Recovery Italia

di Salvatore Fiorentino © 2020

O’Pataterno dà o’ppane a chi nun tene e’dienti“: peggio che non possedere risorse finanziarie lo è di certo il non sapere come spenderle. E’ il destino del Belpaese, che si trova in affanno quando si tratta di valorizzare i fondi europei, essenzialmente per tre motivi: 1) corsa all’accaparramento con metodi più o meno leciti (tutti si azzuffano per prendere la fetta di torta più grande); 2) impreparazione strutturale alla spesa delle risorse (si cerca di afferrare la torta a mani nude, rendendola per lo più inservibile); 3) mancanza di visione strategica (dei resti della torta se ne fa un sol boccone per pochi).

Se il governo (premier) Conte ha un grande merito ed un pari grande demerito, così da elidersi a bilancio zero, il primo consiste nell’aver cavalcato l’onda di un’Europa apparentemente meno matrigna (ma solo per paura di implodere) ottenendo il Recovery Fund, mentre il secondo si dimostra sempre più nell’incapacità di delineare, ancorché in progress, un programma di investimenti indirizzato da una visione strategica fondata sulla lettura della società italiana, della sua storia, del suo presente e del suo possibile futuro. In una parola, manca di “capacità politica”, cioè di tutto.

Il guaio è che in una classe (politica) di somari e bulletti, colui che comunque studia con impegno e costanza, che si presenta sempre lindo e pettinato con il grembiulino e il fiocco in ordine, finisce per sembrare lo scolaro modello, l’orgoglio dei propri genitori (politici) e l’invidia di tutti gli altri, anche se in verità di risultati concreti non ne porta alla fine dell’anno, causando la più cocente delle delusioni in chi invece attendeva grandi successi. Bisognerebbe allora ricercare, innanzitutto, le cause che hanno determinato una generazione di politici così mediocre, e possibilmente rimuoverle.

Una delle cause di fondo risiede nella subordinazione della politica alla tecnocrazia, errore tipico di una società che sopravvaluta la “tecnica” a scapito dell'”arte”, nell’accezione classica dei due termini, dato che invertendo la graduatoria dei fattori il risultato volge all’opposto. Al capitano che non sappia in quale porto approdare non servirà la nave più potente mai realizzata, mentre a chi abbia chiara la rotta, con la fortuna dell’audacia potrà bastare persino un’imbarcazione precaria. Ed ecco spiegato il naufragio di una politica impotente che si affidi ai tecnici per governare la società.

Uno dei rimedi urgenti e basilari non può quindi che essere la radicale riforma dell’istruzione e della formazione dei cittadini. Che devono essere selezionati in base alla capacità di pensare in modo critico, e quindi produttivo di soluzioni innovative, e non sull’abilità a superare test di ammissione improntati alla subcultura dei giochi a premi. Deve invertirsi il primato tra tecnica e arte, tra apparire ed essere, tra saper comunicare e saper pensare, altrimenti la democrazia non potrà che degenerare verso un sistema “automatico”, dove tutto sarà governato con un “click”.

Violante e il “golpe rosso”

di Salvatore Fiorentino © 2020

Luciano Violante era un magistrato (comunista) presso la procura della repubblica di Torino quando indagò sul cosiddetto “golpe bianco”, ossia il piano ideato negli anni ’70 per bloccare l’avanzata dei comunisti in Italia attraverso l’instaurazione di una repubblica presidenziale sul modello di quella francese introdotta da de Gaulle. L’indagine fu poi trasferita a Roma per competenza e si concluse col proscioglimento degli indagati. Già negli anni ’60 era stato ideato il “Piano Solo”, un golpe con il quale si intendeva contrastare la possibile alleanza tra democrazia cristiana e partito comunista.

In anni di anticomunismo viscerale, che caratterizzava la politica degli USA nel mondo, non era tollerabile, né fu tollerato, che gli alleati (meglio dire i coloni) italiani potessero concepire un governo, sia nazionale che siciliano (vedasi i casi di Aldo Moro e Pier Santi Mattarella), con l’ingresso del partito comunista nella compagine di maggioranza. Ma lo scenario muta dopo il 1991, con la caduta del muro di Berlino e il seppellimento del simbolo comunista nell’humus della quercia democratica. E gli ex comunisti italiani vengono designati dagli USA quali eredi della “prima repubblica”.

Il golpe da bianco così diventa rosso. E si attua per via giudiziaria, passando per Milano e Palermo: corruzione e mafia, tipici stigmi italiani. Luciano Violante non era più magistrato (né comunista), divenendo nell’ultima legislatura della “prima repubblica”, dal 1992 al 1994, presidente della commissione parlamentare antimafia. Considerato il capo del “partito dei giudici”, viene ritenuto il profeta della conquista del potere per via togata. Sostenitore convinto di “Mani pulite”, si inalbera quando Falcone “grazia” Andreotti dopo le dichiarazioni di Pellegriti.

Ma il problema viene “risolto” dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio con l’arrivo, a capo della procura di Palermo, di Gian Carlo Caselli, amico, sodale e già collega del “Višinskij” italiano (definito tale da Cossiga). Andreotti viene subito imputato per mafia. Nella morsa stretta tra Milano e Palermo finisce la prima repubblica e si spalancano le porte del potere ai “Progressisti” guidati dagli ex comunisti italiani. Si mette di traverso Silvio Berlusconi, che “scende” nell’agone politico sulle ali di un anticomunismo d’antan, quale chiamato all’eredità del CAF (Craxi-Andreotti-Forlani).

Ma era stato ormai deciso irrevocabilmente che il capitolo della “prima repubblica” – fondata sul compromesso storico con la mafia siciliana – dovesse essere archiviato per sempre, così anche Berlusconi finisce nel mirino della magistratura, con la quale ingaggia un conflitto senza precedenti, con leggi ad personam ed ogni altro espediente per sfuggire alle attenzioni delle “toghe rosse”, che dal canto loro si spingono sino a indagare sulla sfera privata del “Caimano”. Il sigillo alla nuova era “democratica” verrà apposto con l’elezione di Napolitano, primo presidente della repubblica ex comunista.

C’era una volta l’onestà

di Salvatore Fiorentino © 2020

L’ennesima assoluzione giudiziaria (in appello) di Virginia Raggi, in vista delle prossime elezioni per Roma capitale, getta nello sconforto quanti, amici e compagni più che nemici e avversari, attendevano l’esito infausto e la conseguente fine della carriera politica della sindaca, una stella che ormai brilla da sola nel firmamento quanto mai oscuro e angusto della politica italiana. Le sue prime parole dopo il pronunciamento del dispositivo della sentenza sono pietre tombali per quello che è ormai rimasto del Movimento Cinque Stelle, il simulacro di ciò che doveva e, soprattutto, poteva essere.

C’era una volta il M5S, c’erano una volta gli ideali di “cambiamento”, di “diversità”, rispetto alla degenerazione della politica e dei personaggi che la popolavano e che la affollano tutt’oggi. Uno degli slogan principali dei grillini era: “l’onestà tornerà di moda”. Ma si vede che, come tutte le mode, era un fenomeno transeunte, destinato a dissolversi nel momento in cui ci si accostava ai “professionisti” della questione morale, della “antimafia”, a coloro che per fonte battesimale erano da tempi immemori “i migliori”, i meritevoli senza competizione, gli eletti senza consenso.

Oggi Virginia Raggi può guardare dritto negli occhi chi, in questi quattro anni di esperienza amministrativa, ha cercato in tutti i modi, ignobili a più non posso, di spodestarla dalla tolda di comando di Roma capitale, sino ad allora “Mafia capitale”, a prescindere se a guidarla fossero i Rutelli, i Veltroni o gli Alemanno. Ma ad abbassare lo sguardo saranno in primo luogo i pentastellati che si sono ritrovati a loro agio avvolti nella calda coperta del potere e della quale non possono fare più a meno, divenendo persino peggiori di chi il potere lo coltiva da sempre non nell’interesse dei cittadini.

Mentre i Di Maio, i Fico, le Taverna e compagnia bella, scoprivano quanto fosse esaltante sedere sulle poltrone vellutate, subendo persino una metamorfosi fisiognomica ed accusando una sofisticazione nei costumi, Virginia Raggi non mutava di una virgola il suo stile, né radical chic né volgarmente popolare, ma distinto da una sobria eleganza, nel modo di pensare, di parlare ed agire, che non ha mai ceduto né alle pressioni e alle minacce, né alle campagne denigratorie portate con ogni mezzo. Uno stile che ha utilizzato la comunicazione solo per riferire quanto veniva realizzato.

A chi pretendeva che i problemi di Roma si risolvessero in un giorno, Virginia Raggi ha contrapposto il suo lavoro tenace e quotidiano, asfaltando strade, riqualificando periferie, restituendo alla città aree verdi e spazi urbani, portando la pubblica illuminazione in quartieri che ne erano da sempre privi, potenziando gli asili nido e i servizi sociali. Ha messo alla porta palazzinari e speculatori, nonché i promotori delle opere pubbliche faraoniche nate per restare incompiute; ha fermato lo spadroneggiare dei mafiosi come gli Spada e i Casamonica. L’onestà della sindaca è nei fatti.

Il marketing della democrazia

di Salvatore Fiorentino © 2020

Come si può garantire la democrazia dall’assalto dei guru della comunicazione pubblicitaria? Come si può tutelare l’elettore dalla “pubblicità” ingannevole? Come si può evitare che i (video) messaggi politici siano sempre più spot pubblicitari che nulla hanno a che invidiare alle pratiche di telemarketing? Come si può arrestare la deriva verso un’offerta politica che è sempre più “packaging” e sempre meno “prodotto”? Abbiamo riso con il “Vinci Salvini”, un gioco per certi versi surreale e per altri aberrante, ma siamo saturi di manifestini virtuali diffusi via social network (“collegatevi!”).

Questo pericoloso virus che si è insinuato nella vita pubblica minacciando la formazione democratica e consapevole del consenso ha fatto il salto di specie nel 2013 con l’ondata del Movimento Cinque Stelle, dopo essersi affacciato per la prima volta sulla scena nel 1994, quando il cosiddetto “partito di plastica” di Berlusconi sovvertì un esito elettorale che per molti era scontato, con la già annunciata vittoria dei “Progressisti”, ossia i sedicenti migliori, eredi del PCI, che erano rimasti, bontà loro, intonsi dopo il tornado di “Mani pulite” che aveva spazzato l’Italia.

Il M5S ha fatto largo uso dei metodi già da tempo in voga presso la “democrazia” americana, anche grazie a sistemi informatizzati che, mediante algoritmi e analisi massive di dati, hanno consentito una profilazione “scientifica” dei vari target presenti nell’elettorato, puntando verso quella che era una domanda da decenni insoddisfatta, ossia di “giustizia sociale”, nel senso dell’agognato ripristino delle basilari regole della convivenza civile. Ecco che dopo la “chiesa” dell’antimafia si è assistito all’avvento di quella dell’ “onestà”, con tutto il corollario di profeti e celebranti.

Ma come in ogni “Truman Show” che si rispetti, in una sorta di “Grande Fratello” nazionale (Casalino non è a caso a capo della “comunicazione” pentastellata, un oscuro ufficio speciale che detta ordini a deputati e senatori che devono stare al gioco pena l’uscita di scena), gli orizzonti mirabolanti, i paesaggi fantastici della terra promessa del “cambiamento”, si rivelano presto quinte di cartapesta, scenografie che perdono pezzi, muri posticci che servono a celare l’inganno della massa, quella massa che era ormai sfuggita dalle urne costituendo il primo partito d’Italia: gli astenuti.

Una bomba sociale ad orologeria, che senza averne consapevolezza, costituiva una formidabile minaccia per il “potere”, una moltitudine di popolo ormai insensibile alle “narrazioni” tradizionali della politica, disilluso dalle promesse degli “onorevoli” delle segreterie di vecchio stampo, in esaurimento come le piccole mercerie di quartiere soppiantate dei grandi centri commerciali extraurbani. Perché la metamorfosi che si è realizzata è proprio questa: il concentramento degli elettori sperduti ora attirati e soggiogati in questo virtuale “centro commerciale” della democrazia.

Caos rifiuti in Sicilia, tra mafia e antimafia

di Salvatore Fiorentino © 2020

Perché la regione siciliana non ha mai avuto un piano dei rifiuti? Perché sono almeno vent’anni che si trascina un’emergenza che è diventata la “norma”? Perché non sono state mai svolte indagini sul “sistema dei rifiuti” da nessuna procura della repubblica siciliana? Perché non si è indagato quando l’ex assessore regionale ai rifiuti, Nicolò Marino, in rotta di collisione con i ras delle grandi discariche, venne defenestrato dalla politica e dalla (si può dire oggi) “falsa antimafia”? Perché i governi nazionali hanno tollerato questa situazione per decenni, senza adottare i necessari provvedimenti risolutivi una volta constatata l’inerzia degli organi regionali? Perché non è stata valorizzata la ampia e documentata indagine svolta dalla commissione parlamentare nazionale sui rifiuti, la cui relazione è stata depositata il 19 luglio 2016? Perché alla fine del 2019 è stata boicottata dal M5S la nuova legge regionale sui rifiuti? E perché, adesso che è stato approvato in commissione ambiente all’ARS il piano regionale dei rifiuti, il M5S siciliano, per voce di un ambientalista dichiarato come il deputato Giampiero Trizzino, si ostina ad avversarlo, visto che si rompe una impasse durata ben 23 anni? Sono questi i frutti dell’alleanza col PD (e in Sicilia con l’area dell’ex senatore Lumia)? Ecco alcuni tra gli interrogativi a cui non si è data e non si dà risposta da parte di chi non aveva e non ha alcun interesse al raggiungimento di una soluzione della crisi, dato che si tratta di un affare di proporzioni gigantesche, di miliardi di euro.

Le origini dell’emergenza: da Capodicasa a Cuffaro
Il 2 dicembre 1998, l’allora presidente della regione siciliana Angelo Capodicasa, a fronte della crisi delle discariche, chiedeva aiuto al governo nazionale, che il 22 gennaio 1999 dichiarava lo stato di emergenza, a partire dal 30 giugno e sino a tutto il 1999, con l’obiettivo di intervenire sullo stato di inadeguatezza delle discariche delegando come commissario straordinario lo stesso Capodicasa. L’emergenza veniva prorogata sino al 2006, al tempo della presidenza di Totò Cuffaro, senza che a quella data ne fossero state rimosse le cause. Nel 2000 veniva approvato il P.I.E.R. (documento delle priorità degli interventi per l’emergenza rifiuti in Sicilia), che individuava la rete impiantistica per la frazione umida (compostaggio) e quella secca (selezione e valorizzazione), mai attuato. Ma i successori di Capodicasa cambiano radicalmente impostazione: Vincenzo Leanza revoca gli atti del P.I.E.R. mentre con Cuffaro, primo governatore eletto direttamente dai cittadini, si passa alla termovalorizzazione, con una gara di 5 miliardi di euro indetta nel 2002 e aggiudicata nel 2003, per quattro impianti (Casteltermini, Bellolampo, Augusta e Paternò) di potenzialità complessiva pari a oltre 2,5 milioni di tonnellate annue, ossia l’intera produzione dell’Isola. Ma la gara viene annullata nel 2007 e nel 2008 la procura di Palermo apre un’indagine. A Cuffaro si deve anche la costituzione, nel 2002, di ventisette ATO, con assunzioni clientelari di personale ed una gestione presto fuori controllo, con oltre 2 miliardi di euro di debiti.

L’esplosione delle grandi discariche: il governo Lombardo-Lumia
Dopo le dimissioni di Cuffaro, poi condannato per favoreggiamento aggravato alla mafia, nel 2008, il successore Raffaele Lombardo prosegue sulla strada dei quattro grandi termovalorizzatori, bandendo una nuova gara che però resta deserta. L’emergenza, formalmente cessata nel 2006 con la trasformazione della struttura commissariale nell’Agenzia Regionale per i Rifiuti e le Acque (ARRA), di fatto prosegue sino al 2009 quando l’ARRA viene sciolta. Ma l’emergenza continua a seguito di un’ordinanza di protezione civile emanata dal premier Berlusconi nel luglio 2010, con la quale si nomina Lombardo quale commissario straordinario, con poteri di deroga. Nello stesso anno viene accantonato il progetto dei termovalorizzatori e varata la legge regionale n. 9, la quale riprende la strategia della differenziazione introdotta nel P.I.E.R. del 1999 e che, con successive modifiche, regola il settore, sebbene sia rimasta di fatto disattesa ancora dopo dieci anni, dato che il passaggio dagli ATO alle SRR non si è ancora realizzato. Tuttavia, tra il 2010 e il 2012, a seguito del sodalizio politico Lombardo-Lumia, vengono autorizzati ulteriori 11 milioni di metri cubi di discariche, essenzialmente a quattro soggetti privati: 3 milioni alla Oikos, 3 milioni alla Sicula Trasporti, 2 milioni alla Tirrenoambiente e 3 milioni alla Catanzaro Costruzioni. Ecco che i 5 miliardi di euro previsti per i quattro termovalorizzatori, di fatto, finiscono nelle tasche dei gestori di queste grandi discariche, grazie alle “generose” autorizzazioni.

Arriva l’antimafia: il governo Crocetta-Lumia
L’anomalia consisteva nel fatto che nel frattanto nulla si muoveva per l’attuazione della legge regionale n. 9, sia in ordine alla costituzione delle SRR che in ordine alla realizzazione di nuovi impianti per il compostaggio della frazione umida e per la selezione e valorizzazione della frazione secca, e quindi per l’incremento significativo delle percentuali di raccolta differenziata nell’Isola con il conseguente abbattimento delle quantità da conferire presso le suddette discariche, insorgendo peraltro perplessità sulla legittimità delle autorizzazioni, in quanto derogatorie dalle norme ambientali, dei cospicui ampliamenti intervenuti. E venivano omessi persino gli interventi urgenti ed indifferibili, come la messa in sicurezza della discarica di Bellolampo, difatti poi sottoposta a sequestro giudiziario, con conseguenze pregiudizievoli per l’ambiente e la salute dei cittadini, che si possono ragionevolmente ritenere perlomeno gravi. Sicché l’emergenza continua: nel dicembre 2014 il nuovo governatore Rosario Crocetta, subentrato a Lombardo nel frattanto costretto alle dimissioni perché travolto dalle vicende giudiziarie per mafia, scaduta l’ennesima proroga, chiede ancora al governo nazionale i poteri speciali, che stavolta vengono negati per il motivo che la prolungata gestione emergenziale si è dimostrata fallimentare, come certificato dalla Corte dei conti, con sprechi pari a 40 milioni di euro per il mantenimento della struttura commissariale.

Dalla vera mafia alla falsa antimafia: il “sistema Montante”
Con la gestione Crocetta, tuttavia, nel settore dei rifiuti è emerso quanto di più grave si potesse immaginare. Dopo due governatori costretti alle dimissioni perché implicati in fatti di mafia, stavolta l’addebito era ascrivibile a quella che si è, alla prova dei fatti, rivelata come “falsa antimafia”. Accadeva infatti che l’assessore ai rifiuti Nicolò Marino, ex pm poi rientrato in magistratura come gip, venisse estromesso dalla giunta regionale dopo uno scontro con quello che è stato definito, anche presso la Commissione antimafia nazionale, come “l’azionista di riferimento” della allora compagine governativa, ossia Confindustria Sicilia, al tempo rappresentata da Antonello Montante, e per di più col supporto dell’ex senatore “antimafioso” Beppe Lumia, definito nelle cronache non solo come “governatore della porta accanto”, ma soprattutto come “padrino politico” dello stesso Montante, e pertanto coinvolto in un filone dell’indagine che portava alla condanna del “figlioccio” a quattordici anni di reclusione. Secondo quanto dichiarato da Marino, presso la Commissione regionale antimafia presieduta da Claudio Fava, Lumia sarebbe stato l’effettivo dominus siciliano del sistema dei rifiuti, e ciò sin dai tempi del governatore Lombardo, ruolo poi accentuatosi nel successivo governo presieduto da Rosario Crocetta. A tal riguardo, ritornano alla memoria le parole dell’allora presidente della Commissione regionale antimafia Nello Musumeci che ebbe a tacciare la “mafia dell’antimafia”.

Yomo Sapiens

di Salvatore Fiorentino © 2020

Ecce Yoghurt. Ogni cosa ha un inizio e una data di scadenza. E quella dell’avventura politica di Beppe Grillo sembra già essere stata superata (consumare preferibilmente prima del 4 marzo 2018). L’idea di riportare i cittadini dentro le stanze del potere, quella di riprendere una questione morale sempre proclamata e mai attuata, l’obiettivo di spazzare caste, rendite di posizione parassitarie e corrotti, l’ideale di garantire la giustizia sociale, erano e sono senza dubbio istanze socialiste (ma che non “rubano”). Condivisibili, perché capisaldi di una società disegnata per essere sana e serena, dove il cittadino è libero di vivere la sfera personale senza l’oppressione né di uno stato padrone né del capitale privato che sfrutti il bisogno di lavoro.

Per oltre 10 anni il fondatore e garante del M5S ha guidato il popolo del cambiamento, alimentando le speranze e le aspettative di tutta quella parte della popolazione che non ha mai tollerato, e non tollererà mai, la politica intesa come esercizio del potere fine a sé stesso o, peggio, quale strumento di coltivazione di interessi particolari di lobby, centri di potere e singoli uomini (si fa per dire) politici, dove l’interesse pubblico, generale, viene calpestato se non irriso spudoratamente, con il solito refrain che si ripete ormai da decenni. Così finendo che la politica invece di realizzare il consesso dei migliori si sia degradata ad un grottesco circo mediatico, dove alla fine occorre sempre ricorrere al tecnocrate di turno per governare.

Inutile illudersi che la crisi di governabilità che si trascina da decenni, conclamandosi dopo la famigerata (ma talvolta rimpianta) “prima repubblica”, sia un problema tecnico, di sistemi elettorali, architetture istituzionali e pseudo riforme costituzionali. Si tratta invece di un problema eminentemente politico, culturale, perché l’Italia è rimasta un grande paese (nel senso di realtà provinciale ancorché di grandi dimensioni) nella mentalità, nei modi di concepire la gestione della cosa pubblica (dove impera ancora oggi, nel 2020, il familismo amorale), sicché tutto si arena in un perenne ed estenuante mercanteggiare, spesso condotto sottobanco con mezzi opachi se non illeciti, il che diventa terreno di coltura dei peggiori.

E’ ovvio che in questo contesto di arretratezza non possano funzionare – né si vuole che funzionino, pena l’emancipazione della collettività e la perdita di potere dei ras politici di infima risma che dal sottosviluppo traggono aggio – i servizi essenziali della giustizia e della sanità, ossia ciò che più serve al cittadino per curare la sua salute psicofisica e tutelare i propri diritti ed interessi legittimi. Né si vuole che funzioni il normale accesso al mondo del lavoro, regolarmente ed equamente retribuito, dove siano garantite le tutele della sicurezza e la dignità dei lavoratori, mentre si consentono pratiche speculative e depauperanti del tessuto produttivo nazionale, si consente la devastazione ambientale in nome del profitto.

Il cammino di Beppe Grillo tuttavia non ha condotto alla terra promessa, ma al tradimento delle origini, degli ideali e delle istanze che sono state la ragion d’essere di un movimento a forte componente popolare, strutturalmente distante dalle élite e dai centri di potere. E ciò è avvenuto in soli due anni di governo, con una metamorfosi che non poteva immaginarsi ma della quale vi sono stati già da tempo i segni premonitori. Da una alleanza tecnica con il partito sino a poco prima da sempre ferocemente avversato, il PD, si è presto passati ad una prospettiva di coalizione stabile, se non ad una fusione di fatto, che è effettivamente la “morte nera” di tutte quelle aspettative, ideali, istanze, che ora dovranno trovarsi e coltivarsi altrove.

(11 ottobre 2020)

Il “caso Palermo”

di Salvatore Fiorentino © 2020

Il distretto giudiziario di Palermo è il più importante della Sicilia e tra i più importanti d’Italia. Negli anni ’90 da Palermo e da Milano è passata la storia recente del Paese, quella che ha determinato le vicende degli ultimi trent’anni perlomeno. In questo contesto hanno assunto primario rilievo gli uffici requirenti (procura della repubblica e procura generale), che hanno competenza su tre province: Palermo, Trapani e Agrigento, territori dove, sotto l’occhio vigile della falsa antimafia, si sono intrecciate mafia, politica e massoneria.

In questi trenta anni il palazzo di giustizia di Palermo è stato al centro di innumerevoli “casi”: dalle lettere del “Corvo” alla mancata perquisizione del “covo” di Totò Riina, sino ai più recenti casi “Saguto” (condannata in primo grado ed espulsa dall’ordine giudiziario) e “Scarpinato” (condotta disdicevole ma non penalmente rilevante secondo la procura di Catania, né disciplinarmente rilevante secondo il CSM), il primo assurto alla ribalta mediatica, il secondo passato in sordina come l’altro “caso” della scomparsa di supporti informatici contenenti indagini su Messina Denaro.

Un capitolo a parte meritano poi gli innumerevoli scontri consumatisi all’interno della stessa procura della repubblica, quelli occorsi tra i pm palermitani e i carabinieri del ROS ma anche quelli avuti con i colleghi della procura di Caltanissetta, quest’ultima vista con malcelato fastidio, non foss’altro perché competente ad indagare sui magistrati del distretto di Palermo. Eppure, ancorché solo recentemente, da Caltanissetta sono provenuti gli unici sprazzi di verità su vicende clamorose, come il depistaggio “Scarantino” o il “caso Montante”, che hanno gettato ombre inquietanti.

E con il “sistema Montante” entrano in gioco prefetti, magistrati, esponenti delle forze dell’ordine, colletti bianchi dell’amministrazione regionale, che con una certa sedicente politica “antimafia” hanno costruito una macchina quasi perfetta per perseguire l’illecito al riparo dell’apparente liceità di condotte invero spregiudicate oltre ogni immaginazione, con l’ostentazione della certezza dell’impunità, con l’abuso della legge come arma impropria per eliminare chiunque si fosse opposto, riuscendo persino nel sovvertimento democratico con lo scioglimento per mafia ma senza mafia.

E si dovrebbe tornare, col senno del poi, sulla strana archiviazione del caso “mafia e appalti”, così come andrebbe rivista da cima a fondo la retorica della “trattativa Stato-mafia”, facce della stessa medaglia, quella che probabilmente cela la chiave di lettura dei misteri d’Italia dal dopo stragi dei ’90 ad oggi, in quello che inizia ad apparire come un depistaggio della verità storica ancora più che di quella processuale. E se vi fosse un ministro della giustizia non uso a copiare i documenti dell’ANM si potrebbe persino ipotizzare una ispezione sugli ultimi trent’anni di attività. Per la verità.

Il Quarto Reich

di Salvatore Fiorentino © 2020

Che il presidente della repubblica abbia minacciato di sciogliere le camere in un momento così critico come quello dell’attuale pandemia da “coronavirus” – se le forze politiche non adotteranno scelte “europeiste” – è un sintomo eloquente della fragilità della democrazia in Europa e quindi in Italia. Fragilità che è connaturata nella rigidità del sistema che è stato strutturato come una poderosa macchina burocratica priva di una effettiva guida politica, dove invece alla politica viene affidata una funzione poco più che notarile, rispetto a decisioni e scelte adottate in altri e segreti luoghi.

In questo quadro è ormai evidente che – sin dal “golpe” giudiziario-stragista che si realizzò nel 1992 con l’eliminazione della cosiddetta “prima repubblica” e dei suoi uomini di maggior peso politico (Andreotti e Craxi), non a caso strenui difensori dell’interesse nazionale rispetto alle derive pseudo-europeiste – la forza politica eletta (ma non dai cittadini) per condurre l’Italia verso il “buroeuropeismo”, per certi versi una sorta di “Quarto Reich”, fosse ciò che era derivato dal PCI secondo una trasformazione di comodo che aveva contrabbandato un partito comunista come democratico.

Spoglie democratiche così mentite che si dava il caso che il centrosinistra si sia trovato pressoché sempre al governo, sebbene sia stato sempre minoritario nel Paese, da cui la necessità di inventare assembramenti destinati a fallire al primo stormir di fronde (vedasi l’Ulivo I e II), di partorire alchimie di dubbia efficacia (come i famigerati patti della “crostata” e del “Nazareno”), nonché di concepire l’inconcepibile alleanza con i nemici giurati di ieri, gli “incompetenti” del Movimento Cinque Stelle, grazie ai quali il PD si trova ancora una volta nelle stanze del potere.

E siccome non si possono prendere in giro tutti per sempre, persino Beppe Grillo è stato costretto a gettare la maschera, tornando a farsi sentire dopo aver benedetto il varo del governo giallo-rosso “Conte II”, con un’apparente bacchettata ai “governisti” che invece non è altro che l’ennesimo doppio gioco mirato a ricondurre le troppe pecore smarrite all’ovile pentastellato, ossia quel disegno neppure troppo raffinato e persino talvolta dichiarato ad avere come scopo il convogliamento del voto di protesta per poi riciclarlo e rimetterlo nel circuito dell’establishment.

Per il resto le resistenze – semmai vi fossero – del centrodestra vengono subito neutralizzate secondo uno schema ormai rodato: da un lato l’intimidazione giudiziaria nei confronti della Lega, dall’altro l’ennesimo trattamento di favore a Mediaset, con buona pace del “conflitto di interessi” che, come il paradiso, può ancora una volta attendere. Todo modo para buscar la voluntad piddina. Il gioco delle parti è così scoperto che in Europa nessuno si cura più delle scaramucce del pollaio politico italiano, evidentemente un avanspettacolo di distrazione di massa.

I servizi dell’antimafia

di Salvatore Fiorentino © 2020

Dall’ultima relazione (lo scioglimento “anomalo” del comune di Scicli) della Commissione regionale antimafia presieduta da Claudio Fava, forse la più scomoda mai esistita in Italia, inizia ad intravedersi la luce all’uscita del tunnel. Quello dei misteri, delle stragi, dei depistaggi, degli inquinamenti, delle deviazioni: che non hanno coinvolto le “istituzioni” ma che, più verosimilmente, sono state concepite e attuate dall’interno delle medesime. Per finalità non confessabili e da coprire dietro causali apparenti di tutela della legalità, ma in verità miranti al suo sovvertimento a vantaggio di centri di potere e di interessi occulti. Con un’antimafia ridotta al rango di “intelligence” strutturata per “rimuovere” gli “ostacoli”.

Ecco che la “fioritura” dei paladini dell’antimafia, sia nella politica che nell’imprenditoria e nella società civile, è stata strumentale e funzionale ad una epoca che doveva eleggere la finzione a verità, alimentando il teatro della doppiezza, con protagonisti e comprimari consapevoli e non, senza scrupoli o solo opportunisti, ma anche ingenui e utili idioti, taluni indotti dalla sete di carriera, talaltri fulminati dall’amore per il quieto vivere. Così fan tutti. Questa giostra dell’ipocrisia ha girato vorticosamente fin quando qualcuno ha iniziato a cadere dal piedistallo, invero malfermo, passando dagli onori concessi forse con troppa superficialità dai sommi vertici istituzionali dello Stato alle ristrettezze delle patrie galere.

Parafrasando Giuseppe Fava, potremmo dire che gli “antimafiosi” stanno ai vertici della nazione, sono senatori, sono ministri, talvolta presidenti della repubblica, sono procuratori generali, presidenti di cassazione; e sono anche grandi imprenditori, specialmente nei settori sensibili, quali quelli delle energie rinnovabili e dei rifiuti. E gli “antimafiosi” sono i capi di associazioni che hanno finito per assomigliare a delle sette, dietro le quali non di rado trovano riparo e alimento coloro che affermano di combattere: i mafiosi. Questi ultimi, in verità, una specie ormai protetta, in via d’estinzione, messa in crisi dalla concorrenza sleale che da quasi trent’anni devono subire, loro malgrado, dagli “antimafiosi” di lungo corso.

L’antimafia così intesa appare dunque l’ultimo ritrovato del “Deep State”, che nell’Italia repubblicana si è realizzato essenzialmente con due facce: la prima, quella democratica, legale, visibile, rappresentata dalle figure apparenti del potere; la seconda, quella eversiva, illegale, occulta, composta da detentori del potere reale nei settori strategici a cui tutto il resto poteva essere piegato ed asservito. Due mondi paralleli e comunicanti in cui i “servizi segreti”, per definizione operanti al confine tra lecito ed illecito, hanno costituito il necessario raccordo, in un primo momento tra Stato e eversione politica nonché tra Stato e mafia, ed in un secondo momento, dopo il tornante delle stragi degli anni ‘90, con la nuova “antimafia”.

Non sorprende, pertanto, che nel “caso Montante” emerga la presenza dei “servizi” sino ai più alti livelli, con commistioni tra banche, imprenditori, ministri, alti magistrati, esponenti delle forze dell’ordine, alcuni decaduti mentre altri ad oggi saldamente ai loro posti, altri ancora improvvisamente inabissatisi in ruoli di potere defilati ed al riparo degli sguardi indiscreti di osservatori ed opinione pubblica. Così come non sorprende che per lo scioglimento di un piccolo comune dell’entroterra ragusano gli stessi “servizi” si attivino per attingere informazioni su persone scomode che saranno poco dopo costrette ad abbandonare i loro ruoli pubblici. Con sullo sfondo i “signori” del petrolio e delle grandi discariche dei rifiuti.

(20 settembre 2020)

Pandemocrazia

di Salvatore Fiorentino © 2020


Conta più la salute o l’economia? E c’è economia senza salute e salute senza economia? Di fronte a questo dilemma il governo in carica (il vanaglorioso Conte II) appare come lo scolaretto intimorito perché consapevole di essere colpevolmente impreparato di fronte a quello che sarebbe dovuto essere il suo dovere: studiare e rispondere compiutamente alla domanda. Invece si fanno spallucce e si delegano le responsabilità ai governatori e ai sindaci. I quali si fanno in quattro per combattere un nemico invisibile, ma non possono certo sopperire ai compiti che sono e devono essere propri del governo centrale. Che invece sembra più impegnato a coltivare la ricerca del consenso che a risolvere i problemi gravi sul campo.

Un governo che adesso rilascia un vasto campionario di sentori di muffe nell’aere italico. Stantio, immobile, indeciso, ha scelto di scaricare le proprie responsabilità alle regioni e ai comuni. Troppo facile, troppo comodo, troppo furbo. E il buon Mattarella ci deve mettere la solita provvidenziale pezza (ma stavolta non bastano i pannicelli caldi) per ricordare a nuora (perché suocera intenda) che tra i diversi livelli istituzionali occorre prestare collaborazione. Sembrerebbe scontato, ma evidentemente così non è. Intanto si apprende che le uniche certezze sui progetti da proporre per attingere al Recovery Fund sono ad oggi le spese militari. Mentre il sistema sanitario rischia di precipitare nel baratro della “seconda ondata”.

Come al solito, la parola di buon senso proviene dal basso, dal profondo sud, da un governatore che in passato è stato dipinto come una caricatura di sé stesso, ma che oggi appare indossare i panni da statista, comunque da buon padre di famiglia, ammonendo il premier Conte, che viaggia magari alla velocità del 5g della virtualità del suo mondo scollato dalla realtà, che non c’è più un attimo da perdere in chiacchere e messaggi social, se si vuole evitare la tragedia incombente. I numeri parlano chiaro e sono dalla parte di ciò che il governatore della Campania, il discutibile Vincenzo De Luca, argomenta con parole che sono pietre tombali. Per il governo nazionale e per tutte le inutili sovrastrutture che lo supportano.

Di fronte all’evidenza non c’è altro rimedio che la chiusura totale. “Lockdown” si dice, ma non si vuole dire da parte di un governo nazionale che evidentemente adesso ha paura di decidere, perché scottato dalle critiche, in gran parte ingiuste e ingiustificate, rivoltegli in occasione della prima ondata del “Coronavirus”. Ma è fatto incontestabile che la Cina abbia contenuto, sino ad annulllare gli effetti della pandemia, questo nemico subdolo e talvolta negato, solo adottando misure tempestive e drastiche, in ciò facilitata dal basso grado di democrazia che le sue istituzioni assicurano nel proprio territorio. E qui sorge l’ultimo dilemma: si può garantire la salute in democrazia? e ci può essere democrazia senza salute?

In attesa che il muffito premier, che neppure la naftalina del sostegno dell’establishment nazionale ed internazionale (adesso ci si mette pure Standard & Poor’s) può nascondere, pensi alla risposta, si può sin d’ora rilevare che siamo precipitati in quella che potremmo definire come “pandemocrazia”, qualcosa che ci rende schiavi di una eterna emergenza, senza che si abbia la forza e il coraggio di adottare le misure che servono, mentre si ciancia di “stati generali”, di progetti “green” (il colore con cui veste chi di sua beltà si fida), di innovazione digitale, e di tanti altri protocolli d’intenti che non riescono ad oggi a maturare non solo e non tanto in misure operative, ma neppure e soprattutto in linee strategiche. De Luca docet.

(24 ottobre 2020)