indagine di rilievo veniva alla luce. Cosa era cambiato? Tutto, perché nulla cambiasse davvero.

Nel frattempo il procuratore straniero godeva delle bellezze naturali della città per invitare ad una gita sull’Etna in Vespa l’amico Luca Lotti, proprio quello che poi incontrava a pranzo a Roma, proprio lo stesso che si incontrava nottetempo con Luca Palamara. Si capì dopo che la trasferta catanese gli era servita per rimpolpare un curriculum poverello, così da permettergli di scalare in pochi anni i ranghi della magistratura requirente, sino a divenire – clamoroso al Cibali! – procuratore generale presso la Cassazione, al secondo tentativo, profittando delle disgrazie altrui.

Da questo sommo scranno non finì di stupire il mondo, emanando una circolare dove assolveva preventivamente quei magistrati che avessero praticato l’auto-raccomandazione ancorché petulante, ma senza colpo ferire. Il che parve un ossimoro alla carriera. Soprattutto quando si venne a sapere di un sontuoso pranzo con il poi tanto deprecato Luca Palamara, ma sempre alla luce del sole, in una delle più panoramiche terrazze romane, presso uno degli hotel più prestigiosi e lussuosi della capitale. Todo modo para buscar la voluntad divina.

Uno Stato senza statisti

di Salvatore Fiorentino © 2021

E’ difficile immaginare uno Stato senza statisti, così come un esercito senza generali. Vero è che, nella sostanza, lo Stato sono i cittadini, come la vita quotidiana dimostra, ma è anche vero che senza le figure che sappiano assumersi le responsabilità per migliorare le condizioni (oggi si dice, con grigio linguaggio aziendalistico, “la qualità della vita”) di un popolo non esiste lo Stato né la Nazione, e tralasciamo pure la Patria. Certamente statisti furono i “Padri” costituenti, coloro che contribuirono a ricostruire dalle fondamenta l’edificio della democrazia dopo gli sciagurati disastri causati dalla dittatura fascista. Ma coloro che succedettero, e soprattutto quelli attualmente in carica, sono stati e sono degni di abitare e manutenere l’architettura democratica ereditata? Ed in primo luogo la domanda va rivolta a chi detiene la massima responsabilità di garante della Costituzione, il presidente della Repubblica.

Se essere statisti dopo un regime è compito persino scontato, lo stesso ruolo diventa alquanto arduo nel corso di una fase democratica che può essere tale solo in apparenza e celare subodolamente insidie ancora peggiori di quelle disseminate in assenza di democrazia. Pertanto, la domanda è la seguente: oggi si può dire sussistente uno Stato democratico? E come si fa a stabilirlo? La risposta è ad un tempo semplice e complessa. Basta tornare alla Costituzione, ai suoi principi fondamentali, inderogabili. Ed allora: è vero che la Repubblica Italiana è fondata sul lavoro? E’ vero che la sovranità appartiene al popolo? E’ vero che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali di fronte alla legge? E’ vero che la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro? E’ vero che la Repubblica promuove la cultura e la ricerca scientifica e tecnologica? E’ vero che l’Italia ripudia la guerra?

Alle superiori domande, da un punto di vista formalistico, si potrebbe rispondere affermativamente. Ma se si scende sul piano sostanziale, quello della vita vissuta da tutti i cittadini, le risposte diventano di segno opposto. Questo vuol dire che la democrazia in Italia è solo apparente, e di ciò occorre chiederne conto e ragione a chi siede ai vertici dello Stato, dato che, così stando le cose, costoro non stanno assolvendo alle loro responsabilità nei confronti del popolo. A cominciare dal presidente della Repubblica per finire all’ultimo consigliere di quartiere, chiunque rappresenta i cittadini oggi deve rispondere di uno Stato che non fa lo Stato, perché non è in grado di garantire l’effettività dei principi costituzionali fondamentali. Ed è noto che quando lo Stato non assolve alla sua funzione, dimostrandosi distante se non ostile nei confronti dei cittadini, ecco che si dà alimento alle associazioni mafiose.

Chi sarebbero oggi gli statisti? Mattarella? Casellati? Fico? Draghi? Di Maio? Conte? Cartabia? Speranza? Salvini? Meloni? Berlusconi? Letta? Renzi? Zingaretti? Grillo!?! E’ evidente che il livello sia davvero mortificante. Ma è difficile credere che non vi siano in un Paese di 60 milioni di abitanti figure che possano meglio di costoro rappresentare i cittadini. La domanda è quindi: perché non sono emersi dall’anonimato? E la risposta è ancora una volta allo stesso tempo semplice e complessa: in primo luogo, perché con un regime oligarchico, quale quello italiano, non è vi è mai un reale ricambio della classe dirigente, ma solo un continuo rimescolamento con l’inserimento di figure apparentemente nuove mediante la cooptazione di chi detiene il potere. E’ ormai evidente che anche il fenomeno del “grillismo” sia stato un espediente del sistema di potere per imbrigliare il voto di protesta, maggioritario, e ricondurlo nell’alveo.

E’ quindi conseguente che in assenza di uno Stato che garantisca effettivamente i principi fondamentali della Costituzione, ossia la democrazia di fatto, il comportamento dei cittadini – a parte una minoranza di votati al sacrificio pur di assolvere ai doveri civici – tenda ad assumere la direzione opposta a quella propria di un popolo civile e rispettoso delle regole, in quanto viene premiato dallo stesso Stato chi le trasgredisce e punito chi le osserva. Del resto, non può esserci corruttore senza corrotto, né raccomandato senza raccomandante. E’ l’eterno gioco delle parti, il più classico dei circoli viziosi, che non può essere interrotto se lo Stato non rende effettivi i principi costituzionali fondamentali. E’ difficile, impossibile? No, è molto semplice. Ma non conviene a coloro che statisti non sono, che altrimenti perderebbero il loro potere, l’unico movente ad assumere cariche pubbliche. Con indisciplina e disonore.

Gli ingiustizialisti (OGM5S)

di Salvatore Fiorentino © 2021

Se il migliore dei premier possibili e una ex presidente della Corte Costituzionale, con l’avallo di un presidente della Repubblica ex giudice costituzionale (sic!) e l’approvazione di quello che doveva essere il MoVimento per la legalità e l’onestà, producono una riforma della giustizia così inutile e antigiuridica, evidentemente la “culla del diritto” si è rotta. E che ciò corrisponda al tempo della profonda crisi di credibilità della magistratura italiana, ed in particolare quella requirente che sembra ormai sconquassata dalle guerre intestine, non può essere un fatto casuale, ma semmai causale. Per questo, chi critica i critici di questa riforma ha gioco facile nel far notare che la pressoché totalità delle toghe italiane, di qualsiasi orientamento correntizio – o, se si vuole, “culturale” – si sia schierata contro la “deforma” Cartabia, assumendo il facile sillogismo secondo cui se i magistrati non sono credibili non lo è la loro censura.

Se non ci si può meravigliare dell’approvazione di certe forze politiche che non aspettavano altro che ottenere l’impunità per i potenti (e dei cittadini che chiedono giustizia? chi se ne frega!), era legittimo attendersi un diverso atteggiamento dal MoVimento Cinque Stelle, dato che solo nel 2018 aveva ricevuto dal popolo, con la maggioranza relativa del 33% dei consensi, il mandato di ricondurre le istituzioni al principio di legalità sicché si realizzasse quella giustizia sostanziale per tutti i cittadini di cui l’allora premier Giuseppe Conte (controverso capo politico M5S ancora in attesa di investitura) si era proclamato difensore nelle vesti di “avvocato del popolo”. Oggi questo avvocato, un tempo peroratore di alte petizioni di principio, sembra essersi immiserito in quelle che appaiono alla stregua di liti condominiali, dove si è costretti a convivere anche se non si è d’accordo neppure sul colore delle tende.

Che poi le sorti ora funeste della giustizia italiana debbano dipendere dallo psicodramma di quattro minestrelli pentastellati che non vogliono rinunciare alla poltrona cercando disperatamente di trovare una giustificazione da dare a bere a quel popolo che li aveva votati, appare ancor più grave di quando la giustizia era “deformata” dai tanto vituperati berluscones che oggi possono ostentare indifferenza, increduli di trovarsi al governo e per di più serviti e riveriti da chi disbriga per loro il “lavoro sporco”. Il cerchio si chiuderà con la votazione truffa per l’approvazione del nuovo Statuto scritto dal camaleontico Giuseppe Conte, con cui verrà geneticamente modificato il M5S nei suoi tratti fondanti: da movimento a-ideologico si trasformerà nel gemello siamese del PD; e da movimento orizzontale diventerà verticistico, con un leader neppure iscritto che si arrogherà le decisioni senza effettiva legittimazione.

La verità è che sulle due tradizionali fazioni in perenne tenzone, i “giustizialisti” e i “garantisti”, ha prevalso una nuova di zecca, che potremmo definire degli “ingiustizialisti”, ossia coloro che, per un motivo o per un altro, si rendono fautori di un sistema che nega la giustizia al popolo e garantisce l’impunità ai potenti. E la storia si ripete. Se, difatti, la destra ha cercato invano per decenni di abbattere il simbolo della dignità dei lavoratori, l’art. 18 dello Statuto di Gino Giugni, ad un certo punto ci ha ben pensato il Partito Democratico, con la complicità del sindacato confederale, ad abolirlo. Allo stesso modo, dopo venticinque anni di leggi ad personam e ad usum delphini, serviva questo Movimento Cinque Stelle OGM per riuscire a “legalizzare” l’impunità per la cosiddetta “Casta”. E’ chiaro che a tal punto tutto sia relativo e derogabile, a cominciare dal limite dei due mandati.

Chi è soddisfatto di questa deriva antidemocratica del Paese – perché di questo solo si tratta – agevolata dall’emergenza pandemica così come un tempo veniva agevolata dalle stragi di Stato ormai fuori moda, non ha neppure il pudore di trattenersi dallo schernire chi ancora si oppone a tale degenerazione politico-istituzionale, facendo leva sull’argomentazione apparentemente inconfutabile secondo cui non c’è alternativa all’attuale quadro politico, una volta che il M5S, forza popolare di cambiamento, è stata addomesticata nel palazzo del potere in soli tre anni di governo. Come dire, “il potere logora chi non ce l’ha” e che chiunque provasse ad assaltare il “Palazzo” ne verrebbe inglobato come in un sortilegio senza scampo. Si omette di ricordare, però, che se è caduto il regime fascista, se è caduta la prima repubblica, non c’è due senza tre, alla fine i presidenti della repubblica passano, ma la democrazia vive.

L’uomo di Buridano

di Salvatore Fiorentino © 2021

Quando qualcuno pensa di essere più intelligente degli altri, spesso non lo è. Quando addirittura afferma di esserlo è certo che non lo sia. Si tratta di un atteggiamento tipico di chi vede la realtà solo coi propri occhi, senza mai riuscire a spostare il punto di osservazione simultaneamente, così da acquisire una visione quanto più possibile panoramica, l’unica che permette di svelare le illusioni ottiche e i miraggi della razionalità. La massima conoscenza si acquisisce, infatti, quando le due modalità del pensiero, razionale e irrazionale, entrano in risonanza, permettendo all’intuizione emotiva e alla deduzione volitiva di integrarsi vicendevolmente, amplificando la capacità cognitiva oltre la soglia della “normalità”. Sicché un pensare educato e disciplinato eccessivamente sul versante della logica ferrea si troverà a disagio nell’affrontare situazioni impreviste o paradossali, sino all’estremo della paralisi.

Ecco che chi si crede iper intelligente, mentre è solo iper razionale, finisce per seguire la fine del famigerato asino di Buridano, che perisce perché non è capace di decidere tra due alternative, siano esse equidistanti o agli antipodi rispetto ad un data scala di valori. Così, nel disprezzare chi sceglie il rosso e nel deridere chi invece preferisce il nero, l’uomo di Buridano rimane incolore, trasparente, invisibile. Si condanna all’irrilevanza, lasciandosi risucchiare dal vortice dell’inazione, proiettando le responsabilità di questa impasse, aspettando – talvolta pretendendo – che sia la “società civile” e comunque “l’altro” a dover creare le condizioni per il suo successo, che ritiene gli sia stato denegato ingiustamente, trovandone consolazione nel volontario esilio intellettuale, nell’infliggersi la prigionia di un repertorio élitario, popolato da luoghi comuni e figure emblematiche da aggredire con furia iconoclasta.

Non si tratta, evidentemente, di un incapace, rinunciatario, disinteressato, votato all’eremitaggio o all’ascesi. E’ invece qualcuno che ha smarrito il tempo e non se ne rende conto, dato che resta indifferente all’incessante scorrere dei granelli di sabbia che lo separano dalla fine ineluttabile della sua stessa esistenza, rinviando ogni decisione a data da destinarsi, ad un perenne venturo domani sul quale non brillerà mai il sole. Sicché si nutre di una speranza già morta, ma che gli appare viva grazie all’annichilimento della prospettiva temporale che ben si assortisce con il rigore logico elevato all’ennesima potenza, da cui discende l’impellenza, a tratti maniacale, alla catalogazione e all’incasellamento del prossimo entro schemi rigidi e preordinati. E’ una condizione surreale che, del resto, ha trovato celeberrime rappresentazioni nel teatro (“Aspettando Godot”) e nella letteratura (“La coscienza di Zeno”) del Novecento.

L’uomo di Buridano, a differenza dell’asino omonimo, ammazzando il tempo ha conquistato l’immortalità in una vita che però non è mai vissuta. Per non morire sceglierebbe di non nascere, per non perdere preferisce non giocare, nel timore di non arrivare finisce per non partire, per paura di non saper volare non apre le ali. Come una singolarità dell’universo, è rimasto incagliato in uno spazio tra il sempre e il mai. Per questo è convinto di aver capito tutto e di non dover mai cambiare opinione, come chi crede di avere sempre ragione, mentre soffre ad essere circondato da chi non ha la stessa percezione, da chi, anche illogicamente ma umanamente, decide di rivedere le proprie convinzioni, perché questo detta lo scorrere vitale dell’esistenza, il continuo sorgere e tramontare dei giorni che passano, il che è una ri-generazione, un di-vertimento, una dis-locazione, una re-visione.

L’uomo di Buridano siffatto incarna l’antitesi del cambiamento, della trasformazione, della metamorfosi. E’ granitico, roccioso, pesante, pedante, mai originale o sorprendente, ma ridondante e prevedibile, schematico, monolitico. In politica è un conservatore, con tendenze fascistoidi, perché non tollera i quartieri degradati, i clochard, i migranti, non tanto per ideologia o disumanità, quanto perché disturbano il quieto vivere di quel mondo a quadretti bianchi e neri dove si è rinchiuso, che finisce per assomigliare ad un cruciverba dove tutto è prestabilito, programmato. E chi osasse scrivere una parola dissonante in questo modello di vita prestampato dovrà attendersi la reazione irata, sproporzionata, perché ne è stato minacciato l’ordine fisso e immutabile, che non ammette alternative, dove lo spazio-tempo si è schiacciato sullo spazio, essendo stato espulso il tempo, ciò che distingue l’essere umani.