La sesta stella

di Salvatore Fiorentino © 2021

Dal giorno in cui il direttore de “Il Fatto Quotidiano” ha scoperto che sembrava un “MoVimento” ma era un calesse da prima repubblica riverniciato, ha riacquistato il senno, al contrario di quell’Orlando furioso che per un tradimento lo aveva smarrito sulla Luna. Così, senza alcun Astolfo, ha recuperato la sua proverbiale capacità di analisi, mettendo subito il dito nella piaga purulenta che nessun altro ha voluto neppure vedere: il governo dei “competenti” è per metà formato da ministri del precedente governo degli “incompetenti”. Nonché rinforzato, si deve aggiungere, da ministri di sperimentata competenza come Brunetta (non quella dei “Ricchi e Poveri”), la Gelmini (quella che ha “riformato” in peius la scuola) e la Carfagna (no comment per carità di genere).

Si è poi appreso che il mirabolante giocattolo promesso agli iscritti sulla piattaforma playstation “Rousseau”, il superministero per la transizione ecologica, è stato affidato ad un tecnico vicino a Renzi, che difatti ha già nominato quali più stretti collaboratori figure che gravitano attorno al bulletto di Rignano nonché – manco a dirlo – a Confindustria, ossia non proprio il massimo auspicabile in tema di ambientalismo e “sviluppo sostenibile” tanto caro al M5S ed ai suoi attivisti. Quelli stessi che, da utili idioti, auto-raggirati da un quesito la cui ingannevolezza era visibile anche ai non vedenti, hanno votato a favore del sostegno diretto al governo Draghi. E’ nata la sesta stella del MoVimento, quella a cui un Salvini sempre più simile a Ridolini vuole intestare il ponte di Messina: Lui (Mario Draghi).

Il gioco dei paradossi è una delle tecniche più elementari della comicità per indurre il riso del pubblico e Beppe Grillo ha dimostrato di essere maestro indiscusso in materia. Passino i “No Tav-Si Tav”, “No Tap-Si Tap”, “No Ilva-Si Ilva”, passi la revoca delle concessioni autostradali ai Benetton rimandata sine die, passi “Mai col PD-Sempre col PD”, “Mai con Berlusconi-Adesso con Berlusconi”, ma spingersi sino al baratro di affermare che “Draghi è grillino” significa solo due cose: aver disperato bisogno di un T.S.O. oppure aver preso in giro clamorosamente tutti da almeno dieci anni (“la seconda che hai detto”). Ma poiché non è possibile prendere in giro tutti tutti per sempre, ecco che gli altarini grilleschi sono stati svelati e chi vi aveva prestato fede si sente in diritto di ribellarsi anche contro l’Elevato.

Il danno irreparabile che Beppe Grillo sta procurando all’Italia, e al sud in particolare, si potrà apprezzare nel corso dei prossimi decenni, quando si giungerà al punto di rottura sociale, ossia alle soglie una guerra civile che l’Italia non ha quasi mai conosciuto, se non nella breve stagione della Repubblica di Salò. Con Draghi si è avviata la restaurazione dei potentati del nord, che vogliono depredare il Recovery Fund per salvare la parte produttiva dell’Italia e ridurre in miseria, quale colonia in patria, il meridione, da cui ricavare manodopera intellettuale a basso costo, svuotando il sud di intelligenze e talenti, lasciandolo al ruolo di discarica abusiva, di territorio di scorribande di mafiosi, camorristi e ‘ndranghetisti, necessari alla politica per assicurarsi gli enormi bacini elettorali, come è stato sino al 2018, quando il M5S ha sbancato.

Si dice che Grillo sia ricattato. Egli stesso tempo fa riferì di minacce ricevute, se non si fosse fermato con la “rivoluzione”, se non fosse sceso a più miti consigli col potere. Fatto sta che oggi, al netto dei ricatti e delle minacce, Grillo ha consegnato al potere della restaurazione il MoVimento ed il suo popolo, perché questo potere ne possa disporre come meglio crede. La storia personale di Grillo (pluriomicida colposo padre di un figlio presunto stupratore) sembra prestare il fianco a possibili ricatti e minacce, facendone un paladino di latta a capo di quella rivoluzione che doveva assicurare il “cambiamento” epocale nel paese dei nani e delle ballerine, dei corrotti e dei prescritti, degli evasori e frodatori fiscali, dei collusi con le mafie, feccia di una società che può a ragione dirsi incivile, e che non potrà rinascere né coi moralisti né con Draghi.

Il Movimento Cinque Lune

di Salvatore Fiorentino © 2021

C’è un buffo signore che forse si crede il padrone di un movimento che non gli assomiglia per niente e che oggi fa il lavoro sporco assegnatogli dal profeta decaduto Beppe Grillo. Uno cresciuto a Brancaccio, il famigerato quartiere di Palermo, dove si impara subito da che parte stare, da quella del bene o del male (tertium non datur), uno che ha fatto il liceo scientifico ma non è riuscito a laurearsi in matematica, così è finito a fare l’assistente giudiziario a Brescia. Ma a quanto pare la passione per il pallottoliere non lo ha mai abbandonato, visto come conta gli espulsi dalla creatura che fu di Gianroberto Casaleggio, forzando i poteri transitori che gli sono stati affidati, peraltro già in scadenza da tempo.

Poi c’è chi ha snaturato il movimento, impadronendosene, approfittando della prematura morte del co-fondatore che ne era la vera anima nobile, un comico che non fa più ridere nessuno, neppure quando si inventa ridicoli quesiti da pubblicare sulla piattaforma Rousseau, e neanche quando cambia rotta e strategia dalla mattina alla sera con giravolte giustificate da slogan sempre più criptici perché insensati e da seguire per atto di fede, quali utili idioti, quali adepti di una setta qualunque, dove è vietato pensare, discutere, assumere posizioni critiche, coltivare il dissenso, esercitare la dialettica, animare il confronto, perché si deve solo obbedire al grande vate e senza neppure capire il perché.

Il senso di fallimento, di irreversibile mortificazione di ogni tensione ideale e valoriale, pervade ormai una formazione politica che era nata come emblema dell’energia vitale del popolo che voleva riscattarsi da giogo del potere, come simbolo della forza inarrestabile che avrebbe dovuto abbattere le mura dei palazzi oscuri e impenetrabili, imprimere un cambiamento epocale, rivoltare l’Italia dalla parte degli onesti e dei lavoratori, spazzare davvero corrotti e speculatori, parassiti e chiunque fosse stato compromesso col malaffare, ripristinare valori come solidarietà ed equità, giustizia sociale, lanciare e vincere la sfida definitiva alle mafie attraverso la risolutiva rimozione di ogni collusione con la politica.

Così, da sole irragiante la potenza di un nuovo sistema che avrebbe cambiato le sorti del Paese, dopo appena due anni di governo, questo movimento si è miseramente oscurato in un gelido satellite orbitante attorno a quel coacervo di poteri che aveva additato urbi et orbi come gli avversari se non nemici giurati, in un inarrestabile processo di implosione gravitazionale che lo ha fatto sprofondare prima verso il PD e adesso verso l’addensato di quel potere che Draghi – frontman della massofinanza internazionale che con malcelata resipiscenza gioca il suo prestigio indossando il mantello del socialdemocratico – è chiamato a rappresentare, attuandone strategie e programmi, sotto l’alea della pandemia.

Ma, come la storia insegna dai tempi in cui l’umanità mise piede sul pianeta, c’è sempre una minoranza di giusti che regge il mondo, a cui viene affidata l’ultima speranza e grazie al sacrificio dei quali il mondo continua a girare. Chi si oppone ad ogni dittatura, da quella esercitata col pugno di ferro a quella camuffata in un simulacro di democrazia, sconta sempre in anticipo il prezzo più alto, ma verrà ripagato dalla gratitudine delle successive generazioni, che fisseranno nella memoria quello che oggi appare un semplice gesto di dissenso, quel no pronunciato pubblicamente nella solitudine che si apre attorno alla marea degli assenzienti, a coloro che seguono la stessa corrente che domani li disperderà.

Conte e il golpe di Carta

di Salvatore Fiorentino © 2021

Nel momento in cui il paese ha dato grande prova di responsabilità, disciplina, tenacia e persino di solidarietà, nel momento che tanti italiani hanno dato il meglio di sé per gli altri, nel momento in cui è stata incrinata la sicumera dei tedeschi, perché il virus non ha patria, nello stesso momento in cui si prova, con difficoltà ma anche con fiducia, a ripartire, ecco che il premier Giuseppe Conte viene investito da un inaudito fuoco nemico e amico, che ha comunque il merito di aver sgombrato il campo da dissimulazioni e doppiezze di ogni sorta. Gli osservatori più avvertiti, anche distanti da Conte ma senza pregiudizi, non hanno mancato di riconoscere al presidente del consiglio doti di serietà e affidabilità, equilibrio e autorevolezza, e che ciò, seppur in mancanza di un vero e proprio talento “politico”, abbia consentito all’Italia di affrontare nel migliore dei modi un evento epocale non prevedibile. Non rileva, quindi, dare conto dell’opinione di chi ha sin dal primo momento intravisto qualità adeguate in questa figura nuova che si affacciava timidamente sulla ribalta quanto mai chiassosa e litigiosa dell’agone politico, popolato da ciarlatani, nani e ballerine, per tacere di sconsiderati irresponsabili che non si ravvedono neppure di fronte alla tragedia delle migliaia di morti, di chi oggi mostra il suo vero volto disumano e spregevole. Mentre è innegabile che, tra mille spinte e controspinte, la tornata elettorale del 2018 abbia avviato un cambiamento, e ciò nonostante le evidenti e gravose inerzie di un “sistema” che si dimostra refrattario ad un governo non solo per conto, ma anche in nome del popolo.

Carta Cartabia
Carta canta, si dice. Ma ora a “cantarle” al premier è nientemeno che la presidente della Corte Costituzionale, Marta Cartabia, che il piede in politica lo aveva già messo la scorsa estate, nel momento della crisi del Conte I, pregustandone l’esito infausto, riscaldando i motori per assurgere ad un cursus honorum che ha un solo ed inquietante precedente, quello del “governo tecnico” di Carlo Azeglio Ciampi, subito dopo traslocato al Quirinale. Ora la presidente, in singolare sincronismo con gli attacchi concentrici portati da più parti contro il Conte II, non trova di meglio che esternare a ripetizione, strumentalizzando il ruolo che ricopre, per lanciare strali e bordate delegittimanti verso l’esecutivo, in un’attività del tutto irrituale, esercitata pubblicamente, che ha prestato il fianco non solo agli oppositori politici ma anche a chi, come Renzi, seppur minus inter pares nella maggioranza che sostiene il governo, oggi brandisce scompostamente una “immoral suasion” pro domo sua. Sicché la ex docente di diritto costituzionale, originaria di San Giorgio su Legnano, piccolo paesino dell’area metropolitana milanese, dopo aver scalato tutti i gradini della carriera accademica, anche bruciando le tappe in modo che appare insolito se non anomalo persino per gli enfant prodige e i figli d’arte (dal 1993 al 1999 ricercatrice, dal 1999 al 2000 professore associato e immediatamente, dallo stesso anno 2000, professore ordinario), vantando aderenze al controverso mondo di Comunione e Liberazione sin da studentessa, approda nel 2011 alla Consulta, di cui diviene la prima presidente donna alla fine del 2019.

Renzi medium
Dopo una serie interminabile di capriole mortali, il Matteo “democratico” della politica italiana riesce a superare l’unico medium sinora in carica nel centrosinistra, ossia quel Romano Prodi, oggi padre nobile (e decaduto) del PD, che organizzò la famigerata seduta spiritica con la quale si sarebbe dovuto salvare Aldo Moro al tempo del rapimento delle BR. Renzi, al contrario, non ha alcuna intenzione di salvare il governo Conte, che spera di tenere in ostaggio sotto una minaccia che appare al tempo stesso ridicola e spuntata (Conte, lapidariamente, si è limitato ad affermare che “la maggioranza c’è”, forte di un sostegno allargato che alla bisogna non mancherebbe in parlamento) anche se non può affondarlo, dato che ciò declarerebbe la sua definitiva fine politica e una uscita di scena ingloriosa tra gli improperi dei cittadini, che di certo non tollererebbero, in questo momento drammatico, giochi di palazzo di ogni sorta. Pertanto, il bulletto di Rignano sull’Arno si limita a sparare a salve, minacciando di staccare la spina, anche se per farsi ascoltare da qualcuno è condannato a spararle sempre più grosse, a costo di urtare la decenza ed il ritegno, offendendo la sensibilità, ma anche il dolore, dei “congiunti” (termine che secondo la più che zelante Carta Cartabia necessita di una circolare esplicativa da parte del governo) di quei cittadini, ad oggi 27.967, che sono morti a causa del Coronavirus. Secondo Renzi, leader del partitino del 2% il cui nome è una chiara invocazione alla sopravvivenza (Italia Viva!), questi morti parlano, ci dicono che bisogna “riaprire” l’Italia.

La Carta degli esoterici

Ed in questo trambusto non poteva mancare l’appello dei giudici (non costituzionali) al rispetto della Carta, asseritamente gettata per terra e calpestata dal presidente Conte. Sicché un drappello di “giusperiti”, tra cui figurano magistrati di sicuro valore ed indipendenza, rileva una grave lesione della Costituzione nella gestione dell’emergenza causata dalla pandemia in atto, e precisamente con riferimento alla ravvisata violazione della “riserva di legge” di cui all’art. 13, secondo la quale la libertà personale è inviolabile. L’unico limite di questa iniziativa, che certamente offre degli spunti di riflessione, è la apparente preclusione alla partecipazione al dibattito dei “quisque de populo” che vorrebbe tutelare, appunto nell’esercizio pieno e libero dei diritti di rango costituzionale di costoro. Nel merito, in disparte le considerazioni preliminari volte a stigmatizzare comportamenti irrituali e lessico inappropriato (“concedere libertà”) di governanti a tutti i livelli (dai sindaci sino al presidente del consiglio dei ministri, passando per i presidenti di regione) che, a dire degli esponenti, mortificherebbero il cittadino alla condizione di “minus habens”, suddito in balia dei capricciosi se non surreali ordini dell’autorità, viene avanzato il timore che siffatte prassi potrebbero determinare un vulnus permanente nella “costituzione materiale”, causando una sorta di assuefazione alla limitazione delle libertà costituzionali. Vero è che il fine non giustifica i mezzi, così come che la legge non è un fine ma un mezzo. Ed ai giudici (anche costituzionali), che ne sono sottoposti, non compete un ruolo “sacerdotale”.

(1 maggio 2020)

Biancastro

di Salvatore Fiorentino © 2021

Il buon Bianco si vede dal mattino, e qualcuno pensava che Bianco fosse un sindaco illuminato, qualcuno lo pensava agli inizi degli anni ’90. In verità si trovò sospinto dall’onda d’urto di Tangentopoli da una parte, da quella delle stragi di mafia dall’altra, in quel 1992 anno orribile per la Repubblica. Così come accadde per Orlando, quello che il sindaco lo sapeva fare. Solo che Orlando aveva alle spalle solidi studi con personaggi del calibro di Hans Georg Gadamer, con il quale la leggenda narra che condividesse sane bevute di buon vino, il che ne corroborava le discussioni filosofiche. Bianco sembra invece astemio. E anche digiuno, da ormai troppi anni, dei fondamenti della democrazia che dovrebbero essere il pane quotidiano per un uomo pubblico eletto sindaco direttamente dal suo popolo.

Si era illuso di poter imbonire, come un qualsiasi Berlusconi o peggio un qualunque Renzi – peraltro ultimamente costretto a barricarsi dietro i manganellatori democratici – la città, ora metropolitana, di Catania, facendo squadra con altri furbetti locali che piano piano, senz’arte né parte, avevano preso il posto di coloro che quanto meno ne furono maestri, di cultura, di politica e di senso delle istituzioni. Ma quando ha iniziato a trescare con la peggiore politica, dai Firrarello ai Lombardo, è iniziato il suo declino politico, perché la gente, la sua gente, non lo riconosceva più, dato che il Bianco iniziava a ingrigire, per divenire, piano piano, non più lindo e splendente, ma senza smalto e, come dire, non più tanto Bianco. E da qui alla recente convocazione alla Commissione nazionale antimafia il passo fu molto breve.

Riesce a superare i fallimenti clamorosi della sua esperienza politica nazionale, per non aver ben figurato, dicono gli addetti ai lavori, nel ruolo di Ministro dell’interno, oltre che per essere rimasto invischiato in faccende non proprio popolari, ancorché non sia emerso nulla di illegittimo a suo carico, come quella dei rimborsi di cui beneficiava al tempo della Margherita, transeunte partito, tempo in cui i partiti ebbero una predilezione botanica, di cui sappiamo essere il Nostro pioniere ed estimatore, piantumatore incallito di vasi da fiori nella città che però rimane ancora oggi priva di verde pubblico, priva di spazi aperti degni del suo ruolo di citta costiera del Mediterraneo, dove non si riesce neppure a realizzare una pista ciclabile che si possa definire tale, nonostante le ingenti risorse che vi sono state destinate.

Tralasciando ulteriori dettagli della biografia politica che sono ampiamente noti, attendiamo di poter scrivere l’epilogo di un’esperienza che attraversa tutta la seconda repubblica per giungere alle soglie della terza in modo alquanto deludente e persino triste. Perché quando si ha una maggioranza per governare, quando non si ha una vera opposizione in consiglio, quando si gode degli appoggi di tutti i poteri forti, della stampa di regime, delle istituzioni di controllo, dei poteri finanziari, del mondo professionale e accademico, della chiesa e quant’altro, non ci si può permettere di intimidire mezzo querela un ragazzo brillante e coraggioso come Matteo Iannitti, per aver egli espresso una libera opinione politica.

Ragazzo che, da solo, ancora studente, osò sfidare il past rettore e il suo mentore Pier Ferdinando Casini quando questi comiziava abusivamente entro le aule universitarie, oltre che la famiglia Caltagirone che a Catania regalò un ecomostro sul porto in pieno centro storico, a due passi dalla piazza Duomo. Né altresì ci si può permettere di intimidire querelando un ragazzone, non tanto all’anagrafe ma sicuramente nello spirito, come Marco Benanti, un giornalista fuori dal coro, uno dei pochi dai quali si possono apprendere ancora oggi a Catania le notizie scomode che le sorde stanze dei palazzi del potere vorrebbero custodire gelosamente entro le loro mura intrise di chissà quali scandali e scandaletti.

Giovani entrambi rei solo di non aver perso, nonostante vivano ed operino in una Catania aggressiva e corrosiva anche per gravi colpe di chi ora li accusa ingiustamente, quello smalto e quella lucentezza della propria coscienza che è forse in vero motivo di invidia di uno che guardandosi allo specchio vede solo un Biancastro, non altro che una figura deturpata di quello che si credette fosse o volesse essere per i suoi cittadini, alla stregua di un Dorian Gray in salsa sicula, che non accettando l’immagine riflessa dallo specchio che due onesti “ragazzi” hanno avuto l’ardire di mostrargli, si scaglia contro la rappresentazione di sé stesso, in un disperato tentativo di tagliare la tela del proprio insuccesso morale prima ancora che politico.

(5 novembre 2016)

La repubblica delle fragole (di Platone)

di Salvatore Fiorentino © 2021

Le “fragole sono mature”, ha scritto Beppe Grillo, ormai da tempo esausto, sin da quando spronava Luigi Di Maio ed i suoi a varare il governo con il PD, il Conte II, esaltando il processo di biodegradazione politica del M5S, verso un futuro sostenibile per i giovani. La tesi, certo suggestiva, era che il PD dei corrotti si sarebbe purificato grazie all’alleanza con i pentastellati, che avrebbero agito da principio attivo in questo processo di depurazione. Adesso la giustificazione per il sostegno al governo Draghi è criptica e come tale in grado di convincere gli ingenui e gli spiriti nobili che ripongono ancora fiducia incondizionata nel profeta dell’onestà, ma non chi ha conservato un minimo senso della ragione.

Quando accade che chi veste i panni del rivoluzionario – e lo vediamo anche nelle realtà locali – si “biodegrada” assumendo l’abito del restauratore, le spiegazioni sono essenzialmente due: o chi ha condotto (ed illuso) il popolo verso la terra promessa era in malafede sin dall’inizio, oppure si è “corrotto” cammin facendo. Nel primo caso il compito del falso rivoluzionario era quello di riportare il dissenso e la protesta, ormai incontrollabili dal “potere”, entro l’alveo di un corso degli eventi che da turbolenti volgessero progressivamente entro un fluire ordinato e regimentato; nel secondo caso il rivoluzionario si è reso disponibile alle richieste/minacce del “potere”, dall’adulazione al ricatto.

Quando poi si citano i filosofi della classicità (Platone su tutti), come ha fatto Beppe Grillo per darsi un’aura di culturalità e fare digerire la sua linea politica ad alcuni esponenti riottosi (si veda il professore di filosofia Nicola Morra, tentato di varcare la linea del dissenso, ma trattenuto dal formidabile collante della prestigiosa poltrona di presidente dell’antimafia che averebbe altrimenti dovuto cedere), vuol dire che si è alla frutta, ed in questo caso tutto torna, visto che “le fragole sono mature”. Ripetuto due volte, non si sa mai che qualcuno non lo volesse intendere. Sicché dalle ormai famigerate banane siamo passati alle più aggraziate fragole, col marchio di qualità di Platone (e della sua repubblica).

Ma serviva un personaggio come l’osannato Mario Draghi per riportare alla ribalta le effigi del berlusconismo d’annata, quali i Brunetta, le Gelmini e le Carfagna? E secondo il presidente Mattarella questo sarebbe l’alto profilo? E che dire dell’arma segreta di Beppe Grillo, il superministero della transizione ecologica? Affidato ai Cinque Stelle? Certo che no! Mentre attendiamo la revoca (Godot) delle concessioni autostradali ai Benetton dipinti come assasini assetati di profitti, ancora abbiamo impresse nella mente le giravolte mortali dei pentastellati (no TAV-si TAV, no TAP-si TAP, no ILVA-si ILVA) in nome della realpolitik a cinque stelle. Ma allora che bisogno c’era del cambiamento? Bastava votare Mastella & Co.

La fotografia del nuovo governo è impietosa. Tutti prendono le distanze. Ciascuno per sé e dio per tutti. L’immagine ben raffigura la siderale distanza che c’è tra il popolo e il “potere”, tra questo “potere” che si moltiplica a dismisura e la democrazia. Consultazioni, dibattiti, comunicati, sembrano oggi più che mai la falsificazione della verità apprestata da un regime che vuole perpetuarsi nonostante tutto. La sensazione, sempre più forte, è che i protagonisti che appaiono con il loro volto non siano che pupazzi in mano a chi manovra i fili di un sistema che è sempre più occulto e sempre più antidemocratico. A ciascuno viene assegnata la parte da recitare, di un copione scritto da chi sta sempre dietro le quinte.

Il magistrato che sputa (sentenze)

di Salvatore Fiorentino © 2021

Da quando è venuto meno il primato della politica, con la delegittimazione del sistema dei partiti, è scattata la corsa alla supplenza, più o meno diretta, per riempire un vuoto che in natura non può esistere. In questa corsa, da almeno trent’anni si distinguono – oltre agli accademici, ai banchieri e agli imprenditori cosiddetti – gli esponenti della magistratura. Che non hanno pudore a scendere in campo, indossare una casacca, giocare la partita, inzupparsi di fango (a parte l’ex procuratore Grasso che, a quanto narrano le cronache, usciva sempre lindo dal campo di calcio con la Bacigalupo), e talvolta rientrare nei ranghi togati. Altri no, appendono la toga al chiodo, perché in effetti non era quella la loro vera vocazione.

Nella vulgata in voga il magistrato è dipinto per lo più come uomo (donna) di sinistra, anche se con l’avvento del berlusconismo non pochi hanno rivelato le proprie interessate affinità verso la destra. A quanto pare, ultimamente ci sono anche magistrati filo-grillini. Mentre non fanno testo i veri magistrati, che si tengono ben distanti dall’agone politico, pur coltivando, come qualunque cittadino, le proprie idee, ma mai strumentalizzando il ruolo in ossequio alla separazione dei poteri. Non può negarsi, infatti, che il magistrato che prende parte alla contesa politica, assumendo cariche o solo esternando il suo favor verso un partito, tradisce la sua ragion d’essere, umilia sé stesso oltre ad offendere i cittadini.

Al magistrato, difatti, la società civile affida l’amministrazione della giustizia, eguale per tutti, in nome del popolo sovrano. Egli dovrà pertanto rispettare questo ruolo se vorrà indossarne adeguatamente le vesti, sapendo rinunciare alle sue passioni, tuttoché consentite, ma che si dimostrino non solo incompatibili ma anche inopportune per l’abito togato. Altrimenti onestà vuole che debba intraprendere un diverso cursus honorum, come ad esempio quello del rappresentante politico, facendosi eleggere dai cittadini sulla base di programmi che saprà esporre nei suoi comizi pubblici, nelle sedi a ciò deputate. Perché l’amministrazione della giustizia, sopra tutte, esige il massimo grado di impersonalità prima che di imparzialità.

Proprio il contrario di ciò che si osserva da qualche decennio. Laddove non pochi hanno malinteso il tribunale come una tribuna per affabulare un popolo sempre pronto a plaudire l’uomo forte, chi la ragione se la giudica da solo, sicuro della propria autorità, che alla bisogna getta sul piatto della bilancia della contesa come la spada di Brenno, con gesto grottescamente gladiatorio, per accattivarsi l’ovazione del pubblico astante, il quale è impaziente di saltare sul carro del vincitore autoproclamatosi tale. Ma è una degenerazione anche produttiva, che ha creato posti di lavoro, gratificando quella pletora di giornalisti che pendono dalle labbra (o dalla barba, a seconda dei casi) del magistrato tribuno di turno.

Sicché il magistrato della provvidenza è bell’e fatto. Ed è un magistrato che sputa sentenze, dentro e fuori i tribunali, anzi più fuori che dentro. Le sputa su chi non la pensa come lui, su chi gli mostra che si sta sbagliando, che esistono altri punti di vista oltre il suo, che ritiene fisso e indiscutibile, inappellabile. Rivendica studi di diritto come se fosse un titolo di omniscienza, rafforzandolo con citazioni filosofiche da terza liceo, e tentennando quando gli vengono contrapposte quelle di quinto anno. A quel punto, come un camelide impaurito, sputa disprezzo verso l’interlocutore, con raffiche di logorrea per seppellire chi ha osato seminare qualche ragionevole dubbio. Un leviatano, osannato dai sudditi che ha forgiato nella sua fucina.

Conte e il “cavallo di Troika”, al tempo dell’Apocalisse

di Salvatore Fiorentino © 2021

La storia insegna, ma non viene studiata adeguatamente nelle scuole. Si pretende di infarcire le giovani menti di una mole di fatti del passato, proprio nel momento in cui queste menti hanno la massima proiezione verso il futuro. Sicché molti, in età più matura, non si orientano tra i secoli, per non dire tra i millenni, spesso ignorando del tutto la storia contemporanea. Non c’è tempo, si dice, per completare il programma didattico. Ma la verità è che manca il senso della storia. Vergata dai vincitori e subita dai vinti, è vero. Ma non mancano certo i “controcanti” alle letture di potere se non di regime, non mancano i “samizdat”, gli scritti a qualunque titolo redatti da chi abbia la forza (e c’è sempre qualcuno) di dissentire, di dire no.

La storia dovrebbe essere studiata per punti nodali, per punti critici, tralasciando tutto il resto. Soffermandosi su quei tornanti in cui l’umanità abbia svoltato da una parte o dall’altra, con tutte le conseguenze che ne siano derivate. Evidenziando gli errori, gli orrori soprattutto, di quelle scelte che condussero verso il baratro, verso la negazione, l’annichilimento, della concezione di civiltà, di comunità, di cittadinanza. Affinché non si ripetano, nelle molteplici forme in cui possono ripresentarsi. Anche sotto le mentite spoglie dei “salvatori” della patria, che per incoscienza o per calcolo mefistofelico, riescano a condurre decine di milioni di persone verso scenari apocalittici, verso destini infausti, di sudore, lacrime e sangue. Dicono.

Piazza San Pietro, Preghiera del Papa per la pandemia

Il virus che fece traboccare il mondo. Al di là dei fatti e dei protagonisti, la storia ci consegna una verità che pare difficile contestare: il mondo, nella sua evoluzione/involuzione, non ha mai raggiunto una stabilità, un equilibrio (dovrebbe?). Ci sembra quindi del tutto “normale” (quanto meno inevitabile) che, seppur in un’epoca in cui ci riteniamo all’apice del progresso tecnologico (che non manchiamo talvolta di idolatrare), esistano ancora guerre in ogni parte del globo, disparità abissali tra esseri umani, un perenne stato di precarietà che si è diffuso tra i popoli nonostante la produzione di ricchezza sia cresciuta (ma non redistribuita). Un vaso stracolmo, che attendeva la fatidica goccia per traboccare (è bastata una particella).

Nulla avviene per caso, ma non del tutto. Cosa ci fa in un momento epocale, quale quello dell’attuale crisi da coronavirus, un avvocato professore di diritto civile alla guida di uno dei paesi più colpiti? Giuseppe Conte (al secolo Giuseppi) probabilmente se lo sarà chiesto, anche se ha mostrato di saper assumere la immane responsabilità di dover guidare una nave da sessanta milioni di abitanti in un mare che se non prometteva bonaccia sicuramente non lasciava presagire venti di tempesta così drammatici. Soprattutto quando, dopo aver invocato aiuto a quello che si immaginava il porto sicuro dell’Europa, si è sentito rispondere che per l’Italia non c’era spazio, se non sottostando al più odioso dei ricatti: “o la borsa o la vita”.

Timemus Danaos et dona ferentes. Di fronte ad un paese dato troppe volte (e troppo ad interessato sproposito) come un malato terminale, un dead man walking, si è assistito di frequente all’alzarsi in volo di stormi di “euroavvoltoi”, a cominciare dalle nostrane “menti raffinatissime” che hanno condotto allo smantellamento dell’industria di stato e alla svendita dei “gioielli di famiglia”. Al resto hanno provveduto le oscure figure che negli anni si sono avvicendate in quella centrale di potere che viene definita come la “Troika”, invero famigerata. Tra queste ultime si è certamente distinto Mario Draghi, presidente della BCE sino al 2019. Che oggi, vestiti i panni del patriota socialista, si offre a disposizione dell’Italia.

(28 marzo 2020)

Il giullare

di Salvatore Fiorentino © 2021

Dallo yoghurt degli anni ’80 alle fragole dei ’20 del secolo successivo il passo è breve. Conte o Draghi purché “se magna”. C’è sempre uno sviluppo “sostenibile” da sostenere. Decenni di ambientalismo ideologico hanno mostrato che tutto ciò che si ammanta di “green” è solo la copertura, l’alibi, il sotterfugio per perseguire obiettivi di segno opposto. E’ stato un ministro “ambientalista” a cinque stelle, assisistito da un “facilitatore” siciliano che viene pagato dai contribuenti per scrivere post sui social network affinché tutti si convincano che “verde è bello”, ad ipotizzare la dislocazione delle scorie nucleari accanto a siti archeologici di rilievo come quello di Segesta, o a discapito di colture pregiate.

Intanto nessuno, né ministri ambientalisti né tanto meno facilitatori ambientali, si preoccupa seriamente della profonda crisi del sistema dei rifiuti in Sicilia, ormai prossimo ad una “polveriera ambientale”, dove dietro ci sono intrecci indicibili tra politica, mafie e poteri occulti di alto rango, con “imprenditori” del settore che spadroneggiano senza che gli organi istituzionali abbiano il pudore di intervenire a riportare nell’alveo della “normalità” il rapporto, ormai compromesso e persino ribaltato, tra pubblico e privato, con il secondo ad imporre le sue condizioni capestro al primo forte di un potere contrattuale assolutamente abnorme per via della strutturale carenza degli impianti per il recupero dei rifiuti. Cui prodest?

Se il neo giullare che ama vestirsi dei panni dell’onestà, dell’ambientalismo e adesso del relativismo spinto sino alle estreme conseguenze (riciclando contro ogni legge di natura persino un “rifiuto indifferenziato” della politica come Mastella) spera di convincere le pecore che iniziano a scappare dal suo ovile che tutto e il contrario di tutto può trovare giustificazione attraverso il solito colpo di teatro tra comico e grottesco, stavolta resterà profondamente deluso, solo e disperato. Non basta tirare fuori il vecchio arnese dello “sviluppo sostenibile” (slogan peraltro logoro e vetusto rispetto alle più avanzate frontiere del “paesaggismo culturale”) per riciclare gli “impresentabili” di ieri e dell’altro ieri.

Parafrasando un maestro del teatro, potremmo dire che è davvero beato quel popolo che non ha bisogno di comici. Perché la risata è salutare solo se è spontanea e quindi liberatoria, mentre con i giullari di tal fatta diventa indotta, forzata, quindi compromissoria e denotante un rapporto di sudditanza verso il potente di turno, che a parole si dice di voler abbattere ma che con i fatti si serve, sino a cadere nelle più evidenti contraddizioni che è poi sempre più difficile, se non impossibile, spiegare alla platea degli spettatori-elettori quando questi iniziano a rumoreggiare, a fischiare, a urlare meritati improperi, sino al più classico lancio, virtuale o del tutto reale, degli ortaggi e delle uova andate a male, ancorché provenienti da agricoltura “sostenibile”.

Ma i giullari di cotanta specie sono dolosamente consapevoli che ci sarà sempre una buona parte di utili idioti, di illusi sino allo stremo, che seguirà le giravolte dell’Arlecchino a cinque stelle, servente non due ma molteplici padroni, come i colori della sua casacca, giallo-verde, giallo-rosa, giallo-azzurro, nulla cambia. Ed è anche vero, come osservano i più acuti, che dopo lo sfacelo di una classe che più che “dirigente” può ben definirsi “digerente”, persino “qualunque cosa” è meglio di essa. Ma, fallito miseramente l’anelito dell’uomo “qualunque” sotto le spoglie pentastellate, è riemerso il volto del potere più sordido che ora, paradosso dei paradossi, chiede l’appoggio del suo nemico giurato, quel popolo che vuole sottomettere.

Draghi e il Conte di Montecristo

di Salvatore Fiorentino © 2021

Come non ricordare la parabola di Edmond Dantès e dei suoi perfidi detrattori? La vulgata, che in quanto tale scorre sottotraccia, ci informa che l’ora del Conte, inteso come attuale presidente del consiglio dei ministri, volge al tramonto. Qualcuno, per la verità più d’uno, trama per rispedirlo alle sue attività precedenti, quelle di avvocato e professore di diritto. Così come nel romanzo di Dumas, il movente di una siffatta variegata umanità è l’invidia. Invidia politica, innanzi tutto. E’ facile capire come “professionisti” della politica, dai più scafati ai novellini, ossia dai Salvini e le Meloni ai Di Maio e i Fico, non sopportino la ormai costante ascesa di Giuseppe Conte nel gradimento politico della maggior parte dei cittadini.

Taluno, assunti i panni di un redivivo Danglars, ne auspica persino l’arresto, quale “fase 3” dell’attuale emergenza epidemiologica da “Covid-19”. Talaltro, che si pente di averlo perorato quale capo del governo “giallorosa”, ancorché pro domo sua, scalpita scompostamente dal basso del suo 2% scarso di consensi presso l’elettorato, tra proclami di lesa costituzionalità e assicurazioni di sostegno politico in parlamento. Del tutto coerente nella totale incoerenza. Questo coro di brigatori e mestatori senz’arte né parte comprende le grida indignate dei professionisti del culto religioso, che pretenderebbero di riaprire chiese e celebrazioni, non tanto in pena per le pecorelle rimaste senza guida, ma dal terrore di perdere ruolo e potere.

25 aprile 2020 – Il presidente della repubblica all’altare della patria

Ma così come si è rivelata emblematica la preghiera di Papa Francesco nella sterminata e deserta piazza San Pietro, con l’addensarsi di nubi ed il cielo squarciato dai lampi, altrettanto lo è sembrata l’ascesa solitaria all’altare della patria, ancorché salutata da un cielo nitido ed un sole tiepido, di un presidente della repubblica che porta sulle spalle un vissuto personale doloroso, oltre alla responsabilità di un paese colpito al cuore non tanto dal virus quanto dalla spietatezza mostrata dai governanti di una Europa ancora più matrigna che madre, predilettrice alcuni dei suoi figli a scapito degli altri, discriminando per atavico e genetico pregiudizio razzista i popoli mediterranei, tra cui sembra salvarsi, per metà, solo la Francia.

Sicché il Belpaese ha infine trovato in queste tre figure, Bergoglio, Mattarella e Conte, dei punti di riferimento che si dirigono controcorrente rispetto alle tendenze dominanti di matrice ipercapitalista ed antisociale, invocando e battendosi perché sia affermato il senso di comunità, di solidarietà, perché sia rimesso al centro l’uomo rispetto al profitto, nella conclamata consapevolezza, oggi dimostrata dai fatti, che quest’ultimo, se privato della radice umana, non può che comportare la distruzione dell’ambiente naturale, con conseguenze nefaste, come quelle che si stanno vivendo in modo drammatico, con una contabilità dei morti inarrestabile e la privazione di ogni attività, che è il prezzo per gli abusi commessi.

Gente di malafede – e purtroppo anche di buona fede – perseverando nell’errore, si illude di trarre vantaggio dalle disgrazie collettive, auspicando l’ascesa di un personaggio che ha rappresentato la quintessenza della spregiudicatezza di quel cancrenoso mondo ipercapitalistico e antisociale, l’ex presidente della BCE Mario Draghi, di cui ricorre il nome tra i beninformati, quale premier in un tanto inquietante quanto fantomatico “governissimo”. Draghi è arso da sete di vendetta verso la “Troika” e l’establishment eurocratico in genere, per esserne stato defenestrato, per motivi che rimangono oscuri. Ma non consumerà mai la sua rivalsa nell’interesse degli italiani, semmai per tentare di rientrare nel “gioco grande”.

(28 aprile 2020)

La repubblica giudiziaria

di Salvatore Fiorentino © 2021

C’è qualcosa che non torna nella repubblica italiana, nel suo ordinamento. I dubbi di una democrazia apparente sono sempre più forti, e tra gli scontri di potere, da una parte e dall’altra, l’unico che infine ne paga le conseguenze è il cittadino. Per i potenti c’è sempre un lodo, un salvacondotto, una “trattativa”, una grazia ut des. I generali si salvano, a costo di sacrificare i loro soldati, talvolta qualche colonnello quando la posta in palio è molto alta. Il continuo ed inascoltato richiamo del presidente Mattarella ai valori costituzionali è eloquente indicatore di uno stato patologico in cui versano non solo le istituzioni, ma anche il tessuto costituito dalle élites, imprenditoriali, economiche, culturali, la cosiddetta “classe dirigente”.

La repubblica che era scaturita dal patto costituente ha ricostruito un paese ridotto in macerie dal regime fascista e da una monarchia inetta. Erano consentite tutte le libertà, tranne una: portare al potere il Partito Comunista Italiano. In Italia si era sfiorata la guerra civile con l’attentato a Togliatti, ma una tensione sotterranea ha sempre caratterizzato la vita pubblica del paese, emergendo con episodi che possono considerarsi epifenomeni, ma che vanno collegati per essere compresi. Di solito, della cosiddetta “strategia della tensione” se n’è data una lettura univoca, ossia di uno stato violento che impone il suo potere per limitare la democrazia. Ed ecco la catena delle “stragi di stato”, da Portella della Ginestra sino ai ‘90.

Accanto a questa prima lettura, non certo negabile, deve però aggiungersene una seconda, che ne costituisce l’altra faccia della medaglia. In questo modo, molti dei “misteri d’Italia”, trovano logicamente una loro spiegazione plausibile, facilitando la ricerca dei riscontri di prova a chi, ancora oggi, avesse in animo di raggiungere la verità per realizzare una giustizia effettiva e non solo declamata in principio. E’ quindi altrettanto non negabile che, nella lotta per il potere, vi siano state parti delle istituzioni dello stesso stato che si siano schierate per il raggiungimento dell’obiettivo di portare al potere il PCI, e comunque i suoi eredi, anche sotto le mentite spoglie di un democraticismo di sinistra che aveva sotterrato la falce e il martello.

Secondo la teoria delle “casematte del potere” di gramsciana memoria, nella spartizione post costituente tra democristiani e comunisti, i secondi, ormai all’opposizione, facendo di necessità virtù, puntarono ad una strategia di lungo termine, quella di infiltrare la società civile con la loro ideologia, chiedendo in appannaggio settori apparentemente inoffensivi, ma in verità determinanti, quali l’istruzione e soprattutto l’università, la cultura in genere. Mentre i democristiani dominavano su lavori pubblici, sanità e su tutto ciò che potesse produrre clientelismi di massa, da cui drenare il consenso elettorare a garanzia di un potere perpetuo. Status quo che viene messo in crisi quando la magistratura scende in campo.

La scuola “torinese” di Luciano Violante e Gian Carlo Caselli – il primo magistrato sulla carta ma politico fino alle estreme conseguenze, il secondo procuratore di lungo corso – concepiva una magistratura che per realizzare gli ideali di giustizia e democrazia dovesse “naturalmente” schierarsi sul fronte progressista contro quello “reazionario”, il che al di là di sigle e vessili di partito, significava una pregiudiziale politica e culturale forte e chiara. Sicché, complice la vanagloria e la brama di protagonismo e di potere all’interno al mondo togato, con la stagione di “mani pulite” e del “processo Andreotti”, da Milano a Palermo, si poteva finalmente realizzare la conquista del potere. Di cui Berlusconi è stato ostacolo.

(5 luglio 2020)