L’ipocrisia dell’indipendenza

di Salvatore Fiorentino © 2021

Credere di trasformare una palude malarica in uno specchio di sorgente pura solo rimestandone le acque è quello che oggi si fa nel tentativo di restituire quanto meno una patina di dignità, per non dire di credibilità, alla magistratura italiana, ed in particolare a quella requirente, mai caduta così in basso nella scala di fiducia dei cittadini, che sono poi coloro in nome dei quali si dovrebbe amministrare la Giustizia, sia detta con la maiuscola. Perché è ormai chiaro e lampante come le guerre intestine che si combattono per la conquista dei posti di procuratore capo nelle sedi cosiddette “strategiche” dipendono dall’enorme e smisurato potere che le procure hanno acquisito, tanto che qualcuno parla di “quarto potere”.

L’esperienza comune insegna come l’obbligatorietà dell’azione penale sia pressoché una chimera, dato che invece è invalsa una fortissima discrezionalità, sino al punto che vengono non di rado ignorate le notizie e i rapporti che provengono dagli organi di polizia oltre che dai privati cittadini, da chi ancora crede che denunciare i reati sia un dovere civile prima che morale e giuridico, attendendosi una risposta che spesso non arriva o arriva tardi e male. Piuttosto, si è visto come sia diffuso un modus operandi che appare troppo intriso di una partigianeria – ma stavolta i partigiani della Costituzione non c’entrano nulla – intinta nella causale di comodo che rimanda a generiche radici culturali o ideologiche, se non politiche.

Allo scandalo dell’ordine giudiziario con il suo organo di “autogoverno” in testa, il CSM, si è voluta dare una rappresentazione minimalista e depistante, riducendo un fenomeno che ha origini profonde al semplicistico “caso Palamara”, come se un sistema strutturato e regolato da accordi sotterranei e indicibili potesse trovare oggi il suo lavacro delle coscienze additando colui che ne è divenuto l’icona, la figura terminale su cui scaricare prima le richieste di ogni sorta, dopo le responsabilità di una intera categoria, al netto di quei pochi emarginati che si sono rifiutati di scendere nel seminterrato del compromesso, nel retrobottega della falsità. E nel novero degli esclusi non figura certo il procuratore generale presso la Cassazione.

Che oggi, con un’ipocrisia che ha squarciato ogni velo, con un volto teatralmente contrito, solleva il dito, appesantito da una toga che indossa come una coltre, contro alcuni colleghi a suo dire responsabili di aver distrutto la credibilità della magistratura, credibilità costruita in decenni di duro lavoro di tanti magistrati integerrimi. Ma per pronunciare questa accusa occorre essere credibili e Giovanni Salvi, oggettivamente, non lo può essere, in quanto anch’egli beneficiario, forse il maggiore dato il posto di somma apicalità ottenuto, di un sistema di nomine che invece di rispondere all’unico criterio ammissibile, quello del merito, è stato piegato al mercato tra le correnti togate, non senza le dangerous liaisons con la politica.

Giovanni Salvi ha scalato il vertice della magistratura requirente costruendo abilmente un curriculum che sino a pochi anni fa era alquanto povero, in ciò evidentemente aiutato da una prassi ormai consolidata per la nomina dei procuratori delle sedi di elevata rilevanza, secondo cui si può diventare procuratori di Catania, Palermo e persino di Roma, ma anche di Perugia, senza mai aver ricoperto un incarico direttivo né, in alcuni casi, neppure semidirettivo, ossia senza aver ricoperto il ruolo di procuratore o di procuratore aggiunto presso una sede di minore rilevanza, prevalendo su candidati in possesso di tali titoli. E mentre Palamara vedeva di notte Lotti, Giovanni Salvi ci pranzava abitualmente di giorno.

(27 giugno 2020)

Cosca Italia

di Salvatore Fiorentino © 2021

Iniziamo col dire che non è più tollerabile la discrezionalità con cui l’ufficio del pubblico ministero (ossia le procure della Repubblica) decide se un fatto integri o meno reato, iscrivendolo nel famigerato “modello 45” (ossia il registro delle notizie non costituenti reato), dato che in questo caso potrà tenerlo nel cassetto ed archiviarlo senza il vaglio di un giudice terzo (il gip). Forse non tutti sanno o ricordano che questo “modello 45” venne istituito grazie ad una circolare del ministero della giustizia al tempo del governo Craxi. E nessun giornale (neppure quelli sedicenti legalitari) ha mai reso noto che in anni recenti il ministero della giustizia ha accertato il diffuso uso ed abuso di questo “modello 45”.

Così come non sono tollerabili i depistaggi (colposi o dolosi poco importa), le archiviazioni senza una motivazione che appaia verosimile, la sciatteria che ormai pervade gli organi di giustizia, sino alla suprema corte, dove una sentenza contraddice l’altra. Dopo gli scandali che hanno minato persino l’organo di autogoverno delle toghe, il CSM, in chi dovremmo riporre fiducia? Nei Davigo che pur di incollarsi alla poltrona (dello stesso CSM) non hanno esitato ad accusare a mezza bocca (un magistrato se sa deve dire tutto) i colleghi con cui avevano fondato una corrente per scacciare tutte le altre? O nei Gratteri che affermano candidamente che la tempistica dei provvedimenti è condizionata dall’agenda politica?

Oppure dovremmo ancora tollerare i soloni dell’antimafia come gli Scarpinato, che nel momento in cui pronunciano un discorso solenne in onore di Paolo Borsellino (che nell’ultima drammatica conferenza pubblica ammonì a rifiutare il puzzo del compromesso, a non chiedere mai raccomandazioni) risultano aver chiesto appoggio ad un personaggio da sempre ambiguo come Antonello Montante, nientemeno che per ottenere la promozione a procuratore generale di Palermo, ossia il distretto giudiziario che dovrebbe più di tutti essere impermeabile a condizionamenti di ogni sorta nella lotta all’infiltrazione della subcultura mafiosa nella società, nei suoi gangli vitali? E’ ora di dire basta.

Se chi dovrebbe difenderci, se chi dovrebbe onorare la memoria dei tanti caduti per l’ideale di una società liberata dal malaffare e dalla collusione, tradisce il proprio dovere (colposamente o dolosamente non importa), cedendo alle sirene della vanagloria, del potere, lasciandosi offuscare dal delirio di onnipotenza, non ci può essere che una condanna senza appello. Invece si assiste ad un relativismo etico che appare ripugnante ancora di più del gesto criminale che lo sottende. Con quale autorità e con quale coraggio il procuratore generale presso la Corte di Cassazione, Giovanni Salvi, può istituzionalizzare il diritto del magistrato a chiedere, “anche in forma petulante”, la raccomandazione?

E’ chiaro che in questo quadro di squallore dove i presunti migliori si dimostrano alla prova dei fatti impresentabili, si aprano le danze per ogni delinquente che voglia fare man bassa delle istituzioni pro domo sua e dei suoi compari. Ecco che l’Italia diventa una gigantesca “cosca”, dove la regola è la legge del più forte, di chi possiede un arsenale di armi di ricatto, di minaccia, di intimidazione. Un manipolo di pochi spregiudicati che, con la collusione di una moltitudine di fiancheggiatori che ci tengono ad apparire “onesti”, riesce a sottomettere un intero popolo. E chi denuncia, chi protesta, chi si ribella, viene visto con malcelato fastidio, se possibile schiacciato, da coloro che traggono aggio da questo brodo di coltura incivile.

La resa dei Conte

di Salvatore Fiorentino © 2021

Conte I, Conte II, Conte II bis. Bene, bravo. Ma alla fine della conta al senato (in maschera) non si respira un clima trionfale, non esulta la maggioranza (relativa) che lo sostiene. Con l’appendice semiseria dei due senatori dal voto tardivo, che contribuiscono maldestramente ad imbellettare una mezza vittoria (sconfitta). Non festeggia il PD (copyright Serracchiani), non si fa vedere il M5S. Era e rimane rintanato Beppe Grillo. Il centrodestra parla chiaro e forte, colpisce ed affonda l’avvocato del “popolo,” anzi no … ora “socialista”, ma anche “liberale”. Tra i duelli personali ruba la scena su tutti quello a distanza tra Lady Mastella e la borgatara Meloni, con stracci che volano tra Montecitorio e palazzo Madama.

Salvini e i leghisti non perdono la pregustata occasione per togliersi i macigni dagli scarponi, sino al punto da instillare il più assillante dei dubbi: “Il Conte I cade per colpa di Salvini? Il Conte II cade per colpa di Renzi? Ma non facciamo che il problema è l’avvocato Conte?”. Forza Italia e Fratelli d’Italia non fanno sconti, menando fendenti da ogni parte, mettendo a nudo tutte le contraddizioni della maggioranza (relativa) che sembra sul punto di vacillare, non trovando conforto dallo spettacolo che si mostra dai banchi del governo, con ministri ammutoliti e pallidi, con un premier che fa quasi fatica a replicare al fuoco nemico e a quello già amico dei renziani. Né il M5S né il PD riescono a fargli da scudo.

Renzi incarna il personaggio del guastafeste che ripete scomode verità, infine dosando sapientemente la dose del veleno somministrato, in modo da non uccidere politicamente l’avversario (voterà l’astensione pur avendo i numeri per il ko), lasciandolo agonizzante. Mentre la triste scena del reclutamento dei senatori a vita si ripete, così come riaperta è la caccia al senatore, in nome di non si sa più quali alti ideali, ma così alti che non si riescono a distinguere ad occhio nudo. E’ il tempo in cui anche il più oscuro “peones” si trova a soggiacere a quel fatidico quarto d’ora di celebrità, sino al punto che qualcuno si rende irreperibile, non sapedo più che santo votare. Si o no? Assente o astenuto?

Tutti sanno cosa dire, ma nessuno sa cosa fare. Non per niente sono parlamentari. Tranne il premier, non eletto, ma cooptato quale amministratore delegato di una (di)maionese politica impazzita, ora giallo-verde, ora giallo-rosa, ora color di can che fugge. Avvocato abile nella trattativa civile, conoscitore fine delle arti simulatorie e dissimulatorie che le appartengono, riesce a portare a casa il bottino del Recovery fund, ma il suo talento finisce qui. Non chiedetegli di avere una visione, una strategia, un cronoprogramma, per mettere a frutto questo capitale concesso da un’Europa meno matrigna, non certo perché ravveduta, ma solo in quanto, a ragione, timorosa di perdere altri dei figli, dopo l’inevitabile Brexit.

Sono tanti, troppi, i polli di Renzi che si dibattono inutilmente nell’aula, con il leader di Italia Viva nel ruolo di pavone inter pares. Nella prossima legislatura saranno molti meno, e così potrà essere meglio garantito il distanziamento politico tra i teatranti senz’arte né parte. Chi oggi ancora sembra vestire i panni (quanto meno) del politico proviene dalla prima repubblica, mentre il cambio d’abito promesso dai parvenu a cinque stelle non ha apportato quello sperato miglioramento della qualità della classe (pollaio) politica. Quale futuro si prospetta? Anche il Quirinale pare osservare in silenzio, e non si è compreso se per sgomento, calcolo o rassegnazione. Costretto tra due mondi, a disagio in entrambi.

Contessa

di Salvatore Fiorentino © 2021

Non puoi più pretendere di avere tutti quanti attorno a te / Non puoi più trattare i tuoi amanti come fossero bignè / Vuoi solo le cose che non hai / parli delle cose che non sai /
cerchi di giocare ma non puoi / pensi solamente ai fatti tuoi / Chi sei contessa? / Tu non sei più la stessa …
Non è più lo stesso, il sedicente “avvocato del popolo”, docente universitario allevato allo studio di uno tra i più potenti baroni giuristi ed avvocati professionisti d’Italia. Tradisce la vanità del potere, acquisito per caso, perché si deve ancora oggi, nonostante i venti del “cambiamento”, ricorrere ad un presidente del consiglio tecnocrate scelto in campo neutro dalle forze partitiche che si contendono il potere per il potere. E i cittadini aspettano.

DPCM e conferenza via facebook ne sono ormai la cifra ridondante, logora replica di stanchi discorsi che sembrano ripetersi come il disco rotto di un jukebox abbandonato in una stazione di servizio dell’Arizona. Scenari da fine del mondo, ma che non finisce mai, perché si gira sempre intorno, senza un punto di arrivo. E i cittadini aspettano. Il Recovery fund, il MES, i progetti “Green”, l’innovazione digitale (che non va oltre questa frase), la sburocratizzazione (che significa nuova burocrazia), le infinite questioni aperte che non si chiuderanno mai. Ogni tanto un coup de théâtre, come la annunciata revoca delle concessioni autostradali ai Benetton, la soluzione del caso ILVA (che non arrivano mai).

Lockdown ma non troppo, ripartenza ma con prudenza, niente rimpasti di governo, ma tanto streaming a volontà, con ministri e capi politici ormai annichiliti, presi per sfinimento, da un tessitore instancabile, duttile ad ogni stagione del consenso, ora verde, ora giallo, ora rosso. Facile aver ragione in un’Europa dove i protagonisti non sono più gli statisti, come i De Gasperi, i Mendès France, gli Adenauer, gli Schuman, gli Ollenhauer, i Nenni. Facile il baciamano alle attempate teutoniche Merkel e von der Leyen, facilissimo tirare la volata alle richieste dei paesi euromediterranei, poco ricchi e poco frugali. Meno facile organizzare le misure preventive in vista della (scontata) seconda ondata del famigerato “coronavirus”.

Che asseconda una curva matematica con tale precisione (e prevedibilità) che sembrerebbe più un algoritmo che un virus. Ma gli Arcuri, i Brusaferro e i tanti “professionisti dell’antivirus”, scienziati della domenica e apprendisti epidemiologi, virologi e tuttologi, non riescono a coglierne il senso, se non quello che finché dura loro avranno la loro finestra quotidiana di celebrità, che vivono come manna dal cielo (Sars-Cov 2 santo subito!). Per non parlare della schizofrenica schiera dei “negazionisti” a corrente continua ed alternata (ora cinn’è Coviddi ora uncinn’è), o dei giornalari che si affannano per un verso a difendere un indifendibile governo e per altro ad attaccarlo a testona bassa, tutti uniti da una sempiterna “capronità”.

Ma da quando il controverso portavoce (per tacer d’altro) Casalino non è più al fianco del premier Conte, questi appare improvvisamente appannato, indeciso e replicante di sé stesso, non è più lo stesso. La contestazione monta nelle piazze e, ciò che più conta, nelle reti RAI. Oltre che in quelle del finto avversario politico Berlusconi, che non fa altro che misurare ogni dichiarazione e posizione politica con il termometro del suo privato profitto, l’unica legge che ha mai rispettato con assoluta e convinta devozione. L’agonia del fu “avvocato del popolo” è tuttavia destinata a durare per l’incapacità degli avversari politici che sono terrorizzati da una eventuale responsabilità di governo, ma anche dal calcolo di chi tira i fili negli spazi siderali.

(31 ottobre 2020)

American Party

di Salvatore Fiorentino © 2021

La festa di Renzi si è finalmente conclusa. Chi pensava che si trattasse della solita manfrina da prima repubblica per ottenere qualche poltrona in più è stato smentito dai fatti. Ma anche chi continua a credere che le due ministre e il sottosegretario di Italia Viva siano stati sacrificati in nome del narcisismo smisurato dell’ex segretario del PD è fuori strada. Perché invece si tratta di una festa tutta “americana”, di una svolta impressa dal neo potere USA che ha scacciato dalla Casa Bianca l’ingombrante Donald Trump, considerato troppo vicino a “Giuseppi”, reo di non aver preso le distanze.

Chiarissimi i riferimenti e le deferenze di Renzi per il neo presidente Joe Biden e per l’ex presidente Barack Obama nel corso della conferenza stampa di addio al governo Conte. Separazione consensuale, con accettazione immediata delle dimissioni della rappresentanza renziana nel cabinet da parte di un premier che ora è alla ricerca di 18 senatori, più o meno, per poter continuare il percorso sino alla fine naturale della legislatura, quando si spera di poter raccogliere i frutti a pandemia domata, per rilanciare l’alleanza, ormai strutturale, PD-M5S, americani permettendo.

E non sarebbe il disaccordo sul Recovery Plan la vera questione della rottura consumatasi. Che invece andrebbe rintracciata nell’altro stop imposto da Renzi, la questione sulla “cybersecurity”, ossia il progetto di Conte – al quale viene rimproverato di non aver delegato il controllo sui servizi segreti – di una struttura accentratrice che, secondo fonti interne al Copasir (comitato parlamentare che controlla che l’attività dei servizi sia conforme al dettato costituzionale), sarebbe destinata a costituire l’ossatura di un nuovo sistema di potere in stile “bonapartista”, il futuro partito del premier.

La crisi aperta da Renzi ha tuttavia il merito di aver mostrato a tutti lo spessore davvero inconsistente della pattuglia di ministri pentastellati, così come del loro vate Beppe Grillo. Avanti con Conte, è lo slogan di chi si sente vacillare pericolosamente la poltrona, ministri che nelle ultime ore hanno alacremente incrementato l’attività in cui sono per lo più impegnati, quella di postare sui social network annunci propagandistici con tanto di loro ritratti in pose improbabili, il che stride con la drammatica situazione che è vissuta dai cittadini, i quali difatti non comprendono le ragioni di questa crisi.

Così, se il centrodestra cerca di ricompattarsi per sfruttare a proprio vantaggio l’esito del duello tra Conte e Renzi, magari proponendo al presidente della repubblica un improbabile ribaltone politico, i pentastellati, con a capo l’ex capo politico Di Maio, hanno raggiunto un livello tale di disperazione che sdoganano persino Mastella, per non parlare dei berluscones, forti della benedizione in tal senso impartita dal direttore de Il Fatto Quotidiano, che ha mutato il suo lessico da “voltagabbana” in “responsabili” per designare quei malcapitati che correranno in soccorso del Conte III.

Dossier “Trattativa”

di Salvatore Fiorentino © 2021

Per quasi trent’anni, una covata di magistrati nati e cresciuti presso la procura della repubblica di Palermo si è accreditata agli occhi dell’opinione pubblica quali eredi di Falcone e Borsellino, ora come allievi ora come amici, talvolta come entrambi. Che Falcone fosse un magistrato di eccezionale intelligenza lo ammettono anche i suoi (non pochi) detrattori, il che non entra in contraddizione con gli aspetti negativi che vengono da questi ultimi riferiti, quali un eccesso di fiducia nei suoi mezzi, il che lo avrebbe portato a voler dominare il “gioco grande” tra politica e poteri atlantici.

Borsellino fu senza dubbio un magistrato di minor acutezza rispetto a Falcone, ma superiore al secondo nella sua intransigenza di magistrato puro, che rifuggiva da ogni contaminazione, ancorché consentita, con la politica e le “altre” istituzioni dello Stato, verso le quali tuttavia nutriva e osservava un religioso rispetto, sino alla estrema conseguenza di esporre la sua stessa vita al pericolo estremo, come poi avvenne irrimediabilmente, attendendo vanamente di essere sentito da quella “autorità giudiziaria” nella quale confidava, pur con la morte nel cuore e nella mente.

Sicché, dopo decenni di retorica “antimafia”, possiamo iniziare a comprendere che le figure di Falcone e Borsellino sono state mitizzate strumentalmente ad usum delphini, e che la faccia oscura della procura di Palermo è ben più ampia di quella che si è voluta far credere sino ad oggi, circoscrivendola alla figura, certo controversa e discutibile, dell’allora procuratore capo Pietro Giammanco. Ma il “palazzo dei veleni” non ha smesso di esserlo, mentre si è raffinato sino al punto di distillare improbabili “verità” e credibili “falsità” che hanno trovato vasta eco presso l’opinione pubblica.

Un’opinione pubblica che, tuttavia, dopo gli inauditi scandali che hanno minato la fiducia dei cittadini nella magistratura e verso lo stato di diritto, ha conseguentemente assunto un atteggiamento meno speranzoso e fideistico rispetto al passato, ripiombando per un verso nella buia rassegnazione tipica nelle lande del gattopardismo e per altro nutrendosi di un crescente scetticismo verso tutto ciò che viene aggettivato con il termine “antimafia”, in primo luogo nell’ambito della politica, ma anche in quello dell’informazione e, non ultimo, in quello della “giustizia”.

Si è difatti compreso, anche alla luce delle evidenze dei casi giudiziari relativi al “sistema Montante” o al cosiddetto “depistaggio Scarantino”, come la magistratura requirente siciliana abbia negli ultimi trent’anni accusato una progressiva perdita di credibilità ed affidabilità, laddove alcuni dei presunti eredi della stagione del “pool antimafia” di Falcone e Borsellino si sono visti cedere alla tentazione del protagonismo e del carrierismo piuttosto che votarsi al sacrificio del lavoro oscuro ed umile. Ne ripercorriamo alcuni momenti.

Sembrava la “Trattativa”, ma era una farsa

La questione “Trattativa Stato-mafia” ha dominato le cronache dell’ultimo decennio, trascinando le istituzioni, anche le più alte, come il Quirinale ai tempi di Re Giorgio Napolitano (primo ed ultimo, ad oggi, presidente comunista, e per di più rieletto), in scontri inauditi e dagli esiti giuridici assurdi, come il famigerato conflitto di attribuzioni sollevato dal Colle contro la Procura di Palermo affinché si potesse procedere alla distruzione delle intercettazioni tra lo stesso Napolitano, allora presidente della Repubblica, e Nicola Mancino, che insisteva in modo ossessivo, cercando una copertura istituzionale ai massimi livelli, dato che si sentiva braccato dal pool dei magistrati palermitani che indagavano sulla “Trattativa”.

Mai dire pool. L’idea del gruppo di magistrati che indaga su temi scottanti e contro poteri temibili è certamente idonea a salvaguardare il singolo, ma solo se tutti i suoi componenti sono disponibili ad osservare un ferreo vincolo di solidarietà. La storia, quella palermitana, insegna che i pool sono presto o tardi destinati a sfaldarsi, ad essere smobilitati, e dopo una stagione di clamori e di entusiasmi suscitati nell’opinione pubblica segue una fase di caduta, spesso scoprendosi che non era tutta gloria come sembrava, anzi talvolta emergendo scenari desolanti che amareggiano il cittadino che confida nella giustizia. Sicché, quando Antonio Ingroia abbandona, iniziano a scorrere i granelli di sabbia nella clessidra della credibilità.

Real fiction. La trama perfetta per un romanzo popolare era servita. Con i potenti – i cattivi – incarnati dall’allora presidente Napolitano, che brigavano per distruggere qualcosa che gli stessi pm – i buoni – giudicavano penalmente irrilevante, per boicottare l’indagine e quindi il processo “Trattativa Stato-mafia”, che in fondo non era altro che la messa in scena, in sede giurisdizionale, di un fatto non solo noto ma persino ovvio, che “Cosa nostra spa” intendesse scendere a patti con lo Stato, a suo modo, dopo averlo minacciato e terrorizzato con la forza brutale degli attentati eclatanti di Capaci e via D’Amelio, a cui seguivano quelli che miravano a colpire il patrimonio culturale nei suoi monumenti simbolici, causando vittime innocenti.

Di Matteo uno di noi. Raccoglie il testimone una volta che il pool rimane orfano del suo leader, che sul più bello (“siamo nell’anticamera della verità”, declamava in tv, con tono tra il misterioso e il fatalista) lascia per andare a fare altre esperienze. Quindi, un magistrato che ha speso la sua carriera per la lotta al malaffare politico-mafioso, nel momento che si trova ad un passo dalla verità che cosa fa? Sente il bisogno di fare altre esperienze. Certamente. Di Matteo viene così a trovarsi in prima linea a subire il fuoco di fila di tutti, e ciò che più impressiona sono i silenzi istituzionali, anche quando arrivano le minacce di morte, quando si parla di tritolo già pronto a Palermo. Poi però abbandona la DNA per fare altro. Chissà.

La farsa. Sino ad oggi i detrattori del processo “Trattativa Stato-mafia”, tantissimi e ovunque sparsi nell’intellighenzia nostrana, tutti raffinatissimi mafiologi che di più non si può, non erano riusciti a convincerci che si trattasse di una “boiata pazzesca”, così come disse l’esimio chiarissimo professor Fiandaca, quello che ha scritto il libro di diritto penale su cui hanno studiato generazioni di giuristi. Mentre ora ci sono riusciti gli stessi protagonisti, Ingroia e Di Matteo, quando hanno rivelato che all’epoca dello scontro con il Quirinale ci fu un tentativo di “trattativa”, con ambasciatori niente meno che del calibro di Ezio Mauro (l’ex direttore di Repubblica) e dell’onnipresente “tonno” Palamara. Urge riaprire l’indagine “Mafia e appalti”.

(20 giugno 2020)

Cose nostre di Sicilia (II)

Quando un sabaudo scende in Sicilia, anche con le migliori intenzioni, si chiami Chevalley o Gian Carlo Caselli, il risultato non cambia. Ma va ancora detto che, come ben arguiva il Principe di Salina, questi nordici che vorrebbero risvegliare i siciliani, in fondo, non portano veri doni a chi si crede perfetto e vuole continuare a coltivare il suo atavico oblio. Dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, Caselli chiede ed ottiene di fare il procuratore capo a Palermo, non tanto per vendicare i colleghi Falcone e Borsellino quanto per istruire il processo alla “prima repubblica” ed in particolare nei confronti di Giulio Andreotti, in parallelo a quanto si svolgeva a Milano con “Mani pulite”, in cui il principale obiettivo era il “lider-maximo” Bettino Craxi. Milano-Palermo come asse per rivoltare l’Italia e consegnare il potere alle sinistre, ancorché per via giudiziaria e financo “antimafiosa”. Come avveniva ai tempi del “Gattopardo”, anche ai tempi nostri il “sabaudo” dovette così fare ritorno nel nord Italia senza aver, in sostanza, ottenuto nulla, ma anzi lasciandosi alle spalle qualche strascico sgradevole, come la annosa polemica sulla mancata perquisizione del “covo” di Totò Riina, subito dopo il suo arresto, concordato o meno che fosse, in esito a quella che si prospetta quale “Trattativa Stato-mafia”, e sulla quale si sta celebrando il processo d’appello dopo le condanne ottenute dal pm Nino Di Matteo in primo grado. Nel frattanto, non era stata certo la sinistra a prendere il potere, ma un certo Silvio Berlusconi, il parvenu della politica che riuscì a catalizzare il consenso popolare e mafioso su di sé.

Tuttavia, Caselli non fa una bella figura al processo d’appello, quando nello scorso novembre viene sentito proprio su questo episodio anomalo della mancata perquisizione dopo l’arresto del “capo dei capi” corleonese. Come mai dovrebbe fare un vero capo, sia esso procuratore della repubblica o al vertice di qualsiasi gruppo di lavoro, Caselli “scarica” la responsabilità sulla polizia giudiziaria, affermando di essersi fidato del capitano “Ultimo” (Sergio De Caprio), che aveva condotto l’operazione di cattura di Totò Riina a Palermo, tradendo nel linguaggio un certo nervosismo: “De Caprio era in quel momento un eroe nazionale, aveva messo le manette al mitico, nel senso negativo del termine, Totò Riina. Ma questa sospensione, questo ritardo subordinato alla sorveglianza del sito che venne interrotta subito senza dirci nulla è una brutta pagina, pessima». Nel corso dell’audizione, Caselli continua a giustificarsi, affermando che avrebbe ricevuto dall’allora colonnello Mori rassicurazioni sul fatto “che il mancato avviso [della omessa perquisizione] rientrasse nella autonomia decisionale ed operativa della polizia giudiziaria”. Nè, afferma ancora con riferimento a Vito Ciancimino, “mai e poi mai ho voluto conoscere cose riguardanti i confidenti”. Ma Di Caprio non le manda a dire: “Quindi l’eroe nazionale per la lotta al terrorismo, giudice Giancarlo Caselli, aveva sudditanza psicologica verso il Capitano Ultimo. È questa la vera brutta pagina che emerge oggi. Chi aveva la responsabilità e il dovere di eseguire la perquisizione nel covo di Riina la deve assumere di fronte alla storia”.

(12 gennaio 2020)

Cose nostre di Sicilia

La Sicilia è una regione speciale. Non solo dal punto di vista istituzionale, con lo Statuto che ne sancisce l’autonomia entro l’unità politica dello Stato, ma anche, e forse soprattutto, dal punto di vista delle organizzazioni mafiose che realizzano un governo di fatto del territorio. Per un verso, ne è quindi ampiamente riconosciuta la specialità di “laboratorio” politico, spesso anticipatore, fino a divenirne determinante, di quelli che saranno gli indirizzi a livello nazionale. Mentre, per altro verso, non sembra essere stata ancora colta, perlomeno nella sua intera portata, la specialità di “laboratorio” della trattativa “Stato-mafia”, che adesso non è quella dibattuta nell’omonimo processo tanto avversato e vilipeso di cui si sta celebrando l’appello a Palermo, bensì quel “sistema” di governo che mette attorno ad un tavolo essenzialmente tre componenti, la politica e l’imprenditoria (nei rispettivi segmenti disponibili o addirittura in cerca di collusioni e corruzioni) con le organizzazioni mafiose. Siedono allo stesso tavolo: una politica incapace di produrre consenso libero e democratico, che ha così tutto l’interesse a mantenere lo stato di “sottosviluppo”; un’imprenditoria restia ad accettare i principi della libera e leale concorrenza, che quindi sostiene l’affermazione di una politica clientelare, manipolatrice degli appalti e delle concessioni pubbliche; le organizzazioni mafiose, che ben lungi dall’operare come un sistema coerente e coeso, muovono dall’obiettivo di produrre ricchezza in modo parassitario, saccheggiando lo Stato. Unicuique suum. Con chiese, massonerie, servizi segreti e magistrature sullo sfondo.

Questo tavolo a tre gambe, che sembra alludere alla Trinacria, regge bene finché le tre componenti che lo supportano riescono a trovare un accordo in esito alle molteplici “trattative”, che di volta in volta, vengono dipanate e decise con buona pace dei contraenti. Accade, tuttavia, che una gamba del tavolo non sia d’accordo neppure con sé stessa. Come è accaduto con le Cose nostre che si diversificano tra Occidente e Oriente, da un lato i Corleonesi di Riina che in un primo momento favoriscono l’ascesa del boss catanese Nitto Santapaola, ai danni del predecessore Giuseppe Calderone, perché ritenuto più idoneo alla nuova strategia stragista, salvo poi volerlo eliminare per il motivo che lo stesso Santapaola si opponeva alla esecuzione di delitti eccellenti in territorio etneo, al contrario di quanto invece avveniva, in modo reiterato ed eclatante, nel palermitano. Eppure il “cursus (dis-) honorum” del Cacciatore (questo il nomignolo affibbiato al boss catanese per la sua efferatezza, ma per l’appunto solo fuori dal proprio territorio) è di tutto “rispetto” nonché illuminante per tracciare quel reticolo di collusioni tra politica, imprenditoria e mafia sin dagli anni ‘80, a cominciare dalle vicende torbide della ricostruzione post terremoto nella Valle del Belìce, un cui rivolo conduce sino all’assassinio del presidente della regione siciliana Piersanti Mattarella, sino a giungere al famigerato caso dei “Quattro Cavalieri dell’Apocalisse Mafiosa”, che pare collegarsi alla strage di via Carini, in cui viene assassinato il prefetto di Palermo Dalla Chiesa senza che sia risparmiata la giovane moglie.

Risulterebbe, infatti, che Nitto Santapaola abbia partecipato alla missione di fuoco, il 13 agosto 1980, per eliminare il sindaco di Castelvetrano Vito Lipari, divenuto scomodo perché (ne riferisce un articolo di Mario La Ferla apparso su “L’Espresso” nel 1981) avrebbe scoperto una grande truffa nel piano di ricostruzione della Valle del Belìce, relativamente al cosidddetto “piano numero quattro” che ricomprendeva dieci comuni. Un collegamento di questo delitto con quello del presidente della regione Piersanti Mattarella fu rinvenuto nel corso delle indagni, dato che lo stesso Mattarella, l’anno precedente, aveva voluto un riesame del suddetto “piano numero quattro”, allo scopo di comprendere quali fossero state le manipolazioni realizzate ed eventualmente provvedere alla sua corretta riformulazione. E ritroviamo il nome di Nitto Santapaola anche dietro la strage di via Carini, eseguita il 3 settembre 1982, in un’Italia stordita dagli allori freschi della nazionale di calcio campione del mondo al cui tributo si era unito l’entusiasta presidente della repubblica Sandro Pertini. Tra le ipotesi investigative, quella che riguarda l’interessamento di Dalla Chiesa su i costruttori di Catania (Rendo, Costanzo, Finocchiaro, Graci), mediante una richiesta di informativa alla prefettura etnea, dalla quale emersero rapporti “necessitati” dei suddetti imprenditori con la mafia locale. Dalla Chiesa ebbe a dichiarare, nell’intervista rilasciata a Giorgio Bocca il 10 agosto 1982, che alla mafia palermitana si stava affiancando quella catanese, dato che i maggiori imprenditori etnei si accaparravano gli appalti a Palermo.

Mafia e appalti. L’inchiesta condotta da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, col supporto del ROS guidato dall’allora colonnello Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno, tra la fine degli ‘80 e il 1992, aveva fatto emergere per la prima volta l’esistenza di un comitato tra la mafia, la politica e l’imprenditoria, toccando ambienti anche di rilievo nazionale, finalizzato alla spartizione degli appalti pubblici in tutta la Sicilia, anche se va rilevato che dall’informativa che il ROS consegnò a Falcone sarebbero stati “depurati” i nomi di alcuni influenti politici siciliani della DC coinvolti: Salvo Lima, Rino Nicolosi e Calogero Mannino. Ed è qui che si dividono le strade di chi oggi ritiene, per un verso, che Falcone e Borsellino furono eliminati perché stavano scoprendo ciò che avrebbe fatto deflagrare lo Stato, già provato alle fondamenta dall’inchiesta di “Mani Pulite”, e chi invece, per altro verso, ritiene, anche alla luce delle recenti sentenze, ancorché in primo grado, dei processi “Borsellino quater” e “Trattativa Stato-mafia”, che i due magistrati palermitani furono sacrificati sull’altare di un pactum sceleris tra lo Stato e la mafia, che rinegoziavano il loro atavico rapporto costitutivo, inaugurato con lo sbarco anglo-americano nell’Isola, per la liberazione dal nazifascismo. Fatto sta che l’inchiesta “mafia e appalti” fu archiviata su richiesta presentata il 13 luglio 1992 dagli allora sostituti procuratori di Palermo Roberto Scarpinato e Guido Lo Forte, vistata il successivo 22 luglio dal procuratore capo Pietro Giammanco ed accolta il 14 agosto, sempre del 1992, dal gip Sergio La Commare.

Collettori insospettabili. Messo sotto accusa dalla procura di Catania, l’ex presidente della regione Rino Nicolosi presenta un memoriale nel quale offre una radiografia del sistema “Sicilia”. Come viene riferito in un articolo del quotidiano “La Repubblica” del 8 ottobre 1997, non c’era un unico centro di raccolta per la spartizione delle tangenti da calcolare su i circa 30 mila miliardi di lire di spesa in appalti della Regione siciliana dal 1985 al 1991, né una gestione “ragionieristica”, ma una sorta di “gentleman agreement”, seppur ancorato a regole precise ancorché senza la “volgarità” di riferimenti diretti a singoli appalti e percentuali di spettanza. Nicolosi indica 23 leader politici, che sarebbero stati i grandi collettori dei flussi di denaro per finanziare la politica: il primo nome è il suo. Seguono gli ex ministri Calogero Mannino e Sergio Mattarella, i “colonnelli” di Andreotti a Palermo e a Catania, Salvo Lima e Nino Drago, l’ex sottosegretario messinese Giuseppe Astone, il siracusano Vincenzo Foti. Del Pci cita l’eurodeputato Luigi Colajanni, l’ex presidente dell’ARS Michelangelo Russo, gli ex segretari regionali Adriana Laudani e Angela Bottari, l’ex assessore regionale Gianni Parisi. E poi i socialisti: gli ex ministri Totò Lauricella, Salvo Andò e Nicola Capria, gli ex assessori regionali Filippo Fiorino e Turi Lombardo. Del Pri fa altri tre nomi: l’ex ministro Aristide Gunnella, l’allora sindaco di Catania Enzo Bianco, l’ex parlamentare Salvatore Grillo Morassutti. Infine, ancora tre i socialdemocratici: l’ex ministro Carlo Vizzini, gli ex assessori regionali Pasquale Macaluso ed Enzo Costa.

(15 giugno 2019)

La “Trattativa” (continua)

Ad un certo punto la politica italiana, il famigerato CAF (Craxi-Andreotti-Forlani), divenne un fastidioso ostacolo per le “entità atlantiche”, e dovette essere rimossa per rinegoziare nuovi patti con altri referenti. Craxi, a seguito di “Mani pulite”, fu costretto all’esilio; ad Andreotti non fu perdonata la conferma delle condanne del “maxi-processo” in Cassazione. Pertanto, dopo il trauma delle stragi degli anni ‘90, alla classe dirigente della cosiddetta “prima repubblica” ne subentrò un’altra, che però, retrospettivamente, non è apparsa migliore della precedente, anche perché di fatto scaturita da quella che diverse sentenze della magistratura hanno accertato essere stata una “trattativa” tra lo Stato e la mafia.
In questa ottica, non può escludersi che Andreotti volesse, ad un certo punto, davvero debellare la Cosa nostra dei “viddani” che avevano osato ribellarsi platealmente a chi ne era stato il referente politico, né si può escludere che avesse colto l’occasione di reclutare un Falcone ormai sospinto fuori dalla magistratura, per utilizzarlo nella lotta, condotta stavolta dal livello politico, contro i mafiosi, con il contributo di un elegante camaleonte come Martelli, che doveva scrollarsi il fango che gli era schizzato addosso, non solo per Tangentopoli, dato che in Sicilia la mafia aveva preferito il PSI per fare un dispetto alla DC. Ma se Andreotti avesse sconfitto la mafia, arrestato lo stragista Tòtò Riina ormai fuori controllo, avrebbe calzato a pennello i panni di presidente della Repubblica, a cui aspirava. Sarebbe passato alla storia non come un colluso, ma come uno statista. E lui voleva questo.

Capire a chi questo disegno fosse risultato sconveniente conduce a capire a chi avesse giovato la “trattativa”. Ecco che si profila all’orizzonte la “gioiosa macchina da guerra” dei “Progressisti”, ecco che si staglia in controluce la figura, controversa e per certi versi inquietante, di Luciano Violante, il profeta dell’antimafia usata come arma politica. Una antimafia che, nei decenni successivi, è degenerata nei sistemi di potere, dal famigerato “sistema Montante” al più raffinato ed imperscrutabile “sistema Lumia”, oggi alla sbarra. L’antimafia non la doveva quindi fare Andreotti, ma chi ne avrebbe dovuto ricavare i frutti politici per guadagnare, finalmente, il governo del paese, la conquista di Palazzo Chigi. Ecco che una certa (sedicente) sinistra aveva tutto l’interesse per avversare Falcone e, allo stesso tempo, Andreotti, che da presidente della Repubblica non avrebbe verosimilmente mai legittimato un governo guidato da un (seppur ex) comunista. Sicché dopo la strage di Capaci si pone la candidatura di un democristiano debole e fragile, ricattabile per i fondi neri del SISDE (da cui il famoso “Non ci sto!”), mentre vengono fatti fuori ministri certamente ostili ad ogni “trattativa” con la mafia, come Scotti e Martelli, per sostituirli con i più malleabili Mancino e Conso, quest’ultimo fautore del depotenziamento del 41 bis. Così come, su impulso di Scalfaro, viene sostituito il capo del DAP Nicolò Amato perchè ritenuto troppo rigoroso, e gli viene preferito Adalberto Capriotti, più disponibile ad un approccio conciliante, “trattativista”, rispetto alle richieste pressanti che provenivano dai padrini.

Ecco che lo Stato piega le ginocchia, come ha osservato più volte Antonino Di Matteo, causando l’escalation, invece del raffreddamento, della strategia stragista che, come è sempre avvenuto, dall’eccidio di Portella della Ginestra sino alle stragi degli anni ‘90, rappresenta il leit motiv della Repubblica Italiana, ossia la cosiddetta “strategia della tensione”, voluta dalle “entità atlantiche” perché ritenuta quale garanzia degli equilibri geopolitici globali. La novità è che, adesso, caduto il muro di Berlino nel 1989, le forze della “sinistra” italiana decidono di aderire (asservirsi?) a queste entità. Non è un caso che il PCI venga sciolto, proseguendosi in una successione di sigle che vedono progressivamente depotenziare il corredo genetico della gauche italiana, sino ad una conclamata politica assonante a quella del centrodestra, con il tradimento del mondo del lavoro e delle fasce più deboli, per privilegiare una realtà fatta di banchieri e finanzieri, capitalisti e speculatori. Chi si oppone al nuovo corso, alla “trattativa”, viene eliminato, come Borsellino. Quando il procuratore Caselli, sceso a Palermo dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, comprende che la sua missione, mettere sotto accusa Andreotti, era di fatto fallita, abbandona il campo, lasciando qualche ombra, come la mancata perquisizione del covo di Riina dopo l’arresto. Errori, negligenze, oppure semplicemente un copione che rientrava nella logica della “trattativa”, con attorno, guarda caso, alcuni alti ufficiali condannati nel processo nel quale Di Matteo, insieme ai colleghi di un pool ormai discioltosi, ha rappresentato l’accusa?

(26 maggio 2019)

“Stato-mafia” (minority Report)

di Salvatore Fiorentino © 2021

C’era molta attesa per la puntata del 4 gennaio 2021 della trasmissione di RAI3 “Report”, dedicata alla “Trattativa Stato-mafia”. Due ore filate di fatti che attraversano i trent’anni del post stragi degli anni ’90 – le ultime che hanno insanguinato l’Italia – con riferimenti anche agli anni ’80, al tempo della strage di Bologna, secondo le risultanze giudiziarie da attribuire alla loggia massonica P2 di Licio Gelli e ad esponenti della destra cosiddetta “eversiva”. E c’è l’aggiornamento ai fatti più recenti, come le dichiarazioni di Graviano, boss che sembra lanciare messaggi alla politica, e del pentito Riggio, che non convince.

Come si poteva immaginare – e temere – la narrazione della squadra di Report ripercorre la trama accreditata come maggioritaria ed ormai in voga: gli attentati di Capaci e di via D’Amelio furono l’ennesimo episodio della “strategia della tensione” (destabilizzare l’opinione pubblica per garantire lo status quo del sistema di potere) in cui gli attori sono sempre gli stessi, frammenti di mondi diversi ed in parte inconciliabili: lo Stato, le mafie, i servizi segreti, la “destra eversiva”. La tesi di fondo sempre la solita: le stragi dei ’90 hanno favorito Forza Italia, Berlusconi e ciò che rappresentava.

Addirittura, Alfonso Sabella (ex pm a Palermo con Caselli) ritiene che la strage presso lo stadio Olimpico a Roma sia stata fermata per non danneggiare l’ascesa di Forza Italia al potere, dato che da questa forza politica i mafiosi si sarebbero aspettati “riforme” decisive, come l’abolizione del carcere duro e l’introduzione della “dissociazione” invece che della “collaborazione” per ottenere vantaggi e sconti di pena per i boss senza contraccolpi per Cosa nostra. Dal canto suo Antonino Di Matteo (pm nel processo “Trattativa”) non perde occasione per ribadire che Berlusconi pagava Cosa nostra anche da premier nel 1994.

A Roberto Scarpinato (pg di Palermo) spetta invece il ruolo di dipingere il solito affresco mai compiuto, quello dei “sistemi criminali”, dove sono presenti massoneria e Gladio. Ma dopo trent’anni, non resta molto più che il solito déjà-vù, un romanzo senza fine, quasi una favola infantile da raccontare periodicamente all’opinione pubblica per assopirla prima che possa iniziare a ricercare le verità che non possono né debbono essere rivelate, infondendo sull’antimafia (giudiziaria, politica, dell’informazione) un’aura di mistero e quindi di sacralità, che è poi l’ideale brodo di coltura dei suoi profeti e dei suoi santoni.

Ci si perde nei mille rivoli delle eterogenesi dei fini sottostanti alle condotte dei vari protagonisti, talvolta improbabili, con effetto oggettivamente depistante, piuttosto che risalire alle radici dei fenomeni, seguirne le tracce e ricostruire, con sapienza archeologica, le orditure che possano permettere di ricollocare i tanti – troppi – frammenti, rinvenuti e gettati alla rinfusa, nel loro quadro originario, costruendo il mosaico della verità. Che va ricercata nella direzione opposta a quella della destra politica, nel momento in cui dopo la caduta del “muro di Berlino”, i poteri internazionali decidono che in Italia dovranno governare gli ex comunisti.

La sindrome di Matteo

di Salvatore Fiorentino © 2021

Nella politica italiana, ve ne sono solo due. Di leader (ducetti secondo alcuni) che portano il nome di battesimo il cui significato è “dono di dio”, al secolo Matteo, il cui santo omonimo è considerato il patrono di banchieri ed esattori. Nomen omen, tra Banca Etruria, Consip, 49 milioni di euro e fiumi carsici di rubli. Il primo “democratico”, il secondo “sovranista”, a modo loro, con un amore segreto, ma non troppo, condiviso tra alti e bassi: il Cavaliere di Arcore caduto da cavallo, tra patti del Nazareno ed alleanze elettorali, che li ha benevolmente allevati negli studi tv dell’allora Fininvest, quando da giovanissimi, calcavano le scene dei programmi di inebetimento di massa, come la “ruota della fortuna” ed “il pranzo è servito”.

Poi, tanto il toscano quanto il padano, non sapendo bene cosa fare nella vita, ma avendo ben chiaro che il lavoro, quello vero, non fosse affare per loro, decidono di dedicarsi alla politica. Il toscano nasce nel PPI, di cui diventa segretario provinciale nel 1999, ricoprendo lo stesso ruolo, nel 2003, nella transitoria forza post-democristiana denominata “La Margherita”. Presidente della provincia di Firenze dal 2004 al 2009, quando viene eletto sindaco della città “culla del Rinascimento”. Nel 2010 parte alla guida della rottamazione del PD, di cui diviene segretario nel 2013. Dopo la celebre frase, “Enrico stai sereno …”, diviene il più giovane presidente del consiglio italiano, ancorché non eletto in nessuna delle due camere.

Il padano si iscrive alla Lega Nord nel 1990 e nel 1993 è eletto consigliere comunale. Si fa notare per la difesa del centro sociale milanese “Leoncavallo”, contro il quale l’allora sindaco leghista Formentini minacciava lo sgombero. Nel 1998 assume la carica di segretario provinciale e nel 2004 viene eletto al parlamento europeo; ma nel 2006 torna a fare il consigliere comunale come capogruppo. Segretario della Lega Lombarda nel 2012 e segretario federale della Lega Nord nel 2o13. L’anno successivo fonda “Noi con Salvini”, una lista pensata per il radicamento nei territori del centro e del meridione, sicché alle politiche del 2018 il partito viene denominato “Lega”. Diventa vicepremier del governo “giallo-verde”.

La sindrome di Bruxelles. Sia per il toscano che per il padano è fatale il successo ottenuto alle elezioni europee. Il primo, al tempo premier in carica, sfonda la soglia del 40%, ottenendo il miglior risultato mai raggiunto dal PD. Ma è l’inizio della fine. Credendo di avere conquistato il popolo, si avventura nella impervia via delle riforme costituzionali a colpi di maggioranza, infine venendo sconfitto al referendum del 2016, con un secco 60% di NO. Si dimette da premier e successivamente da segretario del partito. Analoga sorte tocca al padano: alle europee del 2019 fa il pieno di consensi, e la Lega diviene il primo partito italiano col 34%. Da qui la crisi di ferragosto, con sfiducia al governo Conte. Viste le reazioni ci ripensa. O no?

L’auto-ribaltone. Il padano, accaldato dai troppi selfie da spiaggia, non si rende subito conto che il consenso precipita, sia nelle piazze meridionali che nei social a lui tanto congeniali, producendo l’indesiderato effetto di resuscitare l’altro Matteo, che era dato ormai politicamente morto e sepolto. Del resto non si era mai visto un ministro, nonché vicepremier, sfiduciare il governo di cui continua a fare parte. Così, dopo il ferragosto tenta una ridicola marcia indietro. Ma quando il gioco si fa duro i duri reggono il gioco, ed esce fuori la determinazione, il coraggio e l’indipendenza del premier Conte, che accetta la sfida di Salvini e rilancia, mettendo tutto nero su bianco. Ci vediamo in parlamento. La crisi è servita.

(16 agosto 2019)

Post scriptum

Recovery Plan. Con il parto del governo “giallo-rosa”, che succede a quello “giallo-verde”, il toscano ritorna sulla ribalta politico-mediatica, mentre per il padano si avvia la stagione del declino. Nessuno può ancora prevedere cosa sarebbe accaduto dopo pochi mesi a causa dell’insorgenza della pandemia da “coronavirus”, ma tutti si aspettano che, presto o tardi, colui che aveva fortemente spinto per il varo del “Conte II” sarebbe stato lo stesso a volerne decretare la fine. Come è puntualmente avvenuto allo spirare dell’annus horribilis, il 2020. Nessuno è perfetto e il premier Conte finisce per azzerare il grande merito di aver ottenuto il Recovery Plan in Europa a causa dell’incapacità mostrata dal suo governo nella realizzazione di un programma adeguato.

L’auto-sfiducia. Più lesto di un ladro, il toscano approfitta dell’impasse, e si scaglia contro il “suo” governo, manifestando una personale avversione nei confronti del premier che egli stesso aveva da poco più di un anno preteso a spada tratta, persino nei confronti dei pentastellati alquanto riottosi verso “Giuseppi”. Il padano, essendosi già scottato, osserva a debita distanza di sicurezza, ostentando un buonismo posticcio. Le opposizioni si affrettano a smentire la loro disponibilità a fare da stampella per un “Conte III”, mentre torna ad aleggiare lo spettro di Draghi, uomo della finanza internazionale. Qualcuno invoca persino l’ex presidentessa della Corte Costituzionale, Cartabia. E di andare a nuove elezioni non se ne parla, fa trapelare il capo dello stato.

La storia si ripete almeno due volte. Se la prima crisi del governo Conte non è stata una tragedia, la seconda è già una farsa. Ma stavolta il Matteo di turno ha un’ottima spalla: Beppe Grillo. Il quale, in tempo di Covid-19, si è già lavato le mani, lasciando intendere che non difenderà il suo premier (il “Conte II” fu sostenuto oltre che da Renzi anche da Grillo che strigliò al riguardo l’allora capo politico Di Maio che metteva i bastoni tra le ruote al bis). La crisi è quindi figlia del progressivo ed inarrestabile sfaldamento della prima forza politica (33%) uscita dalle urne delle politiche del 2018 e che oggi ha più che dimezzato i consensi tra i cittadini. La soluzione meno traumatica sembra quindi quella di un “Conte III” senza Italia Viva e con il ricambio dei ministri pentastellati.

Next generation Italia

di Salvatore Fiorentino © 2021

LE RAGIONI DELLA CRISI

Il presidente della repubblica, nel rituale discorso di fine anno – svolto in piedi per drammatizzarne i contenuti allarmanti, al netto della “nuova arma” che la scienza ci avrebbe fornito (il vaccino anti-Covid 19) – nel citare alcune ricorrenze storiche che si celebreranno nell’ultimo periodo del suo mandato, ha omesso quella della presa del potere del “fascismo” in Italia, che andrebbe comunque ricordata, ancorché in chiave antifascista, in coerenza con i fondamenti della costituzione repubblicana, anche quale monito ad estirpare in nuce ogni subdola forma di privazione delle libertà dei cittadini.

Se si può nutrire ragionevole – ma mai cieca – fiducia nella “scienza”, non sembra ad oggi esserci modo di confidare nella capacità di interpretazione dell’attuale fase storica allo scopo di valorizzare le risorse, pur cospicue, che saranno a breve messe a disposizione dei paesi europei per la cosiddetta “Next generation UE”. Eppure siamo già dentro quel nuovo ventennio che potrebbe condurre al raggiungimento delle tanto agognate “magnifiche sorti e progressive”, ossia di un radicale cambiamento del paradigma culturale e socio-economico, alla stregua di un nuovo “umanesimo”.

All’epoca dell’individualismo sino alle estreme conseguenze, la nebulizzazione sociale permeata dalla idolatria del denaro, del potere e della vanagloria, dovrebbe seguire un avanzamento della civiltà davvero globale, ad un tempo superando le “illusioni” delle utopie idealistiche, ma nel contempo non cedendo alla dittatura della “ragione”, entrambi estremi coincidenti di un mondo totalitario, senza speranza e senza fedi. A nessuno dovrà essere permesso di trarre vantaggio dallo svantaggio altrui, ad ogni livello: della sfera dell’individuo, dell’intrapresa economica, della politica di uno stato.

Nella prospettiva del Recovery Plan, l’Italia appare in forte ritardo in tema di visione strategica per lo sviluppo socio-economico. Del resto, l’unico piano di rilevanza in tal senso adottato nell’epoca repubblicana rimane ad oggi il “Piano INA-Casa” (1949-1963), prima del quale occorre rinviare al ventennio “fascista”. Difatti, siamo ancora fermi ad una mera e peraltro sbilanciata ripartizione delle risorse (mld di €): “rivoluzione verde” (74,3), “digitalizzazione” (46), “infrastrutture” (27,8), “istruzione e ricerca” (19,1), “parità di genere ed equità” (18,4), “salute” (9).

In detttaglio: 40,1 mld per l’efficienza energetica e riqualificazione degli edifici, di cui 22,4 mld per il “superbonus 110%”. Poi 32,4 mld per l’innovazione delle imprese (2,64 per 5G), 23,7 mld per l’alta velocità ferroviaria (compresi 2 mld per messa in sicurezza e monitoraggio digitale di strade, viadotti e ponti). Ed ancora 18,5 mld per la transizione energetica e la mobilità sostenibile (4,7 per fonti rinnovabili, 1,34 per idrogeno verde e 6,95 per trasporto pubblico locale “green”). Infine la salute: 5 mld per assistenza di prossimità e telemedicina e 4 per innovazione e digitalizzazione.

PER UNA NUOVA VISIONE STRATEGICA

L’unica forza politica della maggioranza governativa ad aver sollevato la questione della mancanza di “visione strategica” nell’azione del premier Conte è stata, nel silenzio-assenso generale, quella guidata da Matteo Renzi. Che tale obiezione possa essere o meno strumentale ad un interesse di partito piuttosto che posta nell’interesse generale non rileva ai fini della sua debita considerazione nel merito, anche tenuto conto del fatto che lo stesso Renzi si sia comunque sforzato di proporre soluzioni modificative e integrative, se non del tutto alternative, a quelle elaborate dal governo.

Appare irrisorio lo stanziamento per la salute, fanalino di coda con 9 mld, nel momento in cui occorre risollevarsi dalla crisi generata da una delle più gravi pandemie mai verificatesi, con un numero di morti che si approssima a 80 mila in meno di un anno e che è pertanto destinato a superare la soglia dei 100 mila. Altrettanto anomalo si dimostra il rapporto sbilanciato a favore della spesa per gli incentivi (per lo più per il superbonus 110%) rispetto a quella per gli investimenti che comportano maggiori ricadute sotto il profilo socio-economico. E’ evidente che necessiti un nuovo approccio.

L’identità dell’Italia: quale visione di Paese?
In un modo globalizzato, nell’epoca in cui si cedono parti rilevanti di sovranità nazionale all’Unione Europea, diventa essenziale definire e consolidare l’ “identità-Paese”, valorizzando le qualità oggettive e migliorando ciò che appare in ritardo o negativo. Non si tratta di una banale operazione di marketing, ma di costruire una visione sostanziale, che raccolga e tenga insieme la pluralità di differenze che caratterizzano il Belpaese, agendo sulle componenti materiali ed immateriali. E le radici del futuro italiane non possono che essere la cultura e la qualità della vita.

Investire sulla cultura
Investire sulla cultura significa in primo luogo recuperare l’accezione autentica, ad un tempo classica e proiettata nel futuro, del termine. Cultura significa così capacità di produrre nuovo senso, di concepire soluzioni innovative ancorché legate alla tradizione, mettendo a frutto il millenario “genio” italiano, l’abilità artigianale prima ancora che industriale, la capacità di creare arte e scienza a partire dalla lezione dei grandi maestri del passato, riconoscendo l’attualità del loro insegnamento. L’immenso patrimonio culturale, archeologico e paesaggistico è il giacimento inesauribile a cui attingere.

Investire sul territorio e l’ambiente
La qualità della vita si declina nelle componenti materiali ed immateriali. Il territorio e l’ambiente naturale e costruito le contengono entrambe. E’ ormai evidente come un approccio “tecnicistico” nella progettazione del territorio sia fonte di fallimenti e di degrado, con esiti insostenibili. Le priorità appaiono quelle del recupero e della riqualificazione. Alcuni esempi di piani nazionali: recupero dell’abusivismo edilizio ed ambientale; riqualificazione delle periferie urbane; impiantistica per il riciclo delle acque e dei rifiuti; riqualificazione dell’agricoltura, dell’industria e dell’energia.

Investire sulle infrastrutture materiali
Le infrastrutture costituiscono il sistema vascolare del territorio e dell’ambiente: la crisi delle prime determina inevitabilmente il collasso dei secondi. Il trasporto e la logistica rimangono elementi essenziali, soprattutto in relazione alle peculiarità geografiche e morfologiche dell’Italia, seppur necessariamente integrate dalle infrastrutture digitali. Anche in questo caso occorre predisporre piani nazionali, comprensivi di ogni livello territoriale, integrati da piani di adeguamento con particolare riferimento al dissesto idro-geologico e alla vulnerabilità sismica oltre che alle altre criticità locali.

Investire sulle infrastrutture immateriali
Analogamente, le infrastrutture immateriali costituiscono il sistema nervoso del Paese, con tutto ciò che ne consegue. Sanità, istruzione, giustizia, servizi sociali non possono che trovare una organizzazione nazionale, per assicurare pari condizioni ad ogni regione e città. Dovranno adottarsi riforme organiche e strutturali volte al raggiungimento di un livello adeguato del servizio erogato, prevedendo la formazione del personale, spesso carente più sotto il profilo qualitativo che quantitavo, restituendo al servizio pubblico il ruolo di punto di riferimento e di garanzia dei diritti dei cittadini.

Investire sul patrimonio edilizio pubblico
Che la funzione pubblica venga svolta in edifici inadeguati, spesso addirittura pericolosi, è un fattore di arretratezza inaccettabile. Che ciò accada persino nel caso di edifici strategici o rilevanti, quali ospedali, scuole, tribunali, caserme, uffici pubblici in genere, costituisce una criticità da rimuovere con urgenza. Interventi di messa in sicurezza, adeguamento alle norme antisismiche, antincendio e di abbattimento delle barriere architettoniche sono prioritari rispetto agli interventi di efficientamento energetico, questi ultimi spesso eseguiti a scopo propagandistico in carenza dei primi.

Organicità, coerenza, integrazione e flessibilità degli interventi
In definitiva, affinché il Recovery Plan (PNRR, Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) – che il governo italiano dovrà presentare in Europa non oltre il prossimo mese di aprile (ma il premier Conte ha parlato di febbraio) – si dimostri “rigoroso ed efficace”, come ha vibratamente raccomandato il presidente Mattarella nel discorso di fine 2020, è necessario che questo strumento sia connotato da una visione strategica in grado di garantire la coerenza, l’integrazione e la flessibilità degli interventi che vi saranno prospettati. Sarà colmato il divario tra quanto (poco) elaborato e ciò che invece occorre?

Compagni di mafia

di Salvatore Fiorentino © 2020

Nella narrazione in voga, perlomeno da Sciascia in poi, il rapporto tra mafia e politica è stato sempre declinato – a parte qualche sporadica voce fuori dal coro subito isolata in quarantena se non soppressa – nel versante dei rapporti di una sola parte del cosiddetto “arco costituzionale”, ed in particolare in quella maggioritaria che va dalla Democrazia Cristiana ai succedanei partiti del centrodestra, Forza Italia in primis, dove il Cavaliere di Arcore (ormai disarcionato) prendeva il posto del “divo Giulio”, quale emblema di questo connubio fissato nell’immaginario collettivo, ed oggi continuamente alimentato dalle esternazioni pubbliche di alcuni magistrati che ne vedono la conseguenza alla famigerata “trattativa Stato-mafia”.

Non è qui in discussione (nel senso che altro e meno scontato è il tema che si vuole trattare) se Andreotti e Berlusconi e i loro compari abbiano consumato rapporti di collusione se non di complicità con la mafia sin dagli anni ‘70, ma il fatto che verosimilmente questi rapporti abbiano interessato una buona parte della sinistra siciliana e poi italiana, con un crescendo che corrisponde alla progressiva diffusione e al radicamento (fatto inoppugnabile) delle mafie dal sud al centro e al nord del Paese avvenuto da oltre tre decenni, ossia a cavallo tra “prima” e “seconda” repubblica, laddove la stagione delle stragi dei ‘90 diviene un tornante decisivo in quanto segna l’approdo al potere di governo degli eredi del partito comunista.

Le prove di questo assunto non esistono perché non sono state cercate, e quando qualcuno ci ha provato (da ultimo il caso del pm che indagava nell’ambito del “caso Aemilia” sulla sponda della sinistra di governo, ma occorre risalire sino al clamoroso dossier “mafia e appalti” frettolosamente archiviato) non ha trovato che terra bruciata attorno a sé, in senso figurato o del tutto concreto. Esistono, tuttavia, corposi indizi, univoci e concordanti, che quanto meno sotto il profilo logico-sintomatico conducono a ritenere ciò che può leggersi tra le righe dei fatti, ossia che l’infiltrazione delle mafie nella politica sia trasversale, non risparmiando le formazioni che agitano, talvolta scompostamente, il vessillo della legalità e dell’antimafia.

Come è possibile che il covo palermitano di Totò Riina fosse di proprietà di un dirigente del PCI, a quanto pare legato ai corleonesi? Come è possibile che la sede del PCI catanese fosse di proprietà dei “Cavalieri dell’Apocalisse mafiosa” descritti mirabilmente da Giuseppe Fava? Come è possibile che l’allora procuratore della repubblica di Palermo, Gian Carlo Caselli, notoriamente amico e sodale di Luciano Violante (il profeta del giustizialismo antimafioso quale via per la conquista del potere), abbia ignorato il memoriale reso in punto di morte dall’ex presidente della regione siciliana Rino Nicolosi, laddove venivano coinvolti tutti i partiti, compreso il PCI, nella gestione illecita degli appalti siciliani e non solo siciliani?

Perché Pio La Torre viene lasciato solo, se non avversato, dai vertici nazionali del PCI, Enrico Berlinguer in testa, e dai maggiorenti locali del tempo, quando comprende che il partito in Sicilia è in affari con Cosa nostra e intende fare piazza pulita dei dirigenti collusi? Quale miglior riparo per la mafia che quello offerto dall’area politica ritenuta urbi et orbi legalitaria e antimafiosa per antonomasia, con a libro paga l’editoria sedicente illuminata e progressista ed uno stuolo di “intellettuali” pronti a servire cinicamente la causa in cambio di carriere immeritate al prezzo dello scambio degli interessi sottostanti all’esibizione di virtù morali sino al parossismo di arrogarsi improbabili e difatti disattese superiorità etico-culturali?

(31 agosto 2020)