La massoantimafia

di Salvatore Fiorentino © 2021

“Massomafia” è un neologismo coniato agli inizi degli anni ’80 dall’urbanista Giuseppe D’Urso, docente universitario a Catania. A quei tempi c’erano ancora i maestri e non solo i baroni nell’università, e specialmente l’urbanistica era intesa non tanto come una disciplina tecnica ma soprattutto umanistica, come osservatorio privilegiato della società vista nelle sue trasformazioni complesse, stratificate nel tempo e nello spazio. Il rigore sistematico e l’acutezza di analisi, unitamente alla passione civile, permise a D’Urso di elaborare diversi dossier sulle anomalie che aveva rilevato, trasmessi puntualmente all’autorità giudiziaria, che però li ignorava. Da qui l’intuizione che vi fosse un sistema “massomafioso” che coinvolgeva tanto la mafia che le istituzioni.

A quasi trent’anni dalle stragi degli anni ’90, che hanno stravolto l’Italia, deviandone il corso democratico, alla luce di ciò che si è iniziato a comprendere con il “caso Montante”, pare opportuno un aggiornamento del termine “massomafia” in “massoantimafia”, ossia l’evoluzione della capacità dissimulatoria dei sistemi criminali sotto le mentite spoglie di una supponenza non solo legalitaria ma anche arrogantesi il ruolo di depositaria esclusiva della legalità, con diritto insindacabile di rilasciare “patenti” di antimafiosità e mafiosità a chi venga reputato rispettivamente “amico” o “nemico”. Ciò marca il salto di qualità delle mafie, che divengono parte integrante del sistema dominante, azionisti che vantano la produzione del 20% del pil nazionale.

Così come accadeva per la “massomafia”, nella “massoantimafia” si incontrano pezzi della magistratura, della politica, delle istituzioni, della stampa, dell’economia e della finanza, della criminalità organizzata di alto livello, ormai élites dei colletti più bianchi che si può. Ma mentre la ragion d’essere della “massomafia” era quella di coprire gli affari illeciti mediante un reticolo di mutue protezioni, con la “massoantimafia” si aggiunge l’obiettivo di colpire i “nemici” deviando gli organi dello Stato, ed in particolare le istituzioni antimafia, siano esse le procure della repubblica, le prefetture e anche le commissioni parlamentari, a cui si affiancano servizi segreti e quella stampa funzionale alla consacrazione dei paladini utili a captare il consenso popolare.

Il sistema “massoantimafioso” ha negli ultimi 25 anni costruito un potere che non mira tanto a condizionare il funzionamento dello Stato, ma a farsi esso stesso Stato. Infiltrandosi nei movimenti politici, soprattutto in quelli a matrice legalitaria, cooptando e compiacendo figure strategiche nelle forze dell’ordine, compresa la polizia penitenziaria, e nella magistratura, oltre che nei grandi organi di informazione. In particolare, l’attenzione è stata rivolta verso i giovani pm, accompagnati nella crescita professionale, formati secondo i crismi di questa “antimafia”, per poi divenire pedine più o meno consapevoli di disegni concepiti in alto loco. Analoga strategia riguarda la concezione in vitro di giovani giornalisti “antimafia”, da vittimizzare per renderli famosi.

Ma il vero tratto distintivo della “massoantimafia” rispetto alla “massomafia” è quello che la prima, diversamente dalla seconda, viene sostenuta non solo dai propri adepti, ma soprattutto da quella parte della società civile che ancora oggi si oppone ai sistemi criminali di ogni specie, che si indigna per le storie del malaffare e scende in piazza, organizza sit-in e lancia petizioni, dato che credendo di difendere e contribuire per l’affermazione dei valori antimafiosi finisce invece per portare acqua al mulino dei suoi più pericolosi avversari, esaltandoli e venerandoli, spandendone il verbo in modo anche virale per mezzo dei social network. Si può anche non amare Sciascia, ma quanto meno si diffidi dai “professionisti dell’antimafia”: sono quelli vivi e vegeti, ricchi e in carriera.

L’anima nera dell’antimafia

di Salvatore Fiorentino © 2021

L’unico rilievo che può essere mosso alla relazione sul “caso Montante”, pubblicata dalla Commissione regionale antimafia presideduta da Claudio Fava, è l’uso del tempo al passato, come se questo inquietante capitolo di storia fosse definitivamente chiuso e che, caduto nella rete della giustizia l’ex paladino della falsa antimafia, l’incubo sia finito. Diversamente, come peraltro hanno dimostrato gli strascichi sul “caso Antoci”, anch’esso esaminato dalla Commissione regionale, il sistema di potere minuziosamente costruito negli anni sotto l’aura della legalità e dell’antimafia non sembra essere affatto cessato. Semmai, come avviene subito dopo uno scandalo pubblico, il sistema si è inabissato, sostituendo al personaggio ormai destituito di ogni credibilità un altro che sia non al di sopra di ogni sospetto, ma di più. E se un nuovo imprenditore non sarebbe credibile, né tanto meno lo sarebbe un politico, ancorché di fede antimafiosa e legalitaria, ecco che l’ultima risorsa è un magistrato di altissimo spessore culturale e morale. Ma di potere.
L’identikit individua un profilo mosso da una irrefrenabile ansia di carriera, quasi patologica, che ha quindi mostrato spiccate capacità relazionali e che gode del vasto plauso dell’opinione pubblica, distinguendosi per notevole attitudine alla mediazione e persino alla manipolazione delle coscienze. Una sorta di distillato, di infuso, di virtù ed irreprensibilità, una faccia d’angelo che riuscirebbe ad ingannare la propria madre. Un novello Dr. Jekyll spasmodicamente attratto dal coesistere del bene e nel male nel medesimo individuo.

Del resto, un sistema di potere siffatto, che si denomini “Montante” o vattelappesca, si poggia essenzialmetne sul controllo di chi può costituire il più insidioso intralcio alle scorribande (“ribalderie” le definisce la Commissione Fava) nei settori degli affari più redditizi – divenendo temibile “competitor” di Cosa nostra ovvero realizzando con essa una inossidabile “joint venture” – ossia i vertici della magistratura requirente e gli organi di informazione, non disdegnandosi il reclutamento di figure di alto rango nelle forze dell’ordine e persino nei servizi segreti. Tuttavia, il fatto che a “smontare” il sistema “Montante” sia stata la procura del più piccolo dei quattro distretti giudiziari siciliani, dimostra come anche il meccanismo più sofisticato e rodato possa incepparsi a causa di qualche imprevisto granello di sabbia. Ecco che appare grave che alcuni alti magistrati, oggi ai vertici di uffici requirenti a Palermo e a Messina, siano risultati, come accertato dalla stessa magistratura, aver intrattenuto col sistema “Montante” rapporti che, pur non essendo (per quanto ad oggi verificabile) stati giudicati fonte di illecito penale né disciplinare, dovrebbero consigliare all’organo di autogoverno (C.S.M.) una immediata rotazione con magistrati provenienti da distretti distinti e distanti, affinché sia doverosamente sgombrato il campo da ogni residuale sospetto. Che va diffondendosi presso l’opinione pubblica, erodendo dalle fondamenta, ossia nell’esercizio obbligatorio dell’azione penale, la credibilità delle istituzioni. Dietro le quali si staglia l’ombra di un’anima nera.

(1 aprile 2020)

MONTANTE, L’ANTIMAFIA COME LOBBY DI POTERE

di Felice Cavallaro

I suoi colleghi di Confindustria, quasi tutti i suoi colleghi siciliani, attendono ancora imbarazzati le conclusioni dell’inchiesta di Caltanissetta su Calogero Montante [Montante è stato condannato in primo grado a 14 anni di reclusione, mentre sono ancora aperti altri filoni d’indagine, tra cui quello che riguarda l’ex senatore Giuseppe Lumia, ndr], l’industriale accusato di avere trasformato un pezzo di antimafia in una lobby di potere. Ma, intanto, la Commissione antimafia presieduta all’Assemblea regionale da Claudio Fava ha ultimato le audizioni avviate l’anno scorso pubblicando un dossier che affonda duro sulla vicenda. E parla di un “cerchio magico”, allestito attorno ai governi guidati da Raffaele Lombardo prima e Rosario Crocetta dopo. Con un protagonista di primo piano come “eminenza grigia”, Beppe Lumia, lo storico leader del Pd arrivato dal volontarismo e definito “il senatore della porta accanto” perché si sarebbe piazzato nel cuore del potere, a due passi dall’ufficio dei governatori, con gli occhi sulle carte degli assessori regionali.

Le frequentazioni eccellenti
Era solo finzione? Erano solo professionisti dell’antimafia interessati a pilotare appalti? Tanti contestano la ricostruzione, a cominciare da Lumia. Ma la risposta contenuta nelle 120 pagine della commissione guidata da Fava sembra in linea con le accuse della Procura di Caltanissetta che da qualche giorno ha trasferito Montante agli arresti domiciliari solo per ragioni di salute, dopo otto mesi di carcere. Emerge dalla Commissione un atto di accusa contro quel “cerchio magico” che avrebbe avuto sostenitori anche fra tanti giornalisti e magistrati. Ma su questo piano si rischia un effetto tritacarne che non risparmia magistrati da sempre impegnati sulla trincea antimafia. Tutte posizioni già archiviate a Catania ma con un giudizio pesante su relazioni ritenute “discutibili” e intessute da tanti magistrati eccellenti con Montante: «Tale condotta, in assenza di altri elementi di difficile accertamento, per quanto discutibile, non può certo ritenersi illecita».

La stagione dell’anima nera
E non sarebbero illeciti, anche se vengono fortemente stigmatizzati, i rapporti di alcuni giornalisti ascoltati in commissione con riferimento a una somma di frequentazioni dello stesso Montante anche con ministri, prefetti, alti burocrati, funzionari dei servizi segreti. Ogni volta spiegando che Montante e Ivan Lo Bello si presentavano allora come un baluardo contro racket e mafia. Al contrario di quanto hanno poi rivelato soprattutto due testimoni, Marco Venturi, a lungo assessore regionale “in quota” Confindustria, e Alfonso Cicero, un funzionario posto al vertice di un istituto regionale. Anche loro decisi a sostenere la tesi di un terzo assessore prestato dalla magistratura, Nicolò Marino: «L’anima nera di tutto questo era Lumia».

La scimitarra del bene
Amara la chiusura dei lavori della commissione, come sottoscrive Fava: «Questa relazione ha cercato di comprendere i meccanismi che hanno reso possibile una lunga stagione di anarchia istituzionale, una deregulation perfino ostentata, una promiscuità malata fra interessi privati e privati … resta la preoccupante consapevolezza che molti sapessero e, pur senza essere parte di quel sistema, abbiano taciuto». Tutto ciò sarebbe stato possibile attraverso «la forzatura delle procedure, la sistematica violazione delle prassi istituzionali, l’asservimento della funzione pubblica al privilegio privato, l’umiliazione della buona fede di tanti amministratori, l’occupazione fisica dei luoghi di governo, la persecuzione degli avversari politici …». Di qui la critica ad «una certa ‘antimafia’» agitata come una scimitarra per tagliare teste disobbedienti e adoperata come salvacondotto per se stessi attraverso un sillogismo furbo e falso: chi era contro di loro, era per ciò stesso complice di Cosa nostra». Ed ancora: «Un repertorio di ribalderie spesso esibito come un trofeo: era il segno di un potere che non accettava critiche e non ammetteva limiti». Come dire che tanti per non soccombere avrebbero finito per piegarsi, come concludono i commissari di Palazzo dei Normanni: «Affinché vicende come quelle descritte non abbiano mai più a ripetersi occorre ripartire, con umiltà, anzitutto da questa ammissione».

[articolo apparso su “Il Corriere della Sera”, 19 marzo 2019]

“Dossier Lumia”: dal caso Italkali alle grandi discariche

di Salvatore Fiorentino © 2021

Sembra venuta giù una valanga. Quella delle accuse che, in modo sempre più qualificato e circostanziato, puntano il dito verso l’ex senatore Giuseppe Lumia, per cinque legislature (dal 1996 al 2018) ininterrottamente componente (presidente dal 2000 al 2001) della “Commisione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno delle mafie”, divenuto l’emblema di quell’antimafia di propaganda e di potere tuttavia svuotata di contenuti ed azioni effettive. Qualcuno, tra gli addetti ai lavori, nelle conversazioni private, non lesina commenti critici verso “quei magistrati amici” dell’ex senatore di Termini Imerese, che adesso difficilmente potranno difenderlo come è verosimilmente avvenuto in passato, un passato a tinte oscure dove il paladino della “legalità & sviluppo”, per quello che ci consegnano le cronache, è stato lambito da diversi casi giudiziari, tra cui quello relativo al “sistema Montante”, riuscendone sino ad oggi sempre indenne, anche se ciò non ha mancato di destare crescenti perplessità. Così come nessuno, ad un certo punto, ha potuto difendere l’ex paladino dell’antimafia, condannato a 14 anni di reclusione, dopo una mirabolante ascesa sino ai sommi vertici delle istituzioni, guadagnandosi la fiducia persino di ministri e presidenti della repubblica. E se per un verso appare ormai assodato che Lumia sia stato il dominus di un sistema di potere accentrato e accentratore, per altro verso sembra non essersi compreso del tutto che siffatto sistema è ancora vivo e vegeto nelle sue ramificazioni capillari che si sono radicate nei più reconditi ambiti territoriali siciliani, “infiltrando” o “sciogliendo” gli enti locali.

L’arma impropria della “legalità”
Su questo dualismo, accentramento e ramificazione, si è declinato l’esercizio di un potere che ha brandito la “legalità” come un’arma impropria, spesso solo minacciata ma alla bisogna adoperata per rimuovere ogni ostacolo politico-amministrativo al conseguimento di “obiettivi” economico-imprenditoriali di ogni dimensione e natura, talvolta persino prendendo posizione al fianco di soggetti ritenuti vicini alle organizzazioni criminali di stampo mafioso, con la scusante di volerli condurre entro “percorsi di legalità”, come se per ciò bastasse la parola del politico “antimafioso”, la sua garanzia. Una sorta di benedizione che i fatti hanno presto smentito, allorquando le aziende “raccomandate” da questa antimafia sui generis accusavano rovinose ricadute nelle spire del malaffare, con tutto un florilegio di sequestri giudiziari, misure di prevenzione, interdittive prefettizie. Chiunque si fosse opposto a questo sistema deviato era destinato presto o tardi a divenire un bersaglio da colpire, un nemico da abbattere, un ostacolo da rimuovere. Si metteva in moto la macchina della delegittimazione pubblica, con campagne mediatiche orchestrate ad arte, con l’isolamento e l’allontanamento di tutti coloro che non fossero arruolabili o coartabili, oltre che con l’uso strumentale degli esposti (spesso anonimi) e delle denunce, mescolando abilmente mezze verità ed integrali falsità, anche con lo scopo di far avviare procedimenti nelle sedi giudiziarie, confidando nei tempi lunghi della “giustizia”, durante i quali guadagnare tutto lo spazio necessario per mettere a frutto i propri disegni egemonici.

Il retroscena politico-giudiziario
E’ questo il quadro che era andato intravedendosi da almeno un decennio, quale risultato di una composizione logica e cronologica di episodi sempre più numerosi, ossia da quando Lumia si ritagliava il ruolo di deus ex machina del governo regionale con cui l’allora governatore Lombardo sanciva la frattura con il centrodestra siciliano nella consumazione di un matrimonio di interessi con il centrosinistra (al netto di chi, come Enzo Bianco ed altri, intratteneva solidi legami, “cementificati” da comuni obiettivi, con l’altra sponda capeggiata da Giuseppe Firrarello), presentandosi alla ribalta come l’homo novus dell’Autonomia, rinnegando i percorsi politici e le fraterne vicinanze con l’ormai decaduto Totò “vasa vasa” Cuffaro, agognando una giunta regionale che fosse la quintessenza della “legalità”, per ciò reclutando magistrati dai nomi anche altisonanti come Caterina Chinnici e Massimo Russo. Si veniva così a realizzare una invincibile “joint venture” tra il “clientelismo industriale” di Lombardo e l’ “antimafia di potere” di Lumia, tuttavia destinata ad interrompersi prematuramente a causa dell’emersione di rapporti dello stesso Lombardo con ambienti della criminalità mafiosa, e ciò nonostante le credenziali “antimafiose” acquisite in dote e l’indirizzo della procura di Catania per l’archiviazione di ogni addebito, ma infine non condiviso dai magistrati giudicanti. Da qui l’invenzione della controfigura di Rosario “Saro da Gela” Crocetta, antimafioso certificato, grazie alla quale, Lumia potrà finalmente sedersi, di fatto, sullo scranno di presidente della regione siciliana.

La facciata della “antimafia”
L’ultima relazione approvata dalla Commissione regionale antimafia, presieduta da Claudio Fava, che ha per oggetto l’indagine sul sistema dei rifiuti in Sicilia, offre degli squarci sconcertanti sull’effettivo ruolo rivestito, ancorché dietro le quinte, dall’ex senatore Lumia nei cinque anni del governo Crocetta. Un governo che, subentrato a quello di Lombardo ne mutua la facciata legalitaria ed antimafiosa, reclutando negli assessorati più delicati e controversi un magistrato, Nicolò Marino, noto per il suo impegno contro il malaffare politico-mafioso, e nientemeno che Lucia Borsellino. Peccato che, dopo poco più di un anno, Marino venga estromesso dal ruolo di assessore ai rifiuti, a seguito del rocambolesco incontro presso l’hotel Excelsior di Catania alla presenza di Lumia, Montante e Lo Bello, durante il quale Marino viene accusato di comportamenti “ostili” nei confronti della famiglia Catanzaro, titolare della grande discarica di Siculiana, pretendendosi un cambio di rotta negli indirizzi di un assessorato che veniva a toccare interessi dell’ordine di centinaia di milioni di euro nel settore degli impianti per lo smaltimento dei rifiuti. Dopo pochi mesi, sarà costretta a lasciare anche Lucia Borsellino, che si dimette da assessore alla salute con una nota in cui denuncia l’aggressione “all’istituzione e alla sua persona”. Ed altrettanto clamorose, subito dopo, appaiono le dimissioni dell’assessore all’agricoltura, l’avvocato Nino Caleca, già collaboratore di Pio La Torre, motivate dall’impossibilità di verificare che le erogazioni dei fondi comunitari non finiscano nelle mani della mafia.

Il modus operandi del “presidente” Lumia
Uno degli aspetti che risalta nella relazione che la Commissione antimafia regionale ha appena approvato, è l’interferenza posta in essere da Lumia durante il governo Crocetta, senza che l’ex senatore rivestisse alcun ruolo formale. Peraltro, non si tratta di una azione sviluppata sul piano politico, ma segnatamente su quello gestionale, con particolare riferimento al rilascio delle autorizzazioni per gli impianti di varia natura, da quelli produttivi sino a quelli deputati all’abbancamento definitivo della mole dei rifiuti solidi urbani che quotidianamente vengono conferiti in Sicilia, di cui solo una parte, ancora ad oggi minoritaria, viene destinata al recupero e al riciclo, e ciò a causa di uno strutturale e gravissimo ritardo nella realizzazione della rete regionale delle apposite piattaforme, sia pubbliche che private, in esecuzione di una non dichiarata ma fattuale “volontà politica” consolidatasi da oltre vent’anni, sin dalla dichiarazione dello stato emergenziale avvenuta nel 1999 sotto l’allora governo Capodicasa (il primo ad essere guidato da un ex comunista). Ma stavolta non è solo l’ex assessore Marino a riferire delle ingerenze di Lumia, dato che ancora più esplicite appaiono le dichiarazioni rese da Marco Lupo, ex dirigente generale del dipartimento dei rifiuti, e da Vania Contraffatto, pm presso la procura di Palermo, che viene scelta per la successione a Marino dopo la breve ed interlocutoria parentesi di Calleri. Al di là del fatto che le sedute della giunta, con gli assessori costretti ad attendere per ore, fossero precedute da interminabili “summit” tra Crocetta e Lumia, emergono casi specifici.

La concessione all’Italkali e l’autorizzazione alla Cisma
La Contraffatto, seppur in concreto esautorata dalla gestione del suo assessorato, rimane in carica sino alla fine della legislatura. Audita dalla Commissione Fava, rivela alcuni episodi inquietanti: il primo riguarda la nomina dei dirigenti generali dei dipartimenti, scelti senza nemmeno consultarla e, a suo dire, asserviti a Crocetta e, quindi, a Lumia. Sino al punto che la stessa assessora, un bel giorno, ebbe a dire allo stesso Crocetta che “continuando su questa strada sarebbe andato a finire in prigione”. Una profezia forse non del tutto avventata visto che, finito il mandato, Crocetta è rimasto coinvolto in indagini delle procure di Palermo e Caltanissetta, per abuso d’ufficio, corruzione ed associazione a delinquere. In questo contesto matura il secondo episodio riferito alla Commissione: si tratta di una delibera per il rinnovo di una concessione a favore della società “Italkali”. A dire della Contraffatto, la delibera non venne mai messa all’ordine del giorno, salvo poi scoprirsi che di questa concessione, grazie ad una riapertura dei termini adottata su input del presidente (viene da dire: quale?), era stata beneficiata un’altra società di Termini Imerese, vicina all’ex senatore, sempre lui: Lumia. Infaticabile nelle questioni gestionali piuttosto che in quelle politiche, Lumia si occupa direttamente anche di un’autorizzazione per la “Cisma”, una discarica sita nel comune di Melilli, in provincia di Siracusa, gestita da un soggetto ritenuto vicino ad ambienti mafiosi. L’autorizzazione era stata denegata dall’allora dirigente Marco Lupo, per mancanza di requisiti. Lumia gli chiede conto e ragione. Così, Lupo va via dall’assessorato e la “Cisma” ottiene infine l’autorizzazione.

(18 aprile 2020)

“I LEGAMI DI LUMIA CON I RE DELLE DISCARICHE SICILIANE”

di Antonio Fraschilla

Una figura chiave dietro il governo Crocetta che si sarebbe interessata a pratiche scottanti in prima persona, a partire dalle autorizzazioni di alcune discariche private. Nelle centosettanta pagine della relazione della Commissione regionale antimafia guidata da Claudio Fava il nome dell’ex senatore Beppe Lumia compare quaranta volte. E a tirarlo in ballo sono due ex assessori, Nicolò Marino e Vania Contrafatto, e l’ex dirigente generale dei Rifiuti Marco Lupo. Proprio Lupo racconta la vicenda Cisma: la discarica di rifiuti speciali di Melilli (della famiglia Paratore poi indagata per mafia) autorizzata durante l’emergenza nel luglio 2016 ad accogliere rifiuti urbani. Pochi mesi prima Lupo si era opposto ad autorizzare questa discarica perché “mancava la Valutazione ambientale”: un documento fondamentale.

Dice Lupo: “Mandai indietro l’autorizzazione e a quel punto cominciarono tutta una serie di colloqui. Dico tranquillamente che me ne parlarono Crocetta e Lumia. Mi chiesero come mai avessi rimandato indietro l’autorizzazione”. Fava domanda: “Il presidente Crocetta e Lumia le dissero esplicitamente che erano stati contattati dalla famiglia Paratore?” Lupo risponde: “Lumia sì, nel senso che non c’era bisogno che me lo dicesse perché quando mi chiamò per parlarne, lì con lui c’era il titolare dell’impianto, Paratore. Lumia mi disse se quando andavo a Roma glielo facevo sapere … Quando sono andato a Roma, al bar Sant’Eustachio, arrivai un po’ prima, mi sedetti e girandomi vidi che c’era Paratore, quindi gli dissi ‘lei per caso sta aspettando il senatore Lumia?’, disse: ‘sì’. Paratore sosteneva che loro la V.I.A. l’avevano già avuta all’atto della prima autorizzazione e io feci presente a tutti e due (Lumia e Paratore, ndr) che secondo me non era così. La cosa che mi allarmò è che, dopo questi passaggi, arrivarono dei periti nominati dalla procura di Siracusa … andarono dal mio dirigente Patella e gli fecero capire che io ero indagato perché non volevo rilasciare le autorizzazioni …”.
Andato via Lupo, la Cisma otterrà l’autorizzazione. La procura di Siracusa finirà nell’occhio del ciclone per il sistema Amara-Calafiore e la corruzione dei giudici.

A tirare in ballo Lumia è anche l’ex assessora ai Rifiuti Vania Contrafatto: “Crocetta mi esautorò del tutto … veniva in assessorato e si andava a sedere al decimo piano nella stanza del dirigente generale e lì faceva le riunioni… Una di queste volte mi telefona il mio capo di gabinetto e mi dice: ‘Guarda che sopra, oltre a Crocetta, c’è pure il senatore Lumia, nella stanza del dirigente Pirillo’. E dico: ‘E che ci sta a fare?'”.

L’ex assessore Nicolò Marino ha poi ribadito che a presentargli Giuseppe Catanzaro, ex presidente di Confindustria e patron insieme ai suoi fratelli della discarica di Siculiana, sia stato Lumia. Racconta Marino in merito all’avvio della revoca di una serie di autorizzazioni: “Con Lumia più volte se ne parlò … conobbi Catanzaro perché me lo presentò Lumia … contestai a Lumia più volte questa sua posizione di vicinanza a Catanzaro, anzi fui anche più duro perché feci riferimento ad elementi che in qualche modo meritavano un’attenzione della Procura antimafia di Palermo, e Lumia disse ‘ma che vuoi? All’inizio, sai, tutti questi imprenditori erano in qualche modo vicini’… “.

Nella relazione si fa riferimento allo scioglimento per mafia del Comune di Scicli: “Vi sono casi in cui lo scioglimento di Comuni sia stato “forzato” per far fuori amministratori che non si sono adattati alla anomalie della gestione dei rifiuti”, dice Fava. A Scicli lo scioglimento avvenne dopo una interrogazione di Lumia e una campagna di stampa del giornalista Paolo Borrometi. “Secondo il tribunale però non si sarebbe dovuto fare nemmeno il processo per quei fatti ” , dice Fava. Lumia replica così: “Non capisco perché non sia stato convocato dalla commissione – dice – io mi sono sempre battuto per la discariche pubbliche e non ho incontrato dirigenti per sostenere una pratica. Mi dispiace che venga ancora tirato in ballo senza alcun motivo, come fatto in passato”. Il riferimento è all’altra relazione della commissione, quella sul sistema Montante.

[articolo apparso su “La Repubblica”, 17 aprile 2020]





QUEI DIALOGHI CHE ACCUSANO LUMIA: “IL PUPARO E’ LUI”

di Antonio Fraschilla

“Schizzi di fango, querelerò”. Il senatore Beppe Lumia mette le mani avanti. Dalle carte che hanno portato all’arresto dell’ex capo di Confindustria, da lui fin dall’inizio sponsorizzato, la sua figura emerge come quella di dominus della Regione non solo sul fronte politico. I suoi accusatori, da Marco Venturi e Alfonso Cicero agli ex assessori Gaetano Armao e Nicolò Marino, ai magistrati hanno raccontato di pressioni per far avere finanziamenti a imprese o per evitarne guai, di richieste di soldi per la campagna elettorale di Crocetta “anche in nero” e di un ruolo chiave dietro le quinte di Palazzo d’Orleans negli ultimi cinque anni, con riunioni da lui stesso convocate. Insomma, il vero padrone della Regione, molto più di Crocetta. Dichiarazioni, messe a verbale dai magistrati, che lo mettono in imbarazzo: “Nonostante io sia estraneo all’indagine giudiziaria, non mancano gli schizzi di fango — dice — succede spesso, ma per quanto mi riguarda reagirò con tutta la fermezza possibile”.

Tra i suoi grandi accusatori c’è l’ex numero due di Confindustria Sicilia, Marco Venturi. I pm scrivono di una richiesta “del Lumia al Venturi per parlare con Alfonso Cicero (allora alla guida delle ex Asi, ndr) e chiedergli di revocare un provvedimento di interdittiva a danno di un imprenditore agrigentino”. Lumia non voleva che si revocasse un lotto dell’ex Asi all’imprenditore. Scrivono ancora i pm della “richiesta da parte del Lumia al Venturi di finanziamento in nero della campagna elettorale di Crocetta e conseguente ira del Montante per il rifiuto opposto dal Venturi”.

Dalle carte emerge anche un Lumia che si interessa di grandi appalti e finanziamenti. “A titolo esemplificativo — dice Marino — circa l’influenza di Lumia sull’operato di Crocetta, posso citare la vicenda relativa alla cooperativa Agroverde che aveva presentato un progetto per l’utilizzo del fotovoltaico al fine della coltivazione e produzione agricola a Gela … mi risulta che in più di qualche occasione il Crocetta e il Lumia abbiano sollecitato, anche per mio tramite, il dirigente Pirillo affinché rilasciasse celermente la relativa autorizzazione”. Marino parla di incontri con Lumia sul progetto Agroverde: “Ricordo in particolare una riunione avvenuta a Palazzo dei Normanni convocata da Lumia alla quale presenziarono Stefano Italiano ed Emanuele Mondello e, con mia enorme sorpresa, anche Fabrizio Lisciandra, del quale conoscevo i trascorsi giudiziari”.

Incontri con imprenditori interessati ad avere autorizzazioni e finanziamenti della Regione. Come quelli raccontati da Gaetano Armao sulla vicenda dell’ex stabilimento Fiat di Termini Imerese ai tempi del governo Lombardo. Montante e Lumia avrebbero sponsorizzato l’azienda di Massimo Di Risio per fargli avere anche un finanziamento dell’Irfis da 20 milioni. Armao si mise di traverso: “L’operazione fu conseguentemente bloccata — dice ai pm Armao — e il senatore Pistorio mi riferì che Lumia e Montante erano “imbestialiti” per la mia iniziativa; ritengo anche che costoro si fossero recati dal presidente Lombardo per sollecitarne il buon esito … Da quel momento in poi il senatore Lumia mi fu apertamente ostile e ricordo anche di essere stato a cena a Roma all‘Assunta Madre, col Di Risio … il quale si mostrava in soggezione nei confronti dello stesso Lumia”.

L’imprenditore Massimo Romano finito agli arresti, sodale di Montante, racconta addirittura di una strana richiesta di Lumia. Scrivono i pm: “Il senatore Lumia voleva “estorcergli” una dichiarazione con la quale ammettesse di aver ricevuto richieste estorsive “per poi farlo diventare presidente dell’Antimafia”».
Lumia su Facebook si sfoga: “Trovo gravissimo sostenere che io abbia agito a favore di un’azienda che non ho mai conosciuto né sentito nominare. Il mio modo di pensare e di agire è tutto all’opposto. Anche sul finanziamento a Crocetta si sono dette frasi diffamatorie nei miei confronti per le quali in sede legale chiederò conto”.
Dalle carte l’immagine del senatore è quella di un uomo potente. O per lo meno lo è per molti. Intercettato, Francesco Beneduce — ex rettore dell’Istituto Gonzaga di Palermo, parlando con Angelo Cuva dice: “Senti, ma il puparo, il puparo che sta dietro è sempre Lumia”.

[articolo apparso su “La Repubblica”, 16 maggio 2018]

L’affaire Lumia

di Salvatore Fiorentino © 2021

Lumia indagato per associazione a delinquere. La notizia è stata coperta, diversamente da quanto invece trapelato sulla stampa per altri co-indagati eccellenti, tutti nell’ambito del cosiddetto “caso Montante”, tra i quali l’ex presidente della Regione siciliana Crocetta di cui, come è notorio, Lumia è stato il mentore politico nonché lo stratega della campagna elettorale che lo ha portato a divenire governatore della Sicilia. Sicché molti sostengono, anche per averlo constatato direttamente, che il vero presidente fosse proprio l’ex senatore. Ascesa a Palazzo d’Orleans che, come ammesso dallo stesso Lumia, è stata determinata dal sostegno della Confindustria Sicilia, capeggiata proprio dall’ex paladino della finta antimafia.

Lo squarcio nel velo sinora intonso dell’antimafia di potere, che si può ritenere falsa e strumentale ad alimentare carriere ed affari, lascia intravedere scenari ancora più inquietanti di quelli che sono stati svelati recentemente, sebbene solo in minima parte, dagli esiti dei processi “trattativa Stato-mafia” e “Borsellino quater”, dato che, come è sinora emerso dalle cronache giudiziarie e come da tempo noto, Lumia intratteneva (intrattiene?) relazioni privilegiate con molte procure della Repubblica siciliane e con gli imprenditori affidati alla “protezione” di questa antimafia di facciata, tra cui quelli già mafiosi instradati entro asseriti “percorsi di legalità” che, in quanto tali, avrebbero dovuto certificarne l’affidabilità.

Ciò perché, dalle prime risultanze delle indagini, emergerebbe che il sistema della finta antimafia delle carriere e degli affari si basava (si basa?) su collaudati meccanismi di potere con il coinvolgimento, oltre che del sistema dei grandi media, anche di alti livelli istituzionali vicini politicamente a Lumia e al PD, tanto nella commissione nazionale antimafia (di cui Lumia è stato ininterrottamente componente per venticinque anni) che nella magistratura. Ecco che, se tali risultanze trovassero conferma, si potrebbero avvalorare le ipotesi che da tempo vengono riportate sui media minori, ossia che il sistema della falsa antimafia offre un formidabile scudo politico e giudiziario a protezione di quegli amministratori locali affiliati.

Ma vi è di più. Perché, stando sempre a quanto sinora emerso dalle indagini, questo scudo fornito dalla finta antimafia non si limiterebbe alla difesa da conseguenze giudiziarie di chi abbia dato adito, traendone altrimenti impensabili vantaggi economici e di carriera, al sotteso sistema di potere ibrido, ma predisporrebbe “protocolli” mediatico-giudiziari per l’annientamento, professionale e personale, di tutti quei soggetti, anche istituzionali, che vi si dovessero giustamente opporre a garanzia dei principi, quelli autentici, dell’antimafia e della legalità. Si aprirebbero, così, le porte degli enti locali, livello al quale inizia l’infiltrazione mafiosa sul territorio, ad un controllo esterno finalizzato alla deviazione dalla democrazia.

Non sarebbe quindi tanto la mafia ad infiltrarsi, quanto la finta antimafia. E se così stanno le cose, si impone oggi una rilettura retrospettiva e critica, alla luce del “caso Montante”, ma anche del connesso “caso Saguto”, della storia dei comuni siciliani sciolti per mafia negli ultimi venti anni. E tra questi spicca il caso del comune di Siculiana, dove l’allora sindaco ed alcuni dirigenti finirono processati per abuso d’ufficio e concorso esterno in associazione mafiosa (e solo dopo un lungo calvario assolti), per essersi opposti alle pretese del gruppo Catanzaro in ordine a quella che sarebbe diventata una delle più grandi discariche private isolane, indebitamente beneficiate, secondo gli inquirenti, dall’amministrazione Crocetta.

(20 novembre 2018)

Caltanissetta e l’indagine fantasma

di Salvatore Fiorentino © 2021

Caltanissetta non si può definire “porto delle nebbie” per un semplice fatto geografico: si tratta di una piccola città dell’entroterra siciliano, tra i capoluoghi dell’Isola fanalini di coda con poco più di 60.000 abitanti, collocata ad oltre 600 mt sul livello del mare. Eppure sulla piccola procura della repubblica che vi ha sede viene scaricato, periodicamente, un peso difficilmente sostenibile, che deriva dalla competenza territoriale ad indagare sul distretto di Palermo, quando siano coinvolti i magistrati di uno dei più delicati uffici giudiziari italiani. Come se ciò non bastasse, in provincia di Caltanissetta, e precisamente in quel di Serradifalco, paesino collinare, aveva sede la centrale del famigerato “sistema Montante”.

Nella notte tra il 18 e il 19 aprile 2017 ignoti accedono, senza lasciare segni di effrazione, nell’ufficio dell’allora procuratore aggiunto Lia Sava, oggi procuratore generale sempre a Caltanissetta, che stava svolgendo indagini delicatissime, tra cui quelle sul “sistema Montante”. Il magistrato si accorge il giorno dopo che il pc è acceso e che qualche oggetto è stato spostato. Più che un tentativo di sottrarre documenti o informazioni, sembra un avvertimento, da parte di chi ostenta la capacità di introdursi senza difficoltà nel cuore degli uffici giudiziari della piccola procura nissena, probabilmente essendo a conoscenza delle indagini che vi si stanno svolgendo. Sospettare di emissari del “sistema Montante” è lecito.

L’ 11 ottobre 2018 appare sulla stampa la notizia di una lettera minatoria, trasmessa con una busta contenente un proiettile, indirizzata al procuratore capo di Caltanissetta Amedeo Bertone, busta che segue di alcuni giorni quella inviata, senza lettera ma solo con un proiettile, al presidente della Commissione antimafia Claudio Fava, anch’egli impegnato ad indagare sul “caso Montante”. Dopo alcuni giorni, il 23 ottobre, si apprende che un’analoga intimidazione ha raggiunto la dirigente della Squadra Mobile di Caltanissetta, Marzia Giustolisi, il cui lavoro d’indagine si era dimostrato prezioso per fare emergere le dinamiche del suddetto “sistema Montante”. Coincidenze, gesto di un mitomane, oppure c’è una regia?

Il 16 ottobre 2018 appare su “La Repubblica” la notizia di un fatto che tanti si attendevano, ma che pochissimi pensavano di leggere su un quotidiano: secondo quanto riferito da Salvo Palazzolo, nell’indagine sul “sistema Montante” sarebbe coinvolto, per associazione per delinquere, anche l’ex senatore antimafioso Beppe Lumia, ritenuto il “padrino politico” di Antonello Montante e, per quanto riferito dall’ex assessore regionale ai rifiuti Nicolò Marino, il vero dominus del sistema dei rifiuti nell’Isola, con particolare riferimento alla controversa questione delle grandi discariche, che sarebbero state beneficiate da illegittimi provvedimenti di proroga e ampliamento emessi al tempo del governo Crocetta. La notizia cade nell’oblio.

Il 29 maggio 2019 appare sulla stampa la notizia che al GIP di Caltanissetta che si occupa del “caso Montante” viene assegnata la scorta, a seguito di un “quadro generale che emerge dalle intercettazioni”, per decisione del comitato provinciale per la sicurezza e l’ordine pubblico. Il 18 ottobre 2019 si apprende che un pm della procura nissena e il procuratore generale Lia Sava chiedono di non prendere parte ai procedimenti sul “caso Montante” e pertanto vengono esonerati. I termini per l’indagine sull’ex senatore Lumia sarebbero quindi scaduti, eppure ad oggi non si ha notizia né di un’archiviazione né di una richiesta di rinvio a giudizio. Ma ciò che inquieta è il fatto che nessuno, la stampa in primis, sembra più occuparsene.

(23 febbraio 2020)

Lumia e la legge di Solone

di Salvatore Fiorentino © 2021

La giustizia è come una tela di ragno: trattiene gli insetti piccoli, mentre i grandi trafiggono la tela e restano liberi (Solone)

La legge è eguale per tutti, è scritto a chiare lettere in tutte le aule dei tribunali italiani. Ma la stessa cosa non vale evidentemente per la giustizia, visto che ci si limita a scrivere che è amministrata in nome del popolo. Le cronache riportano di corruzioni in atti giudiziari, di sentenze pilotate, di indagini insabbiate, di decisioni bizzarre che appaiono incomprensibili. Quando poi la giustizia si intreccia con la politica i sospetti sono destinati inevitabilmente ad amplificarsi, in un senso o nell’altro, per eccesso di giustizialismo o di garantismo. E’ diffusa la sensazione che l’orientamento politico di un magistrato, la sua intima convinzione che una parte politica sia di per sé migliore dell’altra, possano influire sull’imparzialità del ruolo.

Se, per un verso, Berlusconi ha finito per incarnare il campione del politico “perseguitato” dalla magistratura, per converso, non pare esserci altro politico di lungo corso che più dell’ex senatore Lumia sia apparso sino ad oggi così “nelle grazie” della giustizia. Il primo, esponente del centrodestra, leader di un partito, Forza Italia, sospettato di essere stato il garante dei nuovi rapporti di equilibrio tra Stato e mafia, il secondo, leader di sé stesso, con una carriera nel centrosinistra, ma soprattutto coltivata nel terreno, recentemente rivelatosi assai scivoloso e fuorviante, dell’antimafia, affermata ripetendo come un mantra lo slogan sviluppo e legalità, che tuttavia si è dimostrato, alla prova dei fatti, del tutto fallimentare.

Nel dicembre 2005, Francesco Campanella, collaboratore di giustizia, accusa Lumia di aver esercitato indebite pressioni, paventando lo scioglimento del comune per mafia, sull’allora sindaco di Bagheria, Fricano, per ottenere la nomina del responsabile dell’ufficio urbanistica, oltre che di un assessore, ma anche, tra l’altro, l’affidamento ad una società per la gestione dei rifiuti. Lumia smentisce e respinge ogni addebito, ma non risulta alcuna querela contro Campanella, né alcuna conseguenza giudiziaria in merito alle dichiarazioni di quest’ultimo, invece utilizzate nei confronti di Totò Cuffaro nell’ambito del processo per favoreggiamento a Cosa nostra, per il quale alla fine l’ex governatore fu condannato a sette anni di reclusione.

Nel luglio 2013, un reportage del settimanale “Panorama” rivela le manovre politico-mediatiche che sarebbero state ordite per condizionare la nomina del procuratore di Catania nel momento in cui era scoppiato il “caso Lombardo”, l’ex governatore siciliano finito sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa. Lumia non avrebbe gradito la nomina di Giuseppe Gennaro a capo della procura etnea, pm che aveva avviato la delicata indagine a carico del presidente della regione allora sostenuto dallo stesso Lumia, a quel tempo senatore nella commissione antimafia. Gennaro non divenne procuratore capo e la procura chiese l’archiviazione per Lombardo. Ma il gip dispose il processo e l’ex governatore fu condannato.

Nel 2017, a Termini Imerese, scoppia lo scandalo per voto di scambio. E’ solo l’inizio della bufera che si abbatterà su altri esponenti politici. All’origine c’è l’indagine su Giuseppe Volante, consigliere comunale e capo della segreteria politica di Lumia, che svolge il ruolo di collettore di richieste di favori e raccomandazioni, anche da parte di esponenti delle forze dell’ordine, polizia penitenziaria compresa. Ad esempio, un maresciallo, classificato al 100° posto, ottiene l’agognato trasferimento presso la stazione di Bagheria. Nel corso del processo contro Volante, che si svolge mentre arriva la chiusura delle indagini per altri 96 politici accusati di voto di scambio, Lumia smentisce tutto. Viene interrogato solo come testimone.

(17 marzo 2019)

fonti essenziali:

https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2005/12/13/lumia-ricattava-il-sindaco-di-bagheria.html

http://www.ilgiornale.it/news/bufera-sul-pd-soldi-senatore-antimafia.html

http://www.ilgiornale.it/news/gas-e-affari-incroci-pericolosi-dell-ex-presidente-antimafia.html

http://www.lavalledeitempli.net/2013/07/19/la-macchina-del-fango-dellantimafia-finisce-in-parlamento-interrogazione-dellon-greco/

https://palermo.repubblica.it/cronaca/2015/01/15/news/da_pm_chiese_l_archiviazione_per_lumia_polemica_sull_assessore_contrafatto-104998605/

https://www.panorama.it/news/politica/quanti-favori-da-lumia-il-senatore-dellantimafia/

https://www.lasicilia.it/news/cronaca/160596/l-imprenditore-indagato-romano-montante-e-lumia-volevano-farmi-denunciare-una-estorsione-mai-avvenuta.html

http://www.linformazione.eu/2018/05/nicolo-marino-il-sistema-montante-accuse-a-crocetta-e-lumia/

https://rep.repubblica.it/pwa/locali/2018/10/16/news/caso_montante_a_caltanissetta_indagato_anche_lumia-209052825/

http://www.ilgiornale.it/news/politica/indagato-dem-beppe-lumia-paladino-dellantimafia-1589194.html

https://rep.repubblica.it/pwa/locali/2018/10/17/news/montante_parla_dei_politici_siciliani_lumia_mi_invito_a_cena_per_una_nomina_eccellente_-209160656/

http://ilcircolaccio.it/2018/10/17/montante-apre-le-borse-dei-segreti-dellantimafia-lumia-mi-chiese-favori-per-nomine-eccellenti/

https://palermo.repubblica.it/politica/2018/11/29/news/caso_montante_musumeci_all_antimafia_era_lumia_il_dominus_della_regione_-212960821/?refresh_ce

https://www.lasicilia.it/news/politica/207275/laffondo-di-marino-montante-un-sistema-con-coperture-nelle-istituzioni.html

https://www.blogsicilia.it/palermo/corruzione-elettorale-a-termini-lumia-sentito-come-testimone-mai-promesso-aiuti-in-cambio-di-voti/475477/?refresh_ce

https://palermo.repubblica.it/cronaca/2019/03/14/news/voto_di_scambio_in_sicilia_96_indagati_c_e_anche_cuffaro-221577560/

“Caso Montante”, manca Lumia

di Salvatore Fiorentino © 2021

Con la conclusione di un nuovo (certamente non l’ultimo) filone dell’indagine condotta dal procuratore aggiunto di Caltanissetta Gabriele Paci sul “caso Montante”, ciò che desta stupore non è apprendere che anche figure apicali delle istituzioni antimafia (tra cui un allora comandante provinciale dei Carabinieri e capocentro DIA di Palermo, evidentemente dimentico dell’insegnamento di Carlo Alberto Dalla Chiesa) sarebbero state asservite agli interessi criminali dell’ex presidente di Confindustria Sicilia già icona di quell’antimafia dalla facciata doppia che da ormai diversi anni abbiamo imparato a conoscere. Diversamente, ciò che a primo acchito sorprende è non leggere tra i nomi degli indagati quello di chi è notoriamente stato e definito “il padrino politico” di Antonello Montante: l’ex senatore antimafioso Beppe Lumia.

A dire il vero, moltissimi giornalisti – quasi tutti – si sono occupati più o meno approfonditamente di Antonello Montante, mentre si contano sulle dita di una sola mano quelli che hanno osato solo nominare nei loro articoli il “capo politico dell’antimafia” dell’ultimo quarto di secolo, sin da quando mise piede nella commissione antimafia nazionale, che pure ha presieduto, all’inizio di quella epoca grigia che segue le stragi degli anni 1992 e 1993 e che dura sino ad oggi. Persino l’autorevole Attilio Bolzoni, che a Montante ha dedicato il libro “Il padrino dell’antimafia”, e che di cose di mafia siciliana si è occupato sin dagli albori della sua fortunata carriera, sembra evitare l’argomento “Lumia”, focalizzando la sua attenzione sul “cerchio magico” del parvenu di Serradifalco.

E se persino sulle pagine de “La Sicilia” di Catania – da non confondere con “I Siciliani” – qualcuno solleva seri dubbi sul fatto che il “sistema Montante” non possa essere riduttivamente considerato con riferimento al suo apparente decaduto protagonista e alle pedine che costui manovrava (senza invero trovare grandi resistenze, visto che per compiacere certi alti vertici dell’antimafia sarebbe bastato qualche posto di lavoro per coniuge e prole), ci sarà forse qualcosa che non torna nel mondo delle procure siciliane e non solo, dato che l’affaire in fabula ha certamente confini nazionali se non oltrefrontiera? C’entra qualcosa quel “ricatto alla palermitana” di cui si è sentito nelle famigerate chat intercettate (a singhiozzo) dell’ex potente manovratore di toghe Luca Palamara? Sarebbe il caso di approfondire, ma nessuno sembra volerlo, ad oggi.

E, nella giornata dedicata alle vittime innocenti di mafia, sarà pure il caso di iniziare a parlare anche di quelle vittime innocenti della “antimafia” – magari non eliminate fisicamente ma civilmente, con indagini ad hoc senza reale motivo, accuse false e prove costruite a tavolino – che si sono opposte a questo “sistema Montante”, non piegandosi alle pretese indebite avanzate per tramite delle tante pedine disseminate secondo un reticolo diffuso, funzionali a quel sistema dedito alla deviazione degli organi dello Stato, dalle amministrazioni centrali sino a quelle locali, che per ciò doveva imbavagliare tutte quelle voci, giornalisti, pubblici ufficiali e semplici cittadini che, non intendendo soggiacere all’intimidazione “antimafiosa”, sollecitavano le autorità preposte ad indagare in nome della legge e non di un suo simulacro?

Alla luce degli atti pubblicati dalla Commissione antimafia presieduta da Claudio Fava, la magistratura siciliana, invece di adirarsi per le conclusioni che evidenziano come talvolta non si siano approfonditi gli elementi conducenti verso il livello politico facente capo a questo “sistema Montante”, avrebbe il dovere di fare chiarezza sulle eventuali responsabilità ascrivibili non tanto e non solo a chi rivestiva formalmente il ruolo di presidente della Regione Siciliana, ma anche e soprattutto a chi, per quanto si legge negli atti della stessa Commissione antimafia, ne era il deus ex machina, colui che “vestiva il pupo” prima che ogni riunione di giunta regionale potesse avere inizio, con gli assessori ad attendere invano per ore, quali controfigure di una trama decisa al di sopra delle loro teste. Se del caso da tagliare.

Regime all’italiana

di Salvatore Fiorentino © 2021

Il fascismo non è il fascismo, è il non ragionare. Potremmo così parafrasare la celebre frase che il colto professore di lettere, interpretato da Gian Maria Volontè nel film “Una storia semplice”, si trova a pronunciare nei confronti di un grigio procuratore della repubblica che da studente rimediava sempre voti al di sotto della sufficienza, con quel professore. Questo per dire che ci sono ottimi docenti che producono pessimi allievi, quasi fosse uno scherzo del destino, una nemesi per riequilibrare il bilancio tra bene e male che la natura è costretta a garantire pena la fine del mondo, per eccesso dell’uno o dell’altro, considerato che il principio fisico della vita è dettato dalla differenza di potenziale, sicché non può esistere né il paradiso né l’inferno, ma qualcosa che sta in mezzo, che poi è il mondo reale.

Va ancora ricordato che il diavolo sceglie di esserlo, basti pensare alla storia di Lucifero, oppure, mutatis mutandis, a quella di Mario Draghi. Quest’ultimo ebbe difatti un eccellente maestro, Federico Caffè, economista raffinato che fu tra i principali sostenitori della dottrina keynesiana in Italia. Caffè si occupava in particolare di economia del benessere declinata in termini di protezione sociale, adeguati livelli di occupazione e tutela delle fasce più deboli. Ma nel 1987 scompare misteriosamente, sicché la sua morte è solo presunta. Draghi, per lo più, si è occupato di come affamare il popolo greco, umiliandolo come non era mai successo a nessuna democrazia occidentale nel dopoguerra, contribuendo nell’attuazione del disegno nefasto della famigerata “Troika”.

Oggi l’unica forza politica che in Italia si oppone a Draghi è il partito dei post fascisti. E guarda caso è iniziata la ricerca degli scheletri nell’armadio, veri o presunti, della sua leader, nel tipico stile del regime all’italiana o, se si vuole, secondo quello che tale Luca Palamara definisce “il ricatto alla palermitana”, ossia la deviazione del corso degli eventi, politico-giudiziari, a causa della ricattabilità di una o più personalità notabili, eccellenti, al di sopra di ogni sospetto, più della moglie di Cesare, in una parola intoccabili. E guai a chi ci provasse. Perché non va sottaciuto che il governo in carica si scrive Draghi, ma si legge Mattarella, fratello di Piersanti, ma anche figlio di Bernardo. E guarda caso del nipote Bernardo Mattarella si parla per la nomina del nuovo manager a capo di “Invitalia”.

Perché Mattarella dopo la vittoria delle elezioni politiche del M5S con il 33%, dopo che si ostacolava il varo del governo Conte con l’accordo M5S-Lega, decide di affidare il governo ad un tecnico, annunciando ai cittadini il nome di Carlo Cottarelli? E perché, dopo la crisi artificiale del governo Conte II, Mattarella decide di incaricare come premier tecnico l’ex governatore della BCE, il massone Mario Draghi? A chi deve rispondere l’Italia? E, mistero dei misteri, perché Beppe Grillo decide non tanto di appoggiare il governo Draghi, ma addirittura di salutarlo come “grillino” e di sposarlo senza neppure ottenere il tanto declamato ministero alla “transizione ecologica”? Anche in questo caso i rumors di palazzo parlano di ricattabilità del leader pentastellato a causa delle disavventure del figlio.

Salvo scoprire che il presunto “alto profilo” di Draghi si è manifestato con qualche taglio di teste, quelle del capo della protezione civile e del supercommissario all’emergenza covid, oltre al taglio delle pensioni e con i ritardi nell’erogazione dei ristori. Per tacere del copia e incolla della riforma fiscale dal Corriere della Sera (copyright il neoliberista Giavazzi) pro Confindustria e dell’affidamento della redazione del famigerato Recovery Plan ad una società di consulenza come Mc Kinsey. Quanto ai DPCM tanto avversati, la novità è che a spiegarli non è il premier in persona ma l’improbabile coppia Speranza-Gelmini, dato che Draghi sembra non volersi rivolgere ai cittadini, abituato com’è a decidere dei loro destini basandosi su un unico parametro, quello della moneta. “Costi quel che costi”.

Grillocrazia

di Salvatore Fiorentino © 2021

E’ ricorrente la citazione del detto “la democrazia è la peggiore forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle sperimentate sinora”. Per questo, sentire ancora parlare di “riforma elettorale” quale soluzione alla cronica crisi delle forme di governo appare lunare, sotto vuoto spinto di intelletti che avrebbero meglio figurato nei telequiz di Mike Bongiorno. Mentre si dovrebbe finalmente comprendere che l’essenza della democrazia sta proprio nel suo essere imperfetta, incompiuta, aperta alle mutazioni, e proprio per questo in grado di garantire la libertà degli individui pur aggregandoli in un una qualche forma di società, altrettanto imperfetta, incompiuta e aperta alle mutazioni. La democrazia è la migliore forma di governo che tuttavia per sua natura comporta l’ascesa dei peggiori.

Con l’estinzione dei dinosauri della partitocrazia si è aperta la stagione dei grandi imbonitori, da Berlusconi a Renzi, sino ad arrivare a Grillo, che hanno utilizzato la comunicazione in modo scientifico per catturare il consenso, promettendo il primo “un milione di posti di lavoro”, il secondo la “rottamazione” della politica e il terzo nientemeno che il governo degli “onesti”. Nessuna di queste promesse, ovviamente, è stata mantenuta, anzi si è andati nella direzione opposta, con il paradosso che i tre imbonitori si sono ritrovati a sostenere lo stesso governo di tutti e di nessuno, facendo coesistere il diavolo con l’acqua santa, così fornendo la prova inoppugnabile che in politica non esiste né il primo né la seconda, ma solo la lotta senza esclusione di colpi per la conquista del potere.

E Grillo di questa conquista ne è solo l’ultimo e più fulgido esemplare. La crisi del governo giallo-rosso ha messo a nudo la vera faccia del profeta pentestellato, che ora ricorre ad ogni possibile stratagemma per dissimularsi, dalla mascherina raffigurante il suo stesso volto sino al casco da astronauta, di cui ha fatto bella mostra nelle ultime apparizioni in pubblico nel momento che è tornato a dettare la linea al “suo” movimento, ormai vissuto palesemente come una propria creatura da rivoltare a piacimento, dove le regole si fanno e si disfanno secondo la convenienza del momento, usandole alla bisogna come ghigliottina del dissenso interno, dove la trasparenza è una virtù a corrente alternata così come la consultazione degli iscritti, mediante la piattaforma Rousseau, viene manipolata ormai senza alcun pudore.

La “Grillocrazia” può quindi annoverarsi tra le varianti della dittatura, anche se celata dall’aura della comicità, dalla coltre della farsa, ma non per questo meno pericolosa per gli effetti a medio e lungo termine in caso di assuefazione e dipendenza, nel momento in cui si dovesse ritenere una forma di esercizio del potere ormai necessaria per il superamento dello “status quo” e la realizzazione di quelle magnifiche sorti e progressive che sono sempre rimandate al domani di un presente che rimane avvinghiato al passato. Così come può assimilarsi alla dittatura ogni forma di amministrazione di quel potere che in nome di una malintesa autonomia degeneri nell’arbitrio, come è ultimamente apparso per l’altro potere della “democratica” tripartizione, quello giudiziario, in ciò molto simile al mondo accademico.

Cosa dovrebbero allora pensare e fare i cittadini che, come loro diritto/dovere intendano partecipare alla vita pubblica, contribuire proporzionalmente alle loro possibilità al progresso della comunità in cui vivono, che è poi la ragion d’essere di ogni società civile? Se la scelta della rinuncia è quasi sempre sbagliata, essi quanto meno dovrebbero sgombrare la loro mente da ogni tentazione di adesione fideistica verso qualsiasi forma di potere, partito, movimento, istituzione, coltivando il senso critico ed agendo di conseguenza, preoccupandosi più di ciò che è il loro agire piuttosto che di quello altrui, non disperdendo energie e tempo nell’accusare gli altri dei mali comuni di cui si è corresponsabili per inerzia, quieto vivere, convenienza, connivenza o collusione. Ed imparare da Forrest Gump: onesto è chi onesto fa.

De “bibitaro”

di Salvatore Fiorentino © 2021

Anche chi non ha mai apprezzato Umberto Eco non può negare di rimpiangerlo oggi che sarebbe quanto mai necessaria una “fenomenologia” di Luigi Di Maio, al pari di quella “di Mike Bongiorno”, celeberrima per aver consacrato tanto chi l’ha scritta quanto chi l’ha ricevuta al genere culturale della parafilosofia, nello specifico l’estetologia dei mass media. Ma prima di tentare di affrontare un tema che avrebbe fatto tremare anche Hans Georg Gadamer, ossia quello del “bibitaro”, occorre una preliminare precisazione, per cui basta dire che “l’italiano non è l’italiano, è il ragionamento”. Quindi si dice qui “bibitaro” non per designare la professione del venditore ambulante di aranciate e coca-cola, ma per tratteggiare l’essenza del profilo di un personaggio sui generis della (anti)politica italiana.

Si può iniziare col dire che secondo il principio darwiniano della prevalenza non dei migliori ma dei più adatti – che descrive meglio di ogni trattato di economia la quintessenza del capitalismo, il quale per sopravvivere a sé stesso genera varianti più del Coronavirus, così vanificando la ricerca dell’antitodo, donde habemus Mario Draghi in loco Giuseppe Conte – un personaggio come Luigi Di Maio è l’esemplare della specie vincitrice su tutte (compresa quella dei Mastella) in questo universo mondo della politica italica. Poco importa se il “bibe de oro” non azzecchi i congiuntivi (per la verità neppure i condizionali), dato che, come detto, conta il “ragionamento”. E il “ragionamento” del giovane di Pomigliano d’Arco, venuto al mondo nel non lontano 1986, non fa una piega.

Perché mai perdere tempo prezioso in inutili e sudate carte per poi trovarsi a fare l’emigrante, col fagotto pieno di master e dottorati ricerca, come cameriere a Londra o nella migliore delle ipotesi schiavizzato al soldo di qualche società multinazionale o megastudio professionale (Renzo Piano & Partners docet), se con un semplice diplomino e un furbo attivismo (anti)politico si può scalare in quattro e quattr’otto la vetta del mondo? Deputato nazionale, vicepresidente della Camera dei deputati, capo politico del M5S, ministro dello sviluppo economico e vicepremier, ministro degli esteri e ora ideologo del “cambiamento” purchessia, che più che fare tesoro dell’insegnamento di Tomasi di Lampedusa (ma chi é costui?) sembra orecchiare la canzonetta di Fiorella Mannoia (“Come si cambia”).

All’inquietante quesito “moriremo democristiani?” il “bibitaro” a cinque stelle ha dato a suo modo la risposta: “no, ma moderati e liberali si. La rivoluzione era solo uno scherzo, un modo di dire, suvvia. Perché ci avevate creduto? E l’ideologia dei ‘vaffa’? Ma non pensavate che facessimo davvero sul serio, era una evidente provocazione. Il nostro obiettivo non era certo combattere la “casta” ma cacciarla, per prenderle il posto. Se per raggiungere questo obiettivo si deve sacrificare qualche ideale (che come tale è appunto nel mondo delle idee secondo Platone, che si studia in prima liceo classico ed io l’ho studiato bene e quindi sono competente in materia), cambiare premier e maggioranza con la stessa frequenza della biancheria intima, è un dovere etico farlo con trasparenza ed onestà intellettuale, quella che ci contraddistingue”. Come dargli torto.

In vino veritas, dicevano i latini, e la verità del “bibitaro” è lapalissiana, sicché è in patente malafede chi non gli presta fiducia, chi lo avversa per qualche congiuntivo fuori consecutio, chi gli contesta l’ambizione sfrenata e il cinismo da statista che neppure un redivivo Giulio Andreotti potrebbe vantare, chi lo accusa di aver sempre congiurato contro l’ex premier che ora viene invitato a fare il capo politico del Movimento Cinque Stelle da questo ancora trentenne che si ammanta dei panni del “padre nobile”, come un D’Alema qualunque che investì Romano Prodi, avendo bisogno di una controfigura che presti il volto a chi non possiede il profilo per vincere le elezioni. Alle quali il “bibitaro” pensa di farsi trasportare sul carro dell’attuale vincitore pro tempore Mario Draghi, salvo poi saltare sul carro che spera di far tirare da Giuseppe Conte.