Loggia Italia

di Salvatore Fiorentino © 2021

Se persino la massoneria ufficiale si sente offesa ad essere accostata a questa nuova entità (“Ungheria”) che emerge dalle ultime cronache politico-giudiziarie, qualcosa di grave dev’essere successo. Tanto più che i vertici delle istituzioni politiche e giudiziarie ne sono al corrente da ormai due anni. Si tratterebbe infatti di una associazione segreta che avrebbe come obiettivo quello del controllo dello Stato, una sorta di potere parallelo e occulto che muoverebbe le pedine visibili sullo scacchiere della democrazia apparente. Ne farebbero parte magistrati ed altri esponenti delle istituzioni che rivestono ruoli chiave. A prima vista si tratta di qualcosa che ricorda la famigerata “Loggia Propaganda 2”, al secolo la “P2”, che ha avuto non pochi tentativi di imitazione anche nel recente passato.

Allineando in fila ciò che è sinora stato reso noto, c’è abbastanza perché si apra una commissione d’inchiesta parlamentare, l’unico strumento in democrazia che può far luce su un fenomeno anomalo che coinvolge magistrati e figure istituzionali accanto ad altri verosimilmente appartenenti ai mondi che più contano, quelli della finanza e dell’economia, sino ad ipotizzarsi la presenza di entità di potenze straniere, che operano nella guerra geopolitica che non conosce tregua ad ogni latitudine. Ciò pare necessario anche per sgombrare il campo da un possibile tentativo di delegittimazione delle stesse istituzioni, che sarebbero travolte per responsabilità di singoli uomini infedeli, cogliendo l’occasione per mettere fuori gioco chi invece ha tenuto fede al suo ruolo, calzando il guinzaglio alla magistratura.

Così come pare anomalo che il procuratore di Milano abbia mancato di rispondere ad un suo sostituto, parimenti anomalo è che questo sostituto si sia rivolto ad un consigliere del C.S.M. per riferire di questa ritenuta anomalia. Ma ancora più anomalo appare che questo consigliere non abbia ritenuto di relazionare formalmente all’autorità giudiziaria competente ovvero al vicepresidente dello stesso C.S.M., preferendo la via informale di darne notizia (ma non si sa fino a che livello di dettaglio) al Presidente della Repubblica. Del resto si apprende che l’ufficio di presidenza del C.S.M. non ne era al corrente, come dichiarato dal vicepresidente e dal procuratore generale presso la Cassazione, titolare dell’azione disciplinare e che difatti si starebbe valutando nei confronti di quel pm milanese.

Si dice anche che quello stesso pm milanese abbia agito fuori dal rito per timore di finire travolto come il suo collega pm che intraprese la via formale di un esposto per segnalare le ritenute anomalie relative ai vertici della procura romana del tempo. Fatto sta che questa girandola di esposti e di notizie accusatorie potenzialmente calunniose assomiglia sempre più ad una “guerra per bande” tutta interna al mondo togato, che finisce per lambire la politica che è rappresentata nello stesso C.S.M. e financo il Capo dello Stato nella sua duplice veste di presidente dell’Organo di autogoverno e di figura di garanzia super partes rispetto alle forze politiche espressione della volontà popolare uscita dalle ultime elezioni politiche del 2018, che tuttavia non ha oggi espresso un governo “politico”.

Governo in cui siede nel ruolo di ministro della Giustizia l’ex presidente della Corte Costituzionale, professore universitario dalla carriera folgorante, che nella disattenzione generale ha ritenuto di inserire frettolosamente (con la giustificazione della scadenza imposta dall’Europa) una pseudo riforma della giustizia nell’ambito dell’ormai troppo declamato “Recovery Plan”, dato che quali precondizioni per l’erogazione del fiume di miliardi promessi all’Italia vi sono le riforme strutturali neppure disegnate negli ultimi trent’anni, in primis appunto quella della giustizia. Sicché secondo Cartabia – presidente della Repubblica in pectore – tutto si risolverà grazie all’assunzione di neolaureati precari per tre anni che predisporranno gli atti ai magistrati in ruolo. Che aumenteranno solo di 600 unità.

La liberazione che non c’è

di Salvatore Fiorentino © 2021

Chi non era ancora nato nel periodo della catastrofe nazi-fascista non può capire. Non sono i racconti dei nonni, le lezioni apprese dai libri di scuola o dalle testimonianze di chi a quel tempo lottò per la libertà a poter restituire viva l’effettiva dimensione della realtà vissuta. Le celebrazioni hanno senso se servono a nutrire la memoria. E la memoria ha senso solo se serve per non ripetere gli errori del passato, perché da questi errori si tragga insegnamento. Ma, al di là della retorica delle parate di Stato, occorre oggi chiedersi se c’era libertà prima e dopo il “Ventennio” e, soprattutto, se c’è libertà oggi. E non ci riferiamo alle boutade dozzinali di Salvini, che soffia sul fuoco dell’esasperazione dei cittadini privati, per causa di epidemia maggiore, delle normali attività della vita, essenziali per questa.

Il riferimento è, diversamente, all’effettivo grado di democrazia e quindi di libertà che i cittadini del cosiddetto mondo evoluto, quello occidentale, posto a modello antitetico di quello di altri paesi ritenuti dittatoriali (si pensi alla Russia o alla Turchia, per non parlare della Cina), possono misurare al netto dell’emergenza pandemica. La prima domanda da fare è quella che riguarda il modello socio-economico, quello dello sviluppo a prescindere, poi solo nominalmente ribattezzato “sostenibile”. Dovrebbe essere chiaro a tutti che uno sviluppo infinito non può esistere, perché sulla base delle attuali conoscenze non è possibile creare energia (e quindi ricchezza) dal nulla, mentre tutto si trasforma, motivo per cui se vengono bruciate risorse in modo irreversibile il futuro è il deserto globale.

E’ del tutto normale che una specie, quella umana, aspiri a sopravvivere il più lungo tempo possibile, ma proprio per questo occorre che non sia essa stessa la causa della autodistruzione e, soprattutto, che questa sopravvivenza non sia un privilegio di pochi a danno degli altri. Per questo è evidente che il miraggio dello “sviluppo”, sostenibile o meno, non sia altro che una strada fuorviante che conduce all’incremento della ricchezza assoluta ma contemporaneamente alla sua concentrazione in sempre più poche mani, il che vale a dire il progressivo impoverimento della popolazione mondiale, e non soltanto in termini di reddito pro capite ma prima ancora sotto il profilo della tutela dei diritti umani fondamentali, dove la libertà non deve essere un concetto astratto o retorico.

In Italia la libertà è iniziata a finire da quando non è stato più possibile per un cittadino qualunque mediamente capace poter trovare un posto di lavoro regolarmente retribuito. Favoritismi e raccomandazioni ci sono sempre state e ci sono ovunque, anche nei paesi più virtuosi, ma c’è un limite di guardia che non va superato. Una volta, ai tempi della vecchia DC, si diceva che per ogni raccomandato doveva essere assunto un meritevole, perché altrimenti poi non ci sarebbe stato nessuno in grado di portare avanti le cose. E’ finita che le raccomandazioni e i favoritismi si sono estesi anche nell’ambito privato, laddove la “politica” si è insinuata in modo parassitario, e ciò sin dalle più grandi aziende sino al piccolo supermercato di quartiere. Per tacere dell’università e delle altre “supercaste”.

Ed in Italia la libertà ha continuato a finire quando si sono tagliate decine di miliardi nei servizi essenziali come la scuola e la sanità, tagli che sono stati in gran parte decisi dai governi non solo “democratici”, ma che a loro dire rappresenterebbero le categorie tipicamente tutelate dalla sinistra politica, ossia lavoratori e ceto medio in genere. Contemporaneamente questi “leader” democratici hanno ceduto alle lusinghe del capitale, quello improduttivo e speculativo, favorendo i “capitani coraggiosi” nella spoliazione delle imprese di Stato, definita “privatizzazioni”, nell’illusione che potessero essere delegati in perpetuo alla detenzione del “potere” politico, mentre ne venivano ogni giorno svuotati da quei poteri finanziari a cui avevano venduto l’anima. E la libertà dei cittadini.

Inquisizione democratica

di Salvatore Fiorentino © 2021

Ormai è tutto chiaro. L’Italia è una democrazia apparente. Forse, seppur paternalistica, la “prima repubblica” ha garantito un livello di democrazia superiore a quello che si è realizzato da “Mani pulite” ad oggi. Da quel momento, la magistratura, sospinta in ciò da una sola parte politica, quella che non riusciva mai a vincere le elezioni ma che si riteneva “migliore” sotto ogni profilo, da quello culturale a quello morale, ha assunto, di fatto ma anche dichiaratamente, un ruolo di “supplenza” nei confronti del potere legislativo e soprattutto di quello esecutivo, non solo segnando le sorti di questo o di quel leader di partito, ma addirittura causando la fine di tradizioni politiche e partitiche che affondavano le radici nel patto costituente seguente alle tragedie portate dal regime fascista.

L’odissea giudiziaria di Berlusconi, non certo un santo né uno statista, è una prova inoppugnabile. Così come le sventure di Matteo Renzi, nel momento in cui ambisce a mettere sotto scacco il potere togato, che reagisce in modo compatto, provando a tirarlo giù. Ma ora il dato che rileva è che sia Berlusconi che Renzi, i quali le hanno provate tutte per resistere, alla fine si trovano ai margini dell’agone politico. Chi deve andare avanti a tutti i costi, ma poveretto non ce la fa a schiodarsi dal 20% di consensi, è il Partito Democratico, perché così è “scritto” e così secondo qualcuno che rappresenta il “deep state” deve essere. A qualunque costo, e chi si oppone deve essere annullato, se del caso anche per via giudiziaria, perché ciò risponde, secondo quel qualcuno, al “bene”dell’Italia.

E siccome tutti hanno capito che questo partito eletto dal signore (ma non nelle urne) non andrà mai oltre il 20% o giù di li, ecco che si deve vampirizzare chi può portare linfa vitale, perché si raggiunga quella soglia minima che gli permetta di governare, ancorché con mille espedienti e raggiri. Ed ecco che il disegno di abbordare il M5S è l’unica speranza che questa ambizione élitaria possa realizzarsi. Da cui la necessità di rifondare (recte: restaurare) il Movimento affidata ad un accademico avvocato “democristiano” come Giuseppe Conte. Lo ha scelto davvero Grillo, oppure a Grillo è stata suggerita (imposta) questa scelta? E da chi? E perché? In cambio di quale contropartita (minaccia/ricatto)? Per questo, quando Grillo capisce che lo vogliono fare fuori reagisce, col video choc.

Un video inquietante che ha allarmato il Partito Democratico e tutte le anime “nobili” che si strappano le vesti per la difesa della donna. Un partito che crede di prendere in giro tutti nominando nel palazzo due capogruppo donne, ma che si guarda bene dall’affidare la leadership ad una donna. Una trovata ipocrita e di facciata, perfettamente coerente con la doppia morale tipica della sinistra élitaria che nelle periferie non ha messo mai piede, che è disgustata dall’odore emanato da chi lavora davvero, che irride chi non ha potuto, nonostante capace ma privo di mezzi, raggiungere un adeguato grado di istruzione e zoppica con la consecutio temporum, difettando di citazioni colte di filosofi e premi Nobel, che disprezza chi è felice con una pizza di quart’ordine purché in buona compagnia.

Un video di cui nessuno vuole vedere il vero messaggio, che a parte presunti colpevoli e presunte vittime si conclude con una frase forte e chiara: “se volete me prendetemi, sono qui, arrestatemi!”. Come a dire, volevate ricattarmi con la storia di mio figlio? Ebbene no, non ci sto, non mi accuccio per servire il Partito Democratico e non mi farò rubare il Movimento, a costo di farmi la galera. Avete capito? Se mio figlio è colpevole in gattabuia glielo porto io a calci nel sedere, altro che difesa da padre addolorato. Ma quando mai. Ma se è vero che la prova regina, il video della serata incriminata, mostra che non ci sono altro che ragazzi che si comportano da ragazzi, maschi e femmine perché non è una colpa essere né gli uni né le altre, allora, cara magistratura “democratica” ci devi spiegazioni.

Movimenti Cinque Stelle

di Salvatore Fiorentino © 2021

L’ultimatum di Casaleggio jr è scaduto e Beppe Grillo col suo video choc ha traversato il Rubicone. Che adesso lo separa irrimediabilmente dal quel M5S divenuto un satellite del Partito Democratico, lo stesso Movimento che si sarebbe dovuto rifondare sotto le cure dell’ex avvocato del popolo, Giuseppe Conte. Il quale avrebbe non solo sancito la saldatura politica col PD, ma addirittura tolto dal simbolo il nome del fondatore per sostituirlo con il suo. Un “cambiamento” più traumatico di quello della “Bolognina”, quando falce e martello vennero sotterrate sotto la Quercia, ossia l’embrione di quello che è poi divenuto il partito senz’anima di Enrico Letta, un prodotto surgelato ed insapore che si vuole propinare agli italiani ormai digiuni di politica, che non sanno più distinguere tra carne e pesce.

E ad essere sotterrato l’ “Elevato” non ci sta. Né da Conte, né da Letta né tanto meno da un oscuro procuratore della Repubblica di Tempio Pausania. Che per la verità si presenta all’apparenza in modo piuttosto stravagante: e, come si dice, il magistrato deve non solo essere, ma anche apparire tale, pena la sua credibilità. Che nel caso specifico risente non tanto dei precedenti giovanili (aveva fondato una radio libera) quanto dei trascorsi con l’immancabile Luca Palamara, quello delle chat infinite. Anche in questo caso lo spaccato che vede coinvolto il procuratore in fabula è inquietante: si legge di un pm che offre insistentemente biglietti vip da stadio e sontuosi pranzi annessi all’ex leader dell’ANM allora consigliere del CSM, nel periodo in cui si decidevano i suoi avanzamenti di carriera.

Così tutto sembra pronto per un colpo di scena. La stellare réunion della premiata ditta “Grillo & Casaleggio”, lasciando con un palmo di naso Conte e i governisti a qualunque costo, ormai accovacciati all’ombra del PD lettiano, che con una riverniciata rosa (il rosso è bandito a sinistra) si candida ad assumere la leadership del paese per forza d’inerzia. Potrebbe così risorgere il vero M5S, che non sarebbe quello delle origini, ma un movimento più consapevole pur capace di conservare i fondamenti della sua ragion d’essere, non costretto a governare “whatever it takes”, ma solo nel momento che ve ne saranno le condizioni, altrimenti collocato quale forza di opposizione in grado di esercitare effettivamente il ruolo di vigilanza e di contrasto ad ogni deriva antisociale e antilegalitaria.

Ne dovrebbero far parte, per la loro storia personale e per le ultime vicende che li vedono fuoriusciti, osteggiati e addirittura espulsi, esponenti come Alessandro Di Battista, Virginia Raggi, Nicola Morra, Ignazio Corrao, solo per citare i maggiori. Di certo ne sarebbero esclusi quei “traditori” come Giancarlo Cancelleri e la sua truppa palermitana che ormai da tempo brigano non solo per l’alleanza col PD, ma persino con pezzi di Forza Italia, per conquistare la Regione Siciliana alle prossime elezioni isolane. Un esempio di camaleontismo che non può neppure definirsi politico, ma opportunistico e squallido, in quanto volto solo alla conservazione della postazione di privilegio fortunosamente conquistata ed immeritata alla prova dei fatti ormai acclarati dal 2013 ad oggi.

E magari questo Movimento Cinque Super Stelle (M5SS) potrà finalmente intestarsi una vera ed organica riforma della giustizia, che rimetta ordine in primo luogo nel settore della magistratura requirente: separazione delle carriere tra pm e giudici, con due CSM e un “Gran Giurì” a vigilare sugli stessi, composto da giuristi di chiara fama nominati dal capo dello Stato e dal parlamento, ma privo di esponenti togati. E poi abrogazione della possibilità per il pm di archiviare autonomamente i fascicoli qualificati come privi di notizia di reato (il famigerato modello 45), dovendo gli stessi in ogni caso passare al vaglio di un giudice terzo. E poi “patente a punti” per i pm che “sbagliano” le richieste di rinvio a giudizio o di condanna oltre certi limiti fisiologici, sino all’assegnazione ad altre funzioni.

Grilleide

di Salvatore Fiorentino © 2021

Arma virumque cano, Troiae qui primus ab oris / Italiam fato profugus Laviniaque venit / litora, multum ille et terris iactatus et alto / vi superum …

Stavolta non è come al solito. Non si tratta più del rituale video messaggio costruito ad arte, tra frasi criptiche e messaggi subliminali. Ora l’ “Elevato” ha piantato i piedi per terra, e non le manda a dire. La traversata è giunta al suo approdo, all’ultima spiaggia. Il cosa accadrà adesso si gioca tra due alternative, o vita o morte. O sarà la fine di Grillo, archiviato e sepolto dal rinvio a giudizio del figlio Ciro, o sarà il canto del cigno della magistratura. In questo senso Salvini non sembra cogliere l’opportunità di evidenziare l’ennesima anomalia, quella che gli organi di stampa del potere (ossia tutti) nascondono dietro una strumentale difesa della vittima presunta, ossia che gli altrettanto presunti stupratori non sono stati oggetto di alcuna misura cautelare, di arresto.

Perché? Perché si è avuto un occhio di riguardo per il capo della prima forza politica uscita vincitrice alle elezioni del 2018? A prima vista si potrebbe pensare questo, e sarebbe molto grave. Oppure perché, come afferma Grillo, le accuse sono prive di sostanza? Col senno del poi si potrebbe anche sospettare ciò, e sarebbe ancora più grave. E’ il tentennamento della magistratura ad indurre il dubbio, non certo il lasso di tempo intercorso dai fatti alla denuncia degli stessi. Così come suonava strano il silenzio assordante dei media sino ad oggi, giorno in cui si è dato fiato alle trombe in un singolare unisono, a seguito del “la” dato dalla piccola procura di provincia laddove è trapelato che si stesse per procedere alla richiesta di rinvio a giudizio per il figlio del leader pentastellato.

Se si pensa che mesi addietro un esperto di comunicazione, e non solo, come Carlo Freccero aveva anticipato che Grillo era stato ricattato politicamente per via della vicenda del figlio, le peripezie del Movimento Cinque Stelle, ora sotto le cure di Giuseppe Conte, assumono una luce sinistra. Si dice che non esiste la giustizia ad orologeria, ma che si tratta di coincidenze, ed anche in questo caso è accaduto che nel momento stesso in cui Grillo si metteva di traverso contro il disegno già da qualcuno preordinato per il cambio non solo della linea politica ma persino del simbolo, sostituendo il nome del burbero padre fondatore con quello del rifondatore dal passo felpato, ecco che scattava la tagliola giudiziaria, il cui sibilo viene amplificato dal megafono della stampa padronale italiana.

Nel momento dell’accerchiamento politico ciò che conta non è il detto ma il non detto. Sicché pesanti come pietre tombali sono apparsi i silenzi di Conte e di Di Maio, mentre di compatimento filiale per il vecchio padre politico ormai caduto in disgrazie personali si può riferire con riguardo alle esternazioni rilasciate dai big del fu Movimento, come Taverna e Di Battista. Così, allo scoccare dell’ora delle iene e degli sciacalletti che si credono il sale della terra, non poteva mancare all’appuntamento la Boschi che, evidentemente eterodiretta da Matteo Renzi, si scagliava a testa bassa contro Grillo, brandendo l’arma della difesa delle donne. Peccato che non si fosse fatta notare in tale veste di paladina quando la sindaca Raggi veniva sommersa di offese quotidiane e della peggiore specie sessista nel silenzio generale.

Tutti contro Grillo e Grillo contro tutti. La stessa sorte di Salvini. Ormai entrambi annichiliti dai prossimi processi, che avranno vasta eco mediatica, dovranno rassegnarsi ad uscire dalla scena politica che conta, secondo il copione ormai collaudato sin da “Mani pulite”. Non importa se saranno condannati, perché sono già delegittimati presso l’opinione pubblica, con conseguente inevitabile crollo in termini di consensi e credibilità. Il “sistema” è quindi riuscito a liberarsi di due personaggi seppur diversi ma egualmente scomodi e destabilizzanti per i poteri della conservazione e dello sfruttamento dei lavoratori, quelli stessi che vedono nello stato sociale una minaccia piuttosto che un’opportunità. Per un futuro dove il partito della surgelazione di Letta sia il vincitore a reti unificate.


Processo Salvini, la politica indaghi su Palermo

di Salvatore Fiorentino © 2021

Va premesso che tutti coloro che vogliono realmente una giustizia effettiva, e non solo formale, concordano sul fatto che non debba mai aleggiare alcun pregiudizio (né giudizio) politico (né di altra specie) quando ci si trova innanzi al potere giudiziario della Repubblica. Ma lo scivolamento “politico” è nei fatti, a cominciare dal coinvolgimento del supremo organo di rilevanza costituzionale, qual è la “Consulta”, laddove da alcuni anni si è insinuato il vizio, dapprima inconcepibile, di nomine “politiche” alquanto inopportune (in primis quelle di parlamentari di lungo corso come Giuliano Amato e Sergio Mattarella), per finire con gli scandali che hanno ultimamente travolto il C.S.M., evidenziando pratiche di “autogoverno” fortemente piegate alla “ragion politica” di parte.

Va parimenti premesso che tutti coloro che vogliono realmente una democrazia effettiva, e non solo formale, concordano sul fatto che la competizione politica non debba essere influenzata né tanto meno condizionata da alcun altro potere, a cominciare da quello giudiziario, e specialmente nel momento che quest’ultimo dimostri manifestamente di aver perso la capacità di “autogoverno” affidatagli, quale garanzia ma anche come dovere da onorare, dalla Costituzione, sempre più disattesa nella sostanza e non di rado elusa anche nella forma. E nonostante il susseguirsi dei clamorosi scandali che hanno turbato il potere giudiziario, nulla sembra cambiare nella consapevolezza della magistratura associata, che non sa andare oltre i generici buoni propositi finendo per ricadere nei vizi ormai atavici.

Il processo a Salvini, per il caso “Open Arms”, è solo la goccia di un mare in tempesta, ma c’è da dire che la misura del vaso, per quando senza fondo, è ormai colma e lo stesso ha traboccato. Vero è che non si può giudicare se non si sono letti gli atti, ma è anche vero che qualcosa si è capito leggendo le trascrizioni delle chat del capro espiatorio designato, tale Luca Palamara, dove si lanciava il grido di guerra: “Salvini ha ragione, ma va colpito”. E la capitale d’Italia, quando si tratti di fatti di mafia o di personaggi politici che contano (da Andreotti a Salvini) rimane sempre Palermo, in quel palazzo di giustizia le cui mura hanno sentito le frasi più indicibili custodendo i veri misteri d’Italia, dove Falcone e Borsellino dovevano nascondersi nei sotterranei, per i quali non si è fatta ad oggi giustizia.

Tra “ricatti alla palermitana” (frase criptica ed inquietante che ricorre nelle chat palamariane, che andrebbe decifrata quanto prima) e “trattative Stato-mafia”, dal periodo post stragi dei ’90 a Palermo si è consolidato un potere tutto togato che ha finito per irraggiarsi nelle sedi requirenti di quasi tutta la Sicilia, laddove sono approdati magistrati cresciuti dentro il “palazzo dei veleni”, non senza preoccupanti contiguità, ad oggi ritenute prive di alcuna rilevanza penale e/o disciplinare, con il famigerato “sistema Montante”, che dell’antimafia aveva fatto una scimitarra per decapitare le teste dei dissenzienti rispetto a pratiche che con la legalità avevano ben poco a che spartire. E adesso si inventa la nomina di Gabriele Paci quale procuratore capo di Trapani, per allontanarlo da Caltanissetta?

Perché a Caltanissetta deve andare un “palermitano”? Fatto anomalo e non nuovo, dato che Caltanissetta è sede competente ad indagare sui magistrati del capoluogo regionale, come è avvenuto per il “caso Saguto”. Ed è un caso che il “palermitano” Lo Voi chieda (ed ottenga) di processare Salvini per fatti analoghi a quelli che sono stati invece ritenuti non penalmente rilevanti dalla procura di Catania? Ed è ancora un caso che Lo Voi sia rientrato in corsa per la procura di Roma, dopo che un’altro “palermitano” (Prestipino, delfino di ancora un altro “palermitano”, peraltro eccellente come Pignatone) è stato travolto dai ricorsi amministrativi in quanto ritenuto meno titolato di altri concorrenti? E’ un fatto senza precedenti, ma occorre una commissione d’indagine parlamentare su Palermo.

“La crescita infinita in un mondo finito”

di Salvatore Fiorentino © 2021

Ha ragione uno storico dell’arte come Tomaso Montanari o un banchiere come Lorenzo Bini Smaghi? Nella singolar tenzone catodica nella quale il primo si riporta ad un aforisma – che sarebbe da attribuire a Kenneth Ewart Boulding (1910–1993), economista, pacifista e poeta inglese naturalizzato statunitense – secondo il quale “chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è un folle, oppure un economista“, mentre il secondo gli rinfaccia che senza il capitalismo non ci sarebbe l’arte, in una visione mercificata da cui gli artisti moderni hanno invero iniziato a fuggire nel ‘900. Si rispecchia così, seppur nella ridotta di una trasmissione televisiva, l’eterno (si fa per dire) scontro tra il primato del capitale e quello dell’arte, ormai pacificato nei musei d’arte contemporanea.

Così come è singolare che un uomo di sinistra debba ripararsi sotto la tunica papale, invocando l’ipse dixit di Francesco, per dare forza e autorevolezza al suo “ragionamento”. Tanto più che non fa una piega, in una visione cosmica che non debba neppure scomodare l’etica di un maestro come Kubrick nel capolavoro “2001: A Space Odissey“, bastando fare memoria di una più modesta, ma a suo modo originale, serie tv degli anni ’70, quello “Space 1999” in cui ogni tentativo di ritornare sulla Terra perduta si infrangeva contro la presa d’atto che il pianeta era stato distrutto e desolato dal “progresso”, da quello “sviluppo” irrefrenabile che sembrava senza fine (in tutti i sensi), ma che invece aveva dovuto fare i conti con l’oggettività di un “mondo finito” (ancora in tutti i sensi).

E’ anche vero che la retorica “ambientalista”, che si esaurisce nei buoni propositi e in misure buone solo per la propaganda e che quindi è improduttiva in termini di politiche effettive per il cambiamento del paradigma economico-sociale, ritorna di moda con un ciclo di circa cinquant’anni, non appena sia cessata la memoria della generazione precedente, come si è verificato dai ’70 agli anni ’20 del nuovo millennio, tanto è vero che si parla ormai di “greenwashing”, ossia di dare una mano di vernice verde ad un mondo offuscato non tanto dai fumi della combustione fossile ed irraggiato dall’invisibile ed impalpabile minaccia nucleare, ma piuttosto dalla incapacità a ricercare e soprattutto accettare un nuovo modello economico che si basi più sui fatti che sulle parole.

Un solo dato dice tutto: nel 1970 la popolazione mondiale contava 3,7 miliardi di persone; nel 2020 il numero degli abitanti del pianeta Terra, in soli 50 anni, si è quasi raddoppiato, raggiungendo i 7,8 miliardi di individui. E’ evidente che il modello della crescita infinita non sia né sostenibile né produttivo di sviluppo, ma solo di sfruttamento, povertà, concentrazione di ricchezza nelle mani di pochissimi. E queste mani tanto più sono ricche tanto più grondano di sangue e lacrime. Come quelle che il neo premier italiano, il “professor” Mario Draghi, ha contribuito ad imporre al popolo greco, spogliato della dignità prima ancora che negli averi, come neppure la Germania nazista era riuscita a fare, mentre ci è riuscita quella “democratica” che dell’Euro ha fatto la sua nuova armata invincibile.

La pietra dello scandalo non è il denaro, ma il tasso di interesse. E’ la generazione di richezza dal denaro e non dal lavoro che sta conducendo verso il baratro, perché alla fine la massa del debito globale supera di gran lunga la ricchezza realmente prodotta. A questo si aggiunge la produzione fine a sé stessa, mentre occorrerebbe produrre solo ciò che realmente serve a soddisfare le esigenze dell’essere umano. Ed ecco che nuovamente si insinua il diavolo, facendo balenare come necessità quelli che sono solo bisogni apparenti, indotti da una manipolazione di massa che ha raggiunto un livello di sofisticazione così elevato che il “consumatore” è in verità il “consumato”, illusoriamente libero di scegliere tra una moltitudine di possibilità, ma prigioniero di questa scelta obbligata.

Quale mafia?

di Salvatore Fiorentino © 2021

Luciano Liggio (rectius: Leggio), a suo tempo, alla domanda se la mafia esistesse davvero, rispose in modo sibillino – e per certi versi anticipatore del famigerato articolo sul Corsera di Leonardo Sciascia su “i professionisti”, nonché di quella ipocrisia montante che è finita per degenerare in una retorica ormai lercia e nauseabonda – affermando che “se esiste l’antimafia vuol dire che esiste la mafia”, gettando ai piedi dell’opinione pubblica un doppio senso che può essere colto retrospettivamente, ed in modo deflagrante, dopo aver assistito allo stillicidio della caduta dei “paladini” che, ammantandosi del vessillo della “antimafia”, ne hanno tradito ab imis fundamentis la ragion d’essere, trasformandola in una “supermafia”.

Quale “Trattativa”? Da quel ferragosto infuocato del 2012, quando in pochi giorni si raccolsero oltre 150.000 firme a sostegno del pool palermitano che indagava sulla “Trattativa Stato-mafia”, abbiamo preso posizione dalla parte di Antonino Di Matteo, sino a quando ha svolto il ruolo di sostituto procuratore della Repubblica, prima a Palermo e dopo presso la Direzione Nazionale Antimafia. Non ne abbiamo condiviso, invece, così come per tutti gli altri magistrati che si sono avvicinati alla “politica”, il nuovo cursus honorum intrapreso, con la disponibilità ad assumere ruoli di nomina governativa e comunque extragiudiziari. Così come non ci convince il “mantra” secondo cui alla base delle stragi dei ‘90 c’è la “Trattativa”.

Quale verità? Di Matteo da alcuni anni è diventato un divulgatore giudiziario della tesi secondo cui la strategia stragista di Cosa nostra, e dei mandanti esterni sempre evocati ma mai individuati, fosse quella di condizionare la storia politica italiana, nel senso di stabilire un nuovo “patto sporco” tra “Stato” e mafia. Per deduzione, non tanto sottaciuta, si insinua l’ipotesi, se non il sospetto o addirittura la convinzione, che questo patto dovesse realizzarsi con l’allora nascente formazione berlusconiana di “Forza Italia”, fondata da quel Marcello Dell’Utri condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. E’ il leit motiv della procura di Palermo da ormai venticinque anni, che fa trasparire un evidente sfondo politico.

Quale giustizia? Quando ormai è chiaro che esistono procure della repubblica “ideologicamente orientate” (non lo affermano gli squalificati berluscones, ma un autorevole magistrato quale Nicola Saracino nella sua missiva a Palamara), l’imparzialità dell’azione penale risulta se non compromessa quanto meno depotenziata in termini di credibilità agli occhi dell’opinione pubblica, con un effetto di autodelegittimazione che produce conseguenze devastanti in danno dell’intero ordine giudiziario, dove per fortuna esiste ancora un sufficiente numero di veri magistrati, anche se costretti alla rinunzia ad ogni legittima aspirazione di carriera, proprio per preservare la loro autonomia e indipendenza “interna”.

Quale antimafia? (dulcis in fundo vel in cauda venenum). E se invece la causale della strategia stragista, che per logica va attribuita al “potere” e non certo ad una delle sue mani armate, ossia Cosa nostra, fosse tutta “politica”? E non nel senso di determinare un nuovo rapporto di connivenza tra “Stato” e mafia, ma in quello di tutelare una parte politica al di sopra di ogni sospetto, “antimafiosa” ab origine, dall’emersione di inconfessabili commistioni di interessi economici, come sembra stesse per disvelarsi dal poderoso dossier su “Mafia e appalti”, che in mano a Falcone era pericoloso ma ancora di più lo era diventato dopo Capaci nelle mani di Borsellino. Tanto pericoloso che fu repentinamente archiviato.

(18 luglio 2020)

I procuratori di Montante

di Salvatore Fiorentino © 2021

E’ emerso dalle cronache giudiziarie, forse per caso, forse per incidente – è noto che il diavolo costruisca pentole di eccellente fattura, ma che, ahilui, non sia capace di realizzare il benché minimo coperchio – che è esistita (e che esiste) una repubblica parallela a quella legale, sancita dalla Costituzione e consacrata dal voto democratico dei cittadini, una repubblica al cui vertice vi era un capo “fantoccio”, il classico personaggio costruito nel laboratorio di chi coltiva in modo occulto le proprie strategie di potere, annodando sagacemente i fili della politica, dell’informazione e, non ultima, della magistratura, con particolare riguardo a quella requirente. E’ una storia vecchia che periodicamente si ripete, sempre con nuovi protagonisti.

Come da manuale del potere occulto, non appena questo “capo” è stato colpito da indagini e condanne, si è trasformato immediatamente nel parafulmine di chi lo aveva concepito. Ma chi era il “padrino politico” di Montante, per quanto è stato riferito da una pluralità di fonti qualificate, anche nelle sedi istituzionali e sulla scorta di riscontri oggettivi, peraltro fatto non smentito neppure dal diretto interessato? Oggi tutti sanno che costui risponde al nome di Giuseppe Lumia, ex senatore che ha ricoperto ininterrottamente per 25 anni lo scranno di componente della Commissione nazionale antimafia, avendola anche presieduta per un anno. Anche se si può ritenere che Lumia non sia il vertice, ma un anello, della catena di comando.

Questa “repubblica parallela”, per essere funzionale agli obiettivi che ne erano presupposti, doveva avvalersi di strutture essenziali come una “magistratura” e una “informazione”. La prima per tutelare la “legalità” secondo i codici di siffatta “istituzione”, la seconda per orientare e fidelizzare l’opinione pubblica, carpendone la buona fede o sollecitandone la disponibilità al compromesso in nome di una convergenza più o meno tacita di interessi. Ecco che nel “sistema Montante”, definito dal gup di Caltanissetta “mafia trasparente”, si trovano tentativi di avvicinamento e di coinvolgimento di figure di spicco della magistratura siciliana, procuratori della repubblica e procuratori generali, alcuni ad oggi in servizio.

Secondo il procuratore della repubblica di Catania, investito per la parte di competenza, i fatti a carico dei suddetti magistrati, per quanto ad oggi conosciuto, “allo stato”, possono dirsi “discutibili” ma non “penalmente rilevanti”. Così il fascicolo, certamente imbarazzante data la notorietà di alcuni dei nomi degli indagati, viene inviato al Consiglio Superiore della Magistratura per l’accertamento di eventuali rilievi di profilo disciplinare. Ma l’organo di autogoverno ritiene di archiviare tutto; resta implicito che, altrimenti, avrebbe dovuto mettere sotto accusa sé stesso, dato che alcuni dei fatti riguardavano la “carriera” di questi procuratori. Il che, alla luce dei recenti scandali che hanno toccato il CSM, appare grave.

Ora, nel momento in cui divampa lo scontro al calor bianco tra due istituzioni, la Commissione regionale antimafia, presieduta da Claudio Fava, e la magistratura messinese – quella requirente che mostra di non aver gradito la relazione sul “caso Antoci” e quella giudicante dell’ufficio del gip che nella seconda archiviazione utilizza un linguaggio definito da Fava come “stragavante” ma che in verità appare piccato sino al punto da potersi dubitare della serenità e quindi della terzietà del giudizio – non appare più rinviabile un accertamento definitivo sulle condotte dei magistrati ritenuti “vicini” al “sistema Montante”, anche ove si tratti di mere relazioni amicali, ovverosia intrattenenti rapporti con l’ex senatore Lumia.

(25 luglio 2020)

Né Draghi né Conte, l’Italia merita altro

di Salvatore Fiorentino © 2021

Come al solito, il “dibattito” all’italiana vede da un lato i tifosi del nuovo (vecchio) premier Draghi e dall’altro quelli del vecchio (nuovo) premier Conte. I fatti dimostrano che né l’uno né l’altro possono rappresentare il futuro dell’Italia, che merita altro, quanto meno sulla base delle potenzialità virtuose, al netto dei peccati atavici e dei vizi congeniti del Paese già ben declamati dal sommo Poeta, eppur sono trascorsi 700 anni dalla sua morte. Al confronto, alquanto ottimistica era la prospettiva del “mai umano” (100-150 anni) indicata dal genio incompreso Tomasi di Lampedusa affinché qualcosa potesse cambiare per davvero, quanto meno in questa Sicilia che dell’Italia è stata sempre laboratorio, sentina di quanto peggio e di quanto meglio si potesse immaginare e sperare.

Se Draghi incarna il “deep state”, la faccia visibile dei poteri occulti che intendono servirsi dei popoli quali mandrie da pascolare e sfruttare per i loro supposti interessi superiori, Conte veste a pennello i panni del parvenu che promette una rivoluzione che non potrà mai mantenere, anch’egli figlio minore di quel “sistema” contro cui, in un ritrovato ardore adolescenziale, vorrebbe combattere per il “cambiamento”. Rivoluzione peraltro ammorbidita se non del tutto sopita con il recente annuncio della “rifondazione” del Movimento Cinque Stelle, che si appresta a divorziare con l’erede del padre co-fondatore Gianroberto Casaleggio, motivo per cui il sedicente “avvocato del popolo” torna utile per il disbrigo delle faccende legali, in una guerra di cavilli umiliante per tutti.

La verità è che più Draghi e Conte parlano di cose di cui non sono competenti (la politica in primis) più si rende evidente la loro nudità (inadeguatezza) di fronte ai cittadini. Adesso non si contano le gaffe di Draghi, ed a nulla serve che certa stampa servile corra in soccorso per tentare maldestramente di tappare le falle clamorose con un dito. E chi pensi che un banchiere o un avvocato professore universitario possano prestarsi con successo al ruolo di leader di un paese in mezzo al guado tra un passato che non passa e un futuro che non arriva è quanto meno in mala fede. Non si è ancora manifestato chi possa cambiare le sorti della politica italiana, ed il fenomeno M5S è stata un’occasione perduta, biodegradata per dissolversi infine nel fiume inquinato del Partito Democratico.

Ma chi può mai pensare che Draghi, uno dei protagonisti della finanza globale, allevato presso il Massachusetts Institute of Technology negli anni ’70, corresponsabile della stagione delle privatizzazioni selvagge dei gioielli dell’impresa di Stato italiana, per tacere d’altre vicende oscure (come quella riguardante i famigerati “derivati”) delle quali si è sempre dichiarato estraneo, possa oggi incarnare d’incanto i valori della giustizia sociale, dell’equità, della tutela delle fasce deboli, dei diritti dei cittadini invece che quelli di cui è stato da sempre rappresentante e latore, ossia il primato della moneta (l’Euro), del profitto e degli interessi dei colossi economici e finanziari, “whatever it takes” (a qualunque costo)? Evidentemente, gli sprovveduti o gli osservatori in mala fede.

E chi può mai pensare che Conte, avvocato civilista di grido, collaboratore e allievo di uno dei più potenti baroni accademici d’Italia, professore universitario e consulente dalle parcelle d’oro, possa indossare veramente i panni dell’ “avvocato del popolo”, difendendo a titolo gratuito la causa (persa) dei diritti sempre più calpestati dei lavoratori, visti oggi come carne da macello da sacrificare in nome di quel salvifico (per i poteri finanziari) “whatever it takes” di draghiana memoria? Ancora più evidentemente, gli illusi cronici oltre agli sprovveduti irredimibili. E non è un caso che Conte stia procedendo alla definitiva “sanificazione” del M5S, sotto le mentite spoglie di quelle vaghe idealità che il Principe di Salina riteneva fossero il bagaglio indispensabile per l’homo novus che sapesse prendere in giro sé stesso.