Morra e l’antimafia filosofica

di Salvatore Fiorentino © 2021

Dopo 17 anni dall’omicidio dell’urologo Attilio Manca, nessun magistrato di nessuna procura della repubblica d’Italia ha mai sentito i genitori della vittima, addirittura estromessi dal processo contro la donna che avrebbe fornito la droga ritenuta causa della morte del medico siciliano, salvo che la recente sentenza d’appello ha statuito l’insussistenza di questo fatto. A colmare, seppur parzialmente, questa incredibile anomalia è stata la Commissione nazionale antimafia, che l’ 1 aprile 2021 ha svolto una audizione della madre di Attilio Manca e del legale che assiste la famiglia, l’avv. Fabio Repici. Sia l’esposizione della signora Manca che dell’avvocato Repici sono apparse chiare e precise, a parte lo strascico polemico con cui il legale ha fatto breve cenno al pregresso contrasto avuto con il sen. Gaetti sull’attendibilità di un pentito.

Poiché la Commissione nazionale antimafia ha poteri equivalenti a quelli dell’autorità giudiziaria, sembra che finalmente ciò che non è stato esaminato con la dovuta cura dalla magistratura lo possa essere quanto meno in una sede istituzionale che potrà giungere a conclusioni non prive di conseguenze concrete, laddove si dovessero ravvisare ipotesi di reato, con particolare riferimento alla prospettazione delineata dal legale della famiglia Manca, che appare del tutto verosimile specialmente alla luce di una lettura retrospettiva dei fatti, secondo cui l’urologo sarebbe stato vittima di un omicidio di “Stato”, per aver egli riconosciuto il boss Bernardo Provenzano dopo averlo operato, e ciò nell’ottica di quella che viene definita come “Trattativa Stato-mafia”, in cui il capo mafia avrebbe goduto di protezioni istituzionali.

Va pertanto dato atto al presidente Nicola Morra, senatore in bilico tra dissidenza ed espulsione dal Movimento Cinque Stelle dopo il voto contrario sulla fiducia al neo governo Draghi, di aver consentito la trattazione di una questione che certamente può ben annoverarsi tra i tanti “misteri di Stato” ad oggi irrisolti, come accade sempre quando in campo agiscono, oltre ai protagonisti della mafia, anche figure, deviate o meno, degli apparati dello Stato, siano essi esponenti delle forze dell’ordine, della magistratura o dei servizi di sicurezza. Si spera solo che Morra, oggettivamente indebolito politicamente ed anche da qualche recente polemica sulle vicende della sanità calabra, abbia la forza di poter andare sino in fondo cosicché lo Stato possa dare risposte definitive ad una famiglia straziata dal dolore, che invoca verità e giustizia.

E proprio perché il presidente Morra è un professore di filosofia, sempre attento a misurare e scegliere le parole del suo eloquio forbito, non può sfuggirgli che la ricerca della verità è un sentiero faticoso e insidioso, che può talvolta comportare la deviazione da questioni scomode o indicibili che invece è necessario attraversare per giungere alla meta effettiva. Per questo, quando il presidente della Commissione ha annunciato la prossima audizione dell’ex magistrato Luca Palamara, non ha convinto la condizione pregiudiziale dallo stesso presupposta: “naturalmente con gli accorgimenti più volte preannunciati in relazione ai perimetri relativi ai temi su cui il dott. Palamara dovrà essere audito. A tal proposito assicuro che provvederò ad effettuare un controllo rigoroso sia su quanto l’audito riterrà di dire sia sulle domande che gli si potranno rivolgere“.

La data dell’audizione non è ancora fissata, e si può immaginare che si metteranno in moto forze e poteri per impedirla, dato che Palamara ha anticipato che ritiene di dover riferire su questioni delicatissime che potrebbero mettere in discussione la storia dell’antimafia giudiziaria dell’ultimo quarto di secolo, ossia in quel peculiare periodo storico che va dal dopo stragi degli anni ’90 ai tempi odierni, con possibili rivelazioni su alcuni magistrati che hanno svolto ruoli di primissimo piano nelle procure della repubblica più rilevanti del paese, con particolare riferimento a Palermo, città simbolo della mafia e dell’antimafia così come Milano lo fu per “Tangentopoli” e “Mani pulite”. Con sullo sfondo quel “ricatto alla palermitana” che Palamara dovrà chiarire alla Commissione. Sempre che dell’antimafia non resti solo la filosofia.

“Ricatto alla palermitana”

di Salvatore Fiorentino © 2021

I misteri delle stragi degli anni ’90, le pagine ancora oscure di quel mondo che si è rivelato essere della “falsa antimafia”, le anomale latitanze dei boss mafiosi Riina, Provenzano e Messina Denaro, i rapporti tra istituzioni e mafia, potrebbero avere una comune password: “ricatto alla palermitana”. Non è chiaro a cosa alludessero Luca Palamara e l’ex pm romano Stefano Fava quando facevano riferimento, nelle loro conversazioni private, a questo particolare “ricatto”, ma potrebbe essere una delle ragioni per cui sono state frapposte resistenze avverso l’audizione dell’ex leader dell’ANM e consigliere del CSM presso la commissione nazionale antimafia che, anche a causa di un indebolito presidente, sembra saldamente nelle mani di chi negli ultimi venticinque anni dell’antimafia ne ha fatto professione, acquisendo posizioni di potere.

La questione riguarderebbe le vicende occorse presso la procura della repubblica di Palermo tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, e che avrebbero avuto una improvvisa accelerazione in quei cinquantasette giorni trascorsi dalla strage di Capaci a quella di via D’Amelio. Nella vera causale sottostante all’uccisione di Paolo Borsellino sarebbe quindi celata la chiave di lettura dei misteri ancora non svelati. A questo proposito, tutto pare convergere verso le indagini che Borsellino stava svolgendo in quel periodo, quale procuratore aggiunto di Palermo, ma senza la delega ad indagare sulla provincia capoluogo, che gli fu conferita dall’allora procuratore capo solo il 19 luglio 1992, ossia il giorno della sua morte. Secondo l’ex pm palermitano Alberto Di Pisa, Borsellino fu ucciso perché molti temevano l’indagine sul dossier “mafia e appalti”.

Indagine che ebbe una definizione quanto meno singolare. Dopo che lo stesso Di Pisa ne venne estromesso a seguito della falsa accusa di essere “il corvo” del Tribunale di Palermo, il fascicolo passò di mano in mano, sin quando, il 13 luglio 1992, gli allora sostituti procuratori Roberto Scarpinato e Guido Lo Forte ne chiesero l’archiviazione, vistata il 22 luglio dal procuratore capo Giammanco ed accolta acriticamente dal gip La Commare il successivo 14 agosto con un provvedimento di due righe su un modulo prestampato. Ma stando a quanto è emerso dalla desecretazione dell’audizione della sorella di Falcone il 31 luglio 1992 al CSM, Borsellino seguiva una pista che lo stava conducendo a svelare gli intrecci tra mafia, politica ed economia: “altro che Tangentopoli!” – avrebbe rivelato a Maria Falcone – “stiamo arrivando, state tranquilli”.

Ma forse qualcuno tanto tranquillo non era. E la “Trattativa Stato-mafia” a questo punto sembra davvero una falsa pista, o addirittura un “depistaggio” teso ad avvalorare la tesi “politica” di un coinvolgimento del centrodestra, il quale avrebbe negoziato un nuovo pactum sceleris con la mafia, subentrando alla vecchia classe politica collusa, che in Sicilia si riteneva riconducibile alla corrente democristiana guidata da Giulio Andreotti, non a caso messo sotto accusa da Gian Carlo Caselli non appena divenuto procuratore di Palermo. Mentre il dossier “mafia e appalti”, diversamente, sembrava puntare verso aziende di rilievo nazionale legate in primo luogo con le forze politiche dell’opposizione di sinistra, la quale si preparava ad assumere il governo del paese a seguito del ciclone di “Mani pulite” che aveva spazzato via la “prima repubblica”.

Quindi, questo “ricatto alla palermitana” riguarderebbe passaggi oscuri ed inquietanti che avrebbero caratterizzato le vicende giudiziarie palermitane in quegli anni decisivi per le sorti politiche dell’Italia, sicché dopo la catena dei magistrati uccisi (Terranova, Costa, Chinnici, Falcone e Borsellino) si sarebbe consolidato un sistema di ricatti incrociati e depistaggi la cui efficacia si riverbererebbe sino ai tempi odierni, con la conseguenza che le pagine dell’antimafia vergate in questo ultimo quarto di secolo sarebbero da riscrivere così come quelle sentenze, solo recentemente smentite, che avevano condannato gli innocenti e graziato i colpevoli. Ma i verbali desecretati delle audizioni al CSM del 1992 sono stati acquisiti dal procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, per l’accusa nel processo d’appello “Trattativa Stato-mafia”.

Toghe arrossite

di Salvatore Fiorentino © 2021

Quando il magistrato, specialmente chi esercita la funzione requirente, si erge a moralizzatore dei pubblici costumi si entra a pieno titolo nella zona di anomalia, perché si finisce presto per sconfinare nell’ambito di competenza dei ministri di culto, semmai della politica, con una violazione dello stato di diritto, in cui il potere giudiziario è indipendente e autonomo, ma anche separato dagli altri poteri che reggono l’edificio civile democratico. Una cosa è partecipare al dibattito pubblico sulla giustizia, incarnare i valori della legalità con l’esercizio esemplare del proprio ruolo, divulgare la cultura dei diritti civili e della giustizia sociale, altra è presumere di possedere una funzione “salvifica” e liberatoria rispetto ai mali della società, generalizzandoli e confinandoli entro la pertinenza di determinate categorie, quali “la politica” e persino “l’avvocatura”, in una visione manichea e poco rispondente alla complessità della realtà effettiva che si vorrebbe descrivere. Sicché, al di là delle battute di spirito e dei paradossi ad effetto (“rivolteremo l’Italia come un calzino”; “non ci sono innocenti, ma solo colpevoli ancora non scoperti”, “si rischia meno ad uccidere la moglie che a divorziare”), che si attagliano più ad un uomo politico ed ancor di più di spettacolo che ad un magistrato, traspare in alcuni esponenti togati, che hanno assunto de facto il ruolo di “opinion leader” per la notorietà cavalcata grazie ai casi eclatanti che hanno avuto modo di trattare, la radicata convinzione di dover esercitare un ruolo ultra partes, che eccede il potere conferito ad un soggetto reclutato per concorso.

Non può difatti negarsi, alla luce dell’esperienza e dei fatti ricorrenti alla ribalta delle cronache quotidiane, che la devianza sia un carattere genetico dell’essere umano e che pertanto attraversa trasversalmente tutte le sue attività private e pubbliche, non potendo quindi ritenersi che vi sia una categoria professionale o una parte politica che ne possa risultare esente o affetta in misura minore rispetto a tutte le altre. Così come non può esistere un “partito degli onesti”, non può esistere un’ordine professionale o un potere pubblico che sia di per sè depositario della “legalità”, della “verità” e della “giustizia”, a cui si tende semmai, senza mai realizzarle pienamente nell’imperfetto mondo reale, soltanto attraverso il confronto, dialettico e dialogico, tra le diverse visioni, anche contrapposte, i diversi contributi, anche inconciliabili, che sono portati dalla pluralità degli attori sociali. Ma la visione “giustizialista” non ha origini interne alla magistratura, provenendo da un preciso settore della sinistra culturale italiana, laddove il suo primario profeta ne fu quel “magistrato” prestato alla politica che risponde al nome di Luciano Violante (nomen omen), che completò questa sua visione estendendola nel settore, oggi controverso, dell’antimafia. Secondo Violante e il suo sodale e collega a Torino negli anni di piombo, Gian Carlo Caselli, legge e ordine sono sinonimi, condizione di progresso civile e politico, così come fare il magistrato e schierarsi a sinistra politicamente significa stare dalla parte della giustizia e della democrazia, minacciate dal potere, contribuendo a rimettere in carreggiata la storia.

Il vulnus di questa impostazione “parziale” si manifesta nel momento in cui è la sinistra a farsi potere, e soprattutto quando appare evidente la messa in pratica di malcelate idee e sfrontate azioni che neppure la destra avrebbe immaginato e creduto di poter affermare. Ed è in questo momento che magistrati onesti, capaci e idealisti come Gian Carlo Caselli restano spiazzati, perché in fondo traditi, come i cittadini, quel popolo in nome del quale si dovrebbe amministratre la Giustizia, dai loro stessi sodali e compagni, nel momento che questi ultimi, come ad esempio lo stesso Luciano Violante, diversamente onesti, capaci e idealisti, perché votati all’inseguimento, senza se e senza ma, di quel potere tanto agognato, imboccano la strada del compromesso, in nome di una “realpolitik”, altrimenti detta “equilibri di sistema”, che non è altro che la foglia di fico (in questo caso arrossita di vergogna) dietro la quale riparare, maldestramente e comunque senza troppi scrupoli. Ecco allora Caselli macerarsi ancora oggi, al processo d’appello sulla “Trattativa Stato-mafia”, sulla anomalia, enorme, della mancata perquisizione del covo di Totò Riina, oppure appligliarsi alla nostalgia della stagione di “Mani pulite”. Ma lo smentisce Nino Di Matteo all’inaugurazione dell’anno giudiziario a Palermo, quando afferma che la magistratura deve riconquistare la credibilità perduta. E di più lo smentisce la figura di Giovanni Salvi, neo procuratore generale presso la Cassazione, simbolo di una magistratura burocratica e autoreferenziale, quando rimbrotta chi chiede effettiva giustizia per le “vittime del dovere”.

(1 febbraio 2020)

DAVIGO, IL NUOVO “BERSAGLIO GROSSO”

di Gian Carlo Caselli

Gran parte della politica, in Italia, tende ad autoassolversi riducendo il cancro della corruzione sistemica a isolate performance di “mariuoli” o “sfigati” di poco conto. Un “revival” di tale tendenza è la campagna di rivisitazione del ruolo politico di Bettino Craxi. Molti ne sono i protagonisti e gli obiettivi. Fra questi la magistratura, in particolare Mani Pulite. Come ha osservato Barbara Spinelli su questo giornale, definire Craxi non “latitante” ma “esule” è come invalidare le sentenze, con effetti devastanti sulla legittimità del sistema giudiziario.

Circa 27 anni fa, la stagione di Mani Pulite segnò – per il nostro Paese – un forte recupero di legalità. Sembrava prevalere quell’Italia che le regole le vuole applicare in maniera eguale per tutti e non soltanto enunciarle. Poi invece ebbero il sopravvento l’indifferenza o l’ostilità verso chi dall’interno dello Stato cerca di garantire la legalità. Di qui gli attacchi – tra l’altro – alle pretese invasioni di campo dei giudici. Con esiti perversi, perché mettere sotto accusa i magistrati, invece dei corrotti e collusi, comporta per costoro una minore fatica nel ricostruire le fortificazioni sbrecciate dalle inchieste. Esemplare, in questo percorso, è stato l’uso cinico del termine “giustizialismo”. Parola un tempo sconosciuta nel lessico giudiziario; poi introdottavi con la precisa finalità mediatica di diffondere pretestuosamente l’idea di un uso scorretto della giustizia, costringendo il dibattito a partire da una sorta di verità rovesciata; ormai adoperata con la stessa intensità dei “tackle” nelle peggiori partite di calcio, fino a farne un cardine della propaganda ingannevole basata sulla ripetizione assillante che alla fine fa sembrare veri anche i falsi grossolani.

Nei confronti della magistratura questa tecnica è stata applicata in modo implacabile da Silvio Berlusconi. Le indagini milanesi sulla corruzione erano per lui “del tutto estranee a uno Stato di diritto, sintomi di faziosità eretta a regime giudiziario e di una gestione accanita e politicizzata della giustizia penale”. A seguire, ci fu la proposta di una Commissione parlamentare d’inchiesta per “accertare se ha operato nel nostro Paese un’associazione a delinquere con fini eversivi, costituita da una parte della magistratura” (così il portavoce di Forza Italia, on. Bondi). Senza negarsi proteste di piazza contro i giudici “scomodi”, con manifesti osceni tipo “fuori le Br dalle procure”. Portando ai livelli di guardia la compatibilità con le regole di convivenza istituzionale proprie di un sistema democratico.

Oggi – si direbbe – l’insofferenza verso la magistratura registra, dopo la stagione dell’esuberanza (?) berlusconiana, un’inedita declinazione, il cui “bersaglio grosso” è un singolo magistrato: Piercamillo Davigo, il “dottor sottile” di Mani Pulite, componente del Csm, spesso chiamato dai media a intervenire sui problemi della giustizia e del processo, da ultimo il tema della prescrizione. Con un linguaggio non felpato, mai in “giuridichese”, ma chiaro e netto (perciò temuto da chi preferisce le cortine fumogene), Davigo usa prendere posizioni argomentate e graffianti. Dissentire anche con vigore è ben possibile. Ci mancherebbe. Ma gli avvocati sono andati oltre. Quelli di Torino, Lanusei e Reggio Emilia hanno chiesto per Davigo sanzioni disciplinari; quelli di Milano che non possa partecipare alla cerimonia di inaugurazione dell’Anno Giudiziario di sabato prossimo per la quale è stato designato dal Csm. Il “capo d’accusa” degli avvocati è tuono e tempesta: magistrato “accecato da visioni giustizialiste”, colpevole di “un violentissimo attacco allo Stato di diritto”, che nega i “fondamentali principi costituzionali del giusto processo, della presunzione di innocenza e del ruolo dell’avvocato nel processo penale”.

In realtà quelle di Davigo sono idee e proposte tecniche sempre motivate, non comprimibili nel perimetro di antichi slogan a effetto. In ogni caso, le gravi difficoltà della stagione che stiamo vivendo non consentono il lusso del silenzio. Altrimenti, mentre tutti parlano di giustizia, sarebbero solo i magistrati a non poterlo fare. Assurdo: come pretendere che i medici non parlino di sanità o i giornalisti di informazione. La speranza, dunque, è che la furia degli avvocati (i “principi” del contraddittorio) si plachi, recuperando le forme di un articolato confronto. Così da respingere ogni atteggiamento che possa essere letto come pericoloso per la libera manifestazione del pensiero.

[articolo apparso su “Il Fatto Quotidiano”, 31 gennaio 2020]

I “Cappuccetto Rosso” dell’antimafia

di Salvatore Fiorentino © 2021

L’antimafia non smette di stupire. Dopo lo scontro tra Claudio Fava e Giuseppe Lumia, per lo più condotto con il primo a testa alta e ben visibile e con il secondo nell’ombra a tirare i fili delle controfigure cresciute alla sua corte, si assiste alla discesa in campo dei “Cappuccetto Rosso” dell’antimafia, che vorrebbero convincere l’opinione pubblica che la Nonna (l’ex senatore Lumia) non è assolutamente quel lupo che il Cacciatore (il presidente della Commissione regionale antimafia Fava) vorrebbe smascherare una volta per tutte.

Sappiamo che è più facile ingannare l’audience piuttosto che convincerla che è stata ingannata, ed è per questo che gran parte del cosiddetto “popolo antimafia”, che nutre un sincero e genuino animo legalitario, viene fuorviato, dando credito a chi non lo merita. Eppure basterebbe leggere, con attenzione e senza pregiudizi, le relazioni della Commissione regionale antimafia per capire, senza che possano residuare dubbi, come l’antimafia dei Montante e dei Lumia sia non altro che una gigantesca messa in scena.

Superfluo spiegarlo per Montante (i procedimenti giudiziari parlano da soli), necessario farlo invece per Lumia, dato che l’ex senatore antimafia, ad oggi, seppur sodale di Montante, non è stato oggetto dell’interesse di alcuna delle procure della repubblica isolane. Quale contributo abbia dato Lumia alla lotta alla mafia, dopo venticinque anni di militanza nella Commissione nazionale antimafia, non lo ha ancora capito nessuno. E non è possibile criticarlo, giammai attaccarlo, altrimenti si rischia di essere associati al boss di turno.

(3 ottobre 2020)

IL PARADOSSO DEL BOSS ATTANASIO CHE PLAUDE ALL’ ANTIMAFIA DI FAVA

di Fabio Repici

Era chiaro a tutti che il gigantesco testacoda sarebbe arrivato. Solo stupidi e disonesti potevano far finta di non accorgersi di ciò che stava accadendo. E, alla fine, il disastro è arrivato.
È sempre fuori da ogni galateo citare sé stessi, ma non posso evitarlo, per dimostrare che l’avviso, per i presunti distratti, era già stato lanciato. Io personalmente ne avevo scritto sei mesi fa, in un pezzo (“Il senso di Ventura Mary per Paolo Borrometi”) nel quale avevo rilevato una inedita fenomenologia culturale: in quell’antro infernale denominato Facebook, le prese di posizione del presidente della commissione antimafia regionale Claudio Fava, rilanciate da un avvocato di Scicli a nome Bartolo Iacono, erano sostenute con gioia sconfinante nel tripudio (e nell’odio, pericoloso e sguaiato, verso Paolo Borrometi) da parenti e amici di mafiosi di Vittoria.

Ma quello era niente, rispetto allo spettacolo che ha fatto irruzione sulla scena pubblica qualche giorno fa. La notizia ci è arrivata dalla testata online siracusana «Diario1984», fondata e diretta da Pino Guastella. Poiché l’informazione era molto peggio che clamorosa e poiché la fonte era molto più che scivolosa (Pino Guastella fu arrestato a febbraio 2018 e poi rinviato a giudizio, attualmente in corso, per associazione a delinquere insieme agli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore, al magistrato Giancarlo Longo, al faccendiere Alessandro Ferraro e al prestanome Davide Venezia per i fatti del cosiddetto “sistema Siracusa”; secondo la D.d.a. di Messina, Guastella col suo giornale conduceva, pagato da Amara, campagne diffamatorie contro pubblici ministeri che Amara non era riuscito a comprare, come Marco Bisogni e Tommaso Pagano), ho aspettato due giorni in attesa di una rettifica, una smentita, un minimo alito di contrarietà. E invece niente.

L’articolo pubblicato l’1 ottobre dal giornale di Guastella ha questo titolo: «La Repubblica gli arriva senza le tre pagine dell’articolo “Fu davvero mafia?”: esposto di Attanasio».
Il protagonista della storia si chiama Alessio Attanasio, capo del clan mafioso Bottaro-Attanasio imperante a Siracusa. Per il momento risiede al carcere di Tolmezzo al 41-bis. Insomma, un boss pericolosissimo ritenuto responsabile, oltre che di mafia, di omicidi, estorsioni e altro. Il giornale di Guastella ci informa che Attanasio «ha presentato un esposto alla Procura della Repubblica di Udine e al Tribunale di Sorveglianza di Trieste contro la Direzione della Casa Circondariale di Tolmezzo per aver sottratto le pagine 19-20-21 del quotidiano La Repubblica nelle quali si parla del presunto attentato compiuto ai danni del presidente del parco dei Nebrodi Giuseppe Antoci», come tutti sanno firmato da Attilio Bolzoni in un’inchiesta coordinata e firmata anche da Carlo Bonini. «Diario1984» aggiunge che Attanasio aveva già protestato per il divieto posto dalla direzione del carcere alla ricezione dell’articolo di Bolzoni e che il magistrato di sorveglianza di Udine gli aveva pure dato ragione. Ma nonostante ciò la sua ansia di lettore era rimasta frustrata.

Ora, tutti sappiamo cosa fosse quell’articolo: l’ennesima ricostruzione peggio che malevola sull’attentato compiuto ai danni di Giuseppe Antoci nella notte del 18 maggio 2016, con l’ennesima riproposizione delle teorie della Commissione regionale antimafia presieduta da Claudio Fava, secondo cui quell’attentato potrebbe essere stato una vera e propria «messinscena» nel quadro di un’orditura politica (e certo non un attentato di mafia), con l’aggiunta di grossissime defaillance degli investigatori e della D.d.a. di Messina tutte utili a non disvelare la «messinscena». L’articolo di Bolzoni, cioè, riproduceva, e condivideva con trasporto morale, il contenuto della relazione che sull’attentato ai danni di Antoci la commissione presieduta da Fava licenziò il 2 ottobre 2019, giusto l’anno scorso, in una data in cui altri rivolgevano il pensiero alla memoria di Adolfo Parmaliana.

Quindi, il capomafia Attanasio, detenuto al 41-bis a Tolmezzo, bramava di leggere il reportage di Bolzoni. Del resto, il boss è già dottore e in procinto di prendere la seconda laurea. Ovvio che apprezzi le buone letture. E Bolzoni, indiscutibilmente, è una penna raffinatissima. Ergo, era ingiusta, anche perché Attanasio non aveva alcun divieto in proposito, la decisione della direzione di impedirgli quella lettura con la motivazione che «nell’articolo con il titolo “Fu davvero mafia?” si riportano “informazioni di cronaca giudiziaria e di cronaca nera della regione siciliana riguardante un agguato mafioso, utili al fine di conoscere lo stato dei rapporti tra clan di stampo mafioso nel territorio di provenienza del detenuto”».

Quel che ho dovuto rileggere più volte per convincermi di non avere le traveggole è il testo dell’esposto del boss contro la direzione del carcere, riportato fra virgolette da Guastella: «contrariamente a quanto asserisce la Direzione del carcere, in quelle tre pagine si parla di episodi inquietanti che di certo non hanno nulla a che fare con la mafia e del fatto che la Sicilia, dopo le stragi, è prigioniera di una grande impostura, c’è un’Antimafia fasulla e pericolosa rappresentata da Confindustria che è già finita nelle indagini della procura e della squadra mobile di Caltanissetta, c’è un sistema di potere marcio alla Regione, ci sono interessi colossali per lo smaltimento dei rifiuti. Si fa riferimento in particolare alla messinscena, al finto attentato del 17 maggio 2016 ai danni del presidente del parco dei Nebrodi Giuseppe Antoci, nominato nel giugno 2013 da Rosario Crocetta, il governatore della Sicilia invischiato nelle scorrerie del vicepresidente nazionale di Confindustria Antonello Montante condannato nel 2018 a quattordici anni per associazione a delinquere insieme a esponenti dei servizi segreti e poliziotti, così come accertato dal Commissariato di Barcellona Pozzo di Gotto e dalla Commissione parlamentare antimafia siciliana presieduta da Claudio Fava il quale afferma “su quella vicenda abbiamo avuto conferma che non si è trattato di un atto di mafia da fonti giudiziarie assolutamente attendibili attraverso conferme dirette o indirette di magistrati”».

Sì, il boss di Siracusa parla col verbo di Claudio Fava. E qui viene pure spontaneo chiedersi per quale motivo sia stato fatto il ricorso per avere quell’articolo se Attanasio lo ricorda a memoria fin nei dettagli: misteri del 41-bis. Schematizzando senza alcun commento, nel pensiero del capomafia Alessio Attanasio i cattivi sono, nell’ordine, «l’Antimafia fasulla e pericolosa» (sbizzarritevi sui nomi), Giuseppe Antoci, Rosario Crocetta, Antonello Montante ed esponenti dei servizi segreti e poliziotti a lui legati, mentre i buoni sono Attilio Bolzoni, Claudio Fava, la Procura di Caltanissetta, la Squadra mobile di Caltanissetta, il Commissariato di pubblica sicurezza di Barcellona Pozzo di Gotto (ovviamente, quando era diretto dal vicequestore, ora avvocato, Mario Ceraolo) e la Commissione regionale antimafia.

Cioè: Attanasio, capomafia, disprezza «l’Antimafia fasulla e pericolosa» e ammira, aggiungerei io, «l’Antimafia veridica e benefica» rappresentata dalla Commissione antimafia presieduta da Claudio Fava.
La mafia che plaude all’Antimafia (quella buona, ça va sans dire). Ci sarebbe voluto Umberto Eco per commentare questa fenomenologia, emersa in questi tempi cupi da Sicilian Tabloid.
Ma, in questo impazzimento generale, molto più banalmente, rispetto alle riflessioni che avrebbe fatto Eco, mi pongo due domande: 1. C’è qualcuno che ancora può far finta di non vedere ciò che accade sotto gli occhi di tutti? 2. C’è qualcuno che inizia a provare almeno un po’ di vergogna?

[articolo apparso su “Stampalibera.it”, 3 ottobre 2020]

(POST)

di Paolo Borrometi

In questi mesi sono stato insultato, offeso, diffamato. Mi è stato detto di tutto.
Non potendo riuscire a smontare ciò che ho scritto nei miei articoli in tutti questi anni, hanno tentato la via della delegittimazione. Strategia purtroppo molto conosciuta in Sicilia, quella del discredito per sporcare l’immagine di una persona.
È stato difficile, anzi difficilissimo, rimanere in silenzio ma il mio rispetto per gli inquirenti (ai quali ho subito denunciato) è massimo. Adesso finalmente posso parlare.
Nei giorni scorsi, infatti, sono stato sentito dal Consiglio di disciplina dei giornalisti e ho fornito prova documentale incontrovertibile che il famoso “appello” contro lo scioglimento di Scicli fu pubblicato il 15 marzo 2015.

Il sito, appena prima della mia audizione in Commissione antimafia regionale siciliana, ha subìto un gravissimo hackeraggio (anzi molto di più e ancora in corso) finalizzato a far credere che io avessi retrodatato quella pubblicazione.
Quindi che fossi un imbroglione.
Volete sapere come si confeziona una trappola?
Si entra illegalmente in un sito, si prende un articolo del 2015 e lo si elimina. A quel punto se ne crea un altro, di contenuto identico a quello eliminato, e lo si pubblica nel 2020, ma con data 2015 in modo da farmi passare per un imbroglione.
Sembra facile, ma servono mani esperte.

Ovviamente tutto provato, e non solo questo, e documentato al Consiglio di disciplina e denunciato agli inquirenti, che spero individuino presto (e puniscano duramente) i responsabili.
Tutto ben studiato, tutto perfetto. Così anche la Commissione antimafia siciliana è caduta in questa trappola.
Una vicenda terrificante. Hanno tentato di distruggere me e prendere per fessi tutti!
Fatto sta che, come dissi nell’immediatezza, io quell’articolo lo avevo pubblicato senza ombra di dubbio.
Ho basato tutta la mia vita sulla credibilità, tutta. E non avrei permesso a nessuno di sporcarla.
La mia faccia è una e una sola. Non si scherza con la vita delle persone.
Grazie per essermi stati accanto, può servire tempo, ma la verità arriva sempre!

[post pubblicato sul profilo Facebook di Paolo Borrometi, 25 settembre 2020]

Il regime democratico

di Salvatore Fiorentino © 2021

Vedere e sentire nel 2020 – appena due anni dopo le elezioni del “cambiamento” – che esponenti del M5S propugnino qualcosa che assomiglia pericolosamente ad una fusione politica di fatto con il PD, sorprende, ma non troppo. Soprattutto dopo l’inarrestabile dilapidazione del patrimonio di consensi elettorali raggiunto con il 33% alle consultazioni politiche e, conseguentemente, l’accesso alle stanze del governo del Paese. Eppure il vate e garante della dottrina pentastellata, Beppe Grillo, lo aveva annunciato urbi et orbi nel momento che impresse la nuova rotta dopo la caduta del “Conte I”: il futuro è in un progetto comune con la “gioventù democratica”, a cui si era appellato con un accorato videomessaggio.

Una gioventù che si immaginava casta e pura rispetto ai peccati originali di un partito nato in laboratorio, da un innesto forzato tra ex democristiani ed ex comunisti, sicché con la nuova linfa grillina si sarebbe potuto andare lontano, volare alto e progettare il futuro. In questa visione aulica e progressista si prevedeva che il M5S si sarebbe dovuto “biodegradare”, come un sacchetto della spesa (in questo caso contenitore di milioni e milioni di voti di protesta ed incipiente ribellione popolare) che avesse esaurito la sua funzione strumentale. Sicché in tempi di cupio dissolvi, tra espulsioni e defezioni, capi politici azzoppati e aspiranti leader della rinascita che non verrà, si salva solo chi ha seguito un percorso indipendente.

Se questo doveva essere il traguardo, allora si può dire che la partenza fu davvero una comica. Che come tutte le farse ha un risvolto tragico oltre a quello grottesco, oggi rappresentato dalla instaurazione di un “regime democratico”, bloccato e senza anima, dal quale al più attendersi una buona amministrazione dei beni pubblici, ma che non potrà mai avere spessore politico. Soprattutto con un parlamento amputato per saziare furbescamente le folle inferocite, distratte dalla consapevolezza di essere state defraudate dal diritto di scegliere i propri rappresentanti, “deputati” a scrivere le leggi che hanno diretta ricaduta sulla vita dei cittadini, dai diritti fondamentali sino agli aspetti più banali e persino inutili.

Un regime che, come la ormai deflagrata autodelegittimazione della magistratura ha mostrato, non dispone di minimi contrappesi né di anticorpi che lo possano bilanciare a salvaguardia dei diritti di chi è tenuto a rispettarne le regole a pena di sanzioni civili, amministrative e penali. Il che appare evidente nel momento che persino gli organi di informazione sedicenti illuminati e democratici, sia privati (si fa per dire) che pubblici (si fa ancora per dire), non fanno altro che, per un verso, attaccare a testa bassa gli spaventapasseri delle “destre” e, per altro verso, strimpellare improbabili laudatio all’indirizzo delle magnifiche sorti e progressive di questo regime dipinto come il migliore dei mondi possibili.

Perché come insegnava qualcuno che passava per caso, non c’è peggior dittatura di quella in cui i cittadini siano indotti a credersi liberi. Liberi di sottostare alle mille facce di un solo potere, liberi di essere derubati quotidianamente del loro tempo, della loro vita, della loro libertà. Liberi di essere raggirati da una giustizia progettata a tavolino per non funzionare, perché si perpetui la millenaria legge del più forte, dove la regola si applica implacabilmente per colpire il povero e il debole, il più delle volte indotto se non costretto a delinquere da uno Stato che ha generato e legittimato periferie materiali e culturali aberranti e criminogene, disparità ed ingiustizie sociali abissali. Mentre la stessa legge si addomestica per i potenti.

(2 ottobre 2020)

Conte è la fine del MoVimento

di Salvatore Fiorentino © 2021

Ma chi ha deciso che l’ex premier Conte dovesse assumere i panni non solo del leader di quello che sarà il M5S, ma persino i poteri del rifondatore? Il popolo pentestellato? Il voto degli iscritti sulla piattaforma (che sarà rottamata) Rousseau? Il vate padre-padrone Grillo? I parlamentari? Gli amministratori locali? Il partito democratico? I servizi segreti? Putin? Biden? Non è dato saperlo, con molte scuse a quella trasparenza tanto invocata, ma sulla carta, così come sulla carta rimangono i principi, troppi e persino ovvi, sino al punto che chi ascolta ha la sgradevole sensazione di essere preso in giro: chi mai oggi (ri)fonderebbe un partito – o movimento – violando i diritti della persona, dei lavoratori e dell’ambiente? Conte ci garantisce che il “neo-movimento” li rispetterà. Ma davvero? Eccola qui la rivoluzione che mancava.

Se questo è l’inizio, allora somiglia alla fine. Del Movimento che fu, con tutti i suoi pregi e difetti, quello che raggiunse nel 2018 il traguardo del 33%, seminando il panico nell’establishment, presidente della repubblica compreso, che difatti cercò di ostacolare il governo “politico” a guida pentastellata, con un incarico già pronto per il tecnico di fiducia Cottarelli, poi sfumato perché era davvero troppo persino per una repubblica malandata come quella italiana. E Mattarella al suono della parola “impeachment”, giustamente pronunciata da Di Maio, fu costretto ad una ritirata strategica, accontentandosi di incassare l’estromissione del ministro designato Savona, ritenuto troppo “anti-europeista”, il che ha comunque lasciato una macchia sulla formazione del governo “giallo-verde” ed ingenerato pesanti sospetti sulla sua fine prematura.

E’ difatti probabile che Matteo Salvini sia stato minacciato, perché si addivenisse alla transizione “democratica” del governo “giallo-rosa” con dentro il Partito Democratico al posto della Lega, dato che il primo deve sempre governare anche se perde le elezioni. Ma con il governo Draghi e la (ri)fondazione del M5S affidata all’ex premier, si chiude il cerchio della restaurazione sempre “democratica”, a cui lo stesso Grillo ha dovuto soggiacere, verosimilmente anch’egli minacciato, ora nelle mani della regia professorale del duo elitario Letta-Conte, dalla facciata rassicurante e serena, garantista dei diritti delle donne, dei lavoratori, dell’ambiente, che fa tanto “left & green washing”, salvo poi flirtare con i capitalisti d’accatto d’italica specie, quali i Benetton, i De Benedetti, per tacere dei parvenu alla Cairo e dei loro giornalari cantori de “La 7”.

Nella video conferenza, Conte ha ammonito chiaramente che adesso cambierà tutto. Come a dire che finora si è scherzato e che adesso si inizia a fare sul serio. Non si tratterà di un restyling, ma di una pesante ristrutturazione dalle fondamenta. D’ora innanzi sarà richiesta non solo l’onestà, ma soprattutto competenza e capacità per assumere incarichi rilevanti nell’amministrazione pubblica. “Bibitari” e “cuori di panna” sono avvisati. E non basterà più saper scaldare le piazze con slogan colorati, ma sarà necessario mettere in pratica una cultura di governo secondo una precisa collocazione politica nel centrosinistra, superando l’approccio a-ideologico che era uno dei tratti genetici del M5S, né di destra né di sinistra. Appare quindi evidente che il M5S alla fine sia servito per raccogliere il voto di protesta e riportarlo in dote all’esangue PD.

Ma la parte meno credibile del discorso di Conte è quella – non nuova per una formazione politica che si proclama a difesa delle fasce deboli, ma che è guidata da intellettuali borghesi – in cui si evidenzia come l’afflato socialista sia solo una posa culturale esibita e non il portato di un vissuto effettivo, il che non potrà che condurre, come si è sino ad oggi verificato, ad una frustrazione degli obiettivi tanto enfaticamente e genericamente proclamati, ossia quelli di una società più equa e solidale, più rispettosa dell’ambiente e dei diritti civili, che metta al bando le discriminazioni di ogni sorta. Non basta enunciare le transizioni ecologiche e digitali, né prospettare un nuovo statuto dei lavoratori o una carta dei diritti degli imprenditori, per dare corpo ad un cambiamento epocale. Che difatti non si intravede all’orizzonte.

Condominio Salvi

di Salvatore Fiorentino © 2021

Sino ad oggi era noto che la moglie di Cesare dovesse essere sempre al di sopra di ogni sospetto. Tuttavia, i tempi cambiano e la democrazia si è trasferita dal suo luogo elettivo, la piazza (ἀγορά), al cortile, quello tipico di un condominio litigioso. Così le cronache ci dicono che la moglie del procuratore generale presso la Corte di Cassazione (ossia la carica apicale della magistratura requirente italiana), membro di diritto del C.S.M., abbia segnalato all’augusto consorte che un componente laico dello stesso C.S.M. si recava presso l’avvocato difensore di Luca Palamara il giorno prima dell’audizione dello stesso, sempre presso il C.S.M., dato che lo aveva visto varcare il portone del condominio, altrettanto augusto, dove risiede il sommo procuratore e ha – ironia della malasorte – sede lo studio legale del difensore del disgraziato Palamara.

Sicché il procuratore generale (Giovanni Salvi) – colui che per sua stessa ammissione era commensale abituale (ma solo di giorno) di Luca Lotti e che secondo Palamara avrebbe invitato quest’ultimo su una lussuosa terrazza romana (sempre alla luce del sole) per “autopromuoversi” alla carica di vertice che poi conseguirà – avrebbe trasmesso la segnalazione “condominiale” raccolta sull’anomalo comportamento di quel consigliere laico (tale avvocato Alessio Lanzi, quotato Forza Italia) nientemeno che al Comitato di presidenza del C.S.M. di cui fa parte insieme al vicepresidente Erminio Legnini e al primo presidente della Corte di Cassazione Pietro Curzio. Da qui sarebbe originata la richiesta di due consigliere togate del C.S.M. (una della corrente di sinistra a cui afferisce Salvi, l’altra davighiana) di allontanare il “reo” Lanzi.

Nulla questio, invece, per gli altri togati della prima commissione, che hanno ritenuto irrilevante la “visita” del consigliere laico presso lo studio del difensore di Palamara, potendo quindi questi ben partecipare all’audizione (in quanto libera e non assistita dal difensore) dell’ex potente collettore delle “autopromozioni” togate, solo di recente “legalizzate” grazie a una direttiva – invero contestata da una parte ancorché minoritaria della magistratura che invoca rotazioni e sorteggi in luogo di cordate e cooptazioni correntizie – adottata dallo stesso procuratore generale Salvi. E quale sia l’effettivo conflitto di interessi non è ora chiaro: perché se Salvi lo ravvisa – grazie alla vigile consorte – a carico del consigliere laico Lanzi, non v’è chi non veda quello che in questa vicenda condominiale sembra rivoltarsi contro l’accusatore in ermellino.

Fatto sta che il buon Lanzi, vista l’aria sinistra (in ogni senso) che tirava, chiedeva di transitare verso i più tranquilli (per ora) lidi della quinta commissione del C.S.M., ben consapevole che ogni conflitto contro la corrente progressista togata è battaglia persa in partenza (soprattutto per uno che porta lo stigma di Forza Italia), dato che questa è dominante nelle scelte e, soprattutto, nelle procure della repubblica che contano, con buona pace dei davighiani che ancora credono che far prevalere l’onestà sia facile come rivoltare un calzino, strumentalizzati senza che neppure se ne rendano conto, così sono candidi. Del resto la condomina in fabula non sarà la moglie di Cesare, ma la cognata si, visto che l’altro Salvi, quello che succedette nientemeno che a Luciano Violante nel dipartimento giustizia del PCI-PDS-DS, è il fratello di Giovanni.

Che le sorti della democrazia, con la cacciata condominiale dell’incauto consigliere laico del C.S.M., avvocato di fede berlusconiana, fossero salvate (nomen omen) dalla cognata di Cesare (Salvi) non lo potevano prevedere neppure i migliori aruspici latini. Così, chiuso l’incidente di percorso accaduto con Palamara, che era riuscito nel colpaccio di escludere la corrente di sinistra delle toghe dalle cariche romane di vertice della magistratura, la giustizia democratica può riprendere il suo corso, con il procuratore di Palermo – che mira a subentrare al vacillante Prestipino travolto dai ricorsi amministrativi – ormai votato alla caccia del leader leghista Matteo Salvini, mentre il procuratore di Milano bracca il presidente (sempre leghista) della regione Lombardia Fontana, in un revival di “mani pulite” di cui si sentiva la nostalgia.

Così parlò Montante

di Salvatore Fiorentino © 2021

Se Calogero Antonio Montante fosse difeso da un avvocato diverso dal professor Taormina, forse saremmo giunti ad una svolta, dopo anni di sabbie mobili. E non solo per gli esiti delle vicende giudiziarie che hanno travolto l’ex paladino dell’antimafia, ma per le stesse sorti di tutto il vasto schieramento “antimafia”, quello delle carriere coltivate sul terreno della fertile eredità lasciata da chi è caduto sul campo di battaglia. Perché adesso l’avvocato del costruttore di biciclette in fabula ha imprudentemente dichiarato che Montante “parlerà”. Sicché, sempre a suo dire, può iniziare a tremare l’Italia, quella della legalità apparente, double face, che è evidentemente trasversale, attraversando la magistratura, la politica, le istituzioni, il mondo delle imprese e della finanza e quello connesso della comunicazione, sino al terminale ultimo delle mafie.

E’ difatti del tutto evidente che chi sia depositario di incofessabili segreti (di Stato), se intendesse davero rivelarli in tutto o in parte non lo anticiperebbe, dovendo ragionevolmente temere quanto meno per la sua incolumità. Sembra quindi un espediente, neppure tanto originale (si pensi al dico non dico di Graviano, risoltosi nel nulla di fatto), per tentare di suggestionare chi in alto loco lo ha designato come capro espiatorio, anello debole da sganciare per rinsaldare quella catena di poteri che lo hanno utilizzato come front man della legalità esibita e funzionale alla copertura di condotte tutt’altro che lecite e antimafiose, com’è sinora emerso solo in parte. Poco più che un tentativo, disperato, per ottenere qualche vantaggio personale che però potrebbe tradursi in un clamoroso boomerang.

Ma di cosa e di chi Montante dovrebbe parlare? Quale il suo primo argomento e quale il protagonista del suo racconto? Tutti si aspettano che parli del suo “padrino politico”, l’ex senatore antimafioso Giuseppe Lumia, che ha incarnato la quintessenza dell’antimafia politica da un quarto di secolo, dal post stragi degli anni ’90 ad oggi. Ed in effetti Montante aveva già iniziato a parlare di Lumia in un interrogatorio in carcere, quando riferì di una cena a Palermo a cui fu invitato proprio da Lumia. Durante il convivio l’ex senatore avrebbe caldeggiato la nomina al vertice dell’IAS (Industria acqua siracusana) della moglie dell’allora capocentro DIA a Palermo, un colonnello dei Carabinieri già comandante provinciale, poi arrestato perché ritenuto una delle “talpe” di Montante, coinvolto nel filone bis dell’indagine svolta dalla procura di Caltanissetta.

Mentre Lumia risulta coinvolto nel filone ter, sempre a Caltanissetta, il cui esito resta ad oggi un mistero, a parte le anticipazioni che fanno trapelare l’ipotesi di una archiviazione. Che probabilmente non potrebbe concretizzarsi se Montante decidesse di rivelare tutto ciò che sa, dato che, come è emerso dagli atti della Commissione regionale antimafia presieduta da Claudio Fava, l’ex senatore del Megafono e del PD è stato un protagonista della stagione dell’antimafia di Montante, specialmente al tempo del governo Crocetta, di cui era il regista politico. Per cui, se Crocetta e Montante, oltre ad alcuni assessori di fiducia di quest’ultimo, sono stati travolti dalle accuse dei pm, appare verosimile che queste accuse possano lambire se non coinvolgere anche l’ex senatore di Termini Imerese, già componente della Commissione antimafia nazionale.

Ma Lumia, probabilmente, non sarebbe il principale argomento di Montante. Il quale sembra custodire segreti che se rivelati potrebbero portare ad una radicale revisione di ciò che è stato e che si crede sia stato il movimento antimafia, dal post stragi dei ’90 ad oggi, tra associazionismo, società civile, magistratura, politica e istituzioni. La sensazione è che le prime maschere a cadere sarebbero quelle dei non pochi magistrati siciliani, per lo più requirenti, che hanno intrattenuto rapporti più che istituzionali con Montante (e quindi con Lumia), nel sodalizio del fronte “antimafia”. Magistrati che hanno fatto carriera talvolta asserendo di essere gli eredi di Falcone e Borsellino, o quanto meno di averci provato. Magistrati che, tuttavia, hanno dato un contributo più che altro narrativo e commemorativo, che talvolta si è rivelato autocelebrativo.

Cassazione siciliana

di Salvatore Fiorentino © 2021

Dalla cassata alla cassazione il passo è breve. Si tratta di un trionfo di bontà, di origini arabe, che rappresenta il tripudio delle fragranze zuccherine ed aromi esotici sedimentati in terra di Sicilia. La cassata è il terzo grado della pasticceria, inappellabile, così come lo sono di fatto certe archiviazioni siciliane intinte nello zucchero e miele, con sentori speziati indescrivibili. Una specialità che tutto il mondo ci può a buon diritto (la parola cade non a caso) invidiare. Resteranno quindi delusi il presidente della regione che diventerà bellissima e il suo assessore lombardiano che fa rima con maramao, i quali avevano proposto l’istituzione di una sezione della Suprema Corte a Palermo, in un rigurgito di orgoglio real borbonico.

Perché oggi rivive nei fatti la vecchia istituzione che fu avviata nel 1819 e che sino al 1923 ebbe competenze anche in materia disciplinare su tutta la magistratura dell’Isola. Ne dà conto il marchese Leopoldo De Gregorio in un accorato discorso di commiato pronunciato nell’ultima udienza tenutasi il 27 ottobre 1923 a Palermo, nella storica sede di palazzo dei Chiaramonti. La cassazione di ogni speranza di cambiamento, di rinascita etica che non sia quella che serve alle élites per nobilitare le trame di potere torbido e talvolta occulto, quella che viene sbandierata da questa e da quella formazione politica che si presenta sulle ali dell’onestà, ma che a furia di declamarla vanamente la immola sull’altare dell’ipocrisia.

E se da Milano giungeva l’eco sordo delle grida spagnolesche (“resistere, resistere, resistere”), in terra di Sicilia risuonavano ben altre flautate e pastorali melodie (“archiviare, archiviare, archiviare”). Sicché questa dicotomia si leggeva in modo eclatante negli esiti giudiziari del lavoro investigativo del carabiniere per eccellenza, Carlo Alberto Dalla Chiesa, con il debellamento del terrorismo politico per un verso e l’annientamento professionale e umano di chi fu mandato a combattere disarmato la mafia politica, dal primo incarico presso la compagnia di Corleone nel 1949 sino alla conclusione tragica dei cento giorni a Palermo. Consentendo ad un misero mafioso come Leggio di intestarsi l’uccisione di Cesare Terranova.

Mafia e appalti. L’archiviazione del poderoso dossier che inquietava la politica italiana ad altissimi livelli, minacciando di fatto il programma che si era deciso nelle alte sfere del potere extranazionale, ossia di condurre per mani (pulite) gli eredi del PCI al governo del Paese, è forse la prima, ma non certo l’ultima, pietra miliare della “cassazione siciliana” dei tempi recenti. Porta la firma di due sostituti procuratori palermitani che faranno carriera, Scarpinato e Lo Forte, e viene accolta “burocraticamente” (su un modello prestampato di una pagina), con una acritica adesione (in due righe) alle tesi della procura, dal gip La Commare. Scarpinato si ripeterà con la monumentale richiesta di archiviazione “Sistemi criminali”.

Alla corte di Montante. Il 19 luglio 2012 l’allora procuratore generale di Caltanissetta, Roberto Scarpinato, dal palco delle commemorazioni della strage di via D’Amelio, pronuncia una lettera ideale a Paolo Borsellino, puntando il dito contro i “sepolcri imbiancati”. Ne scaturisce un procedimento disciplinare proprio nel momento in cui Scarpinato è in corsa per il posto di procuratore generale di Palermo, il più prestigioso per la magistratura requirente siciliana. Qualche anno dopo, nell’indagine sul cosiddetto “sistema Montante”, emerge una richiesta di “raccomandazione” di Scarpinato a Montante, sia per il procedimento disciplinare che per l’agognata promozione. Ma l’indagine penale verrà archiviata a Catania.

(13 settembre 2020)

Magistratura infetta

di Salvatore Fiorentino © 2021

Il 2020 sarà ricordato non solo per la pandemia da “Coronavirus”, ma anche per l’apertura (molto parziale e con repentina tombatura, almeno per adesso) del più classico dei vasi di Pandora, quello della vera natura della magistratura italiana, scopertasi ben distante dall’immagine idilliaca che si era cristallizzata, e successivamente incrinata, con la “gloriosa” stagione di “mani pulite” per un verso, e per altro con la “epica” narrazione della “antimafia”. Con il risultato che le logiche “corruttive” e quelle “mafiose” hanno finito per infettare il corpo di una istituzione che sarebbe deputata a debellare queste endemie ormai pressoché inestirpabili dal tessuto della società, con l’aggravante che nessuno ne ricerca il vaccino. Anzi.

Si cerca di bloccare in tutti i modi chi vorrebbe fare pulizia tra le toghe, chi vorrebbe ripristinare lo stato di diritto non solo nella forma ma prima di tutto nella sostanza, perché la giustizia sia un servizio per i cittadini e non un potere autoreferenziale che può permettersi impunemente arbitrii e stravolgimenti tanto della lettera quanto dello spirito della “legge”. In parte ciò è stato ed è tutt’oggi possibile per il progressivo sfaldamento dello spessore umano, culturale e morale del magistrato medio, fenomeno che è complementare alla permeabilità nei confronti dei tentativi di adulazione, avvicinamento e corruzione che, come ci consegnano le cronache quotidiane, si rivelano ormai così diffusi da aver travalicato la soglia fisiologica.

Ma d’altra parte l’infezione della magistratura è dovuta alla progressiva rinunzia del magistrato a svolgere il proprio ruolo, non ritenendo che ciò superi in importanza ed onori qualsiasi altro ufficio, sia pur quello del parlamentare o dell’uomo di governo, il che ha dato la stura ad una ricerca smodata della ribalta mediatica con ogni mezzo e strumento a disposizione, con magistrati che coltivano la loro immagine come superstar o addirittura “influencer”, rubando tempo prezioso alla loro professione, che è fatta non solo di udienze e sentenze, ma soprattutto di riflessione, studio, approfondimento nel silenzio della propria coscienza, maturazione e affinamento delle doti di equilibrio e sacrifizio per il bene pubblico.

Invece li abbiamo scoperti, grazie allo spaccato impietoso offerto dalle chat private del capro espiatorio designato, tale Luca Palamara, a bramare per un avanzamento di carriera, per un trasferimento agognato, per una posizione di maggiore agio, ad offrirsi e ad offrire pur di ottenerli, a svendere la propria toga per un beneficio personale, a brigare per piazzare l’amico di cordata dal quale poi riscuotere la lauta ricompensa, ad organizzare banchetti sontuosi in location da mille e una notte per festeggiare (e non si capisce cosa ci sia da festeggiare) l’elezione al Consiglio Superiore della Magistratura, raccogliendo a piene mani la piaggeria di colleghi dimentichi che il giorno dopo avrebbero indossato, ma solo per coprirsi, una toga.

Non possiamo quindi farci meraviglia se c’è qualche magistrato che spacca il capello in dodicesimi per dimostrare che una sindaca onesta (come la Raggi) abbia commesso un falso, perché non basta l’assoluzione a formula piena in primo grado. Non basta così come è “lecito” affermare che Salvini debba essere “colpito”: ed è come un grido di guerra che viene raccolto. Così come non possiamo sorprenderci se quasi tutta la magistratura siciliana si autoassolva vicendevolmente, dato che è inzuppata irrimediabilmente dal “sistema Montante”, il che vale a dire che non c’è nessuno che potrà o vorrà perseguire i gravissimi delitti commessi dalla fittissima e radicata rete di potere deviato che si annida oggi più di ieri dentro le istituzioni.

(16 ottobre 2020)