La maledizione del potere

di Salvatore Fiorentino © 2022

La più celebre frase sul potere (“logora chi non ce l’ha”) la pronunciò Giulio Andreotti, al secolo Belzebù o il Divo, a secondo dei punti di vista. Nel momento in cui la lotta alla mafia diventa lotta politica, Andreotti diviene il primo nemico della mafia, perché comprende che i “corleonesi” lo hanno tradito e vogliono “comandare”. Come dire, il cane che non riconosce più il padrone. E questo cane va quindi immediatamente scacciato, bastonato. L’asse atlantico si sposta dalla Democrazia Cristiana ed i partiti alleati (PSI, PRI, PLI, PSDI) al versante, sino al 1989 escluso da ogni ipotesi di governo, degli ex comunisti, adesso sedicenti “democratici”, ritenuti più affidabili perché più facilmente manipolabili, in quanto disposti ad ogni compromesso pur di sedere nelle stanze del potere, compreso il tradimento dei loro ideali che furono, la difesa dei lavoratori e delle fasce deboli della popolazione, la legalità effettiva e non solo formale, la lotta alla mafia, quella vera.

Solo in questa chiave si spiega l’apparente paradosso della chiamata di Falcone a collaborare col governo Andreotti, quanto mai criticata da quegli stessi sinedri togati che ne impedivano l’attività ad ogni livello, perché si stava raggiungendo la verità, e questa verità non poteva essere svelata, perché tirava dentro il rapporto tra mafia e politica, dentro “mafia ed appalti”, la sinistra sedicente legalitaria e antimafiosa, quella già designata per governare per conto USA la colonia Italia. Ecco perché dopo Borsellino abbiamo avuto presunti amici ed eredi che se non furono all’altezza di proseguirne le gesta si dimostrarono però lesti a raccoglierne i benefici come professionisti, a pieno titolo, di quell’antimafia che, come il potere, “logora chi non ce l’ha”. Sono gli stessi che nel momento che pronunciano discorsi solenni sul palco del 19 luglio (“Caro Paolo …”) non disdegnano di chiedere la raccomandazione ad un falso paladino dell’antimafia.

Post comunisti, dio ce ne scanzi. Così come dai post fascisti. Ora si preparano a governare. Dopo il disastro dei Cinque Stelle, che hanno illuso il popolo arso dalla sete di un quanto mai agognato cambiamento, lo scenario politico si presenta come quello che segue il fall-out di una deflagrazione atomica, ossia una desertificazione mortifera e mortale. Ma i post fascisti, che avevano interrotto il loro digiuno di potere coi fasti di Alleanza Nazionale, sono da tempo lontani dalle stanze dei bottoni e comunque ancora oggi visti con diffidenza a causa della pregiudiziale “antifascista”, agitata ad ogni piè sospinto da quelli che si iscrivono alla parte “giusta” della storia, salvo poi brigare contro gli interessi nazionali propugnando un “draghismo” senza Draghi, volto a depauperare il popolo e consegnare alle multinazionali ciò che resta del Belpaese, distruggendo una volta per tutte il tessuto economico tipico italiano, quello delle piccole e medie imprese e degli autonomi.

E se il Partito Democratico, sedicente ma non certo progressista e tutore della giustizia sociale, sposa “l’Agenda Draghi” assumendola a “linea del Piave” del fronte “antifascista”, la conseguenza è consegnare il potere alle destre (e non è detto che sia un male, quanto meno minore rispetto al governo dei “democratici”) mettendo all’angolo il leader di quel che rimane del M5S, Giuseppi Conte. Il quale ultimo ha giustamente lanciato un messaggio chiaro e tondo in Sicilia, dove la candidata del PD Chinnici, vincitrice delle primarie con Fava (Cento passi) e Floridia (M5S), si attenderebbe l’appoggio della coalizione che sembrava ormai definita tra M5S e PD. E suscita quanto meno pena vedere la figlia di uno dei più valorosi magistrati siciliani – caduto per aver puntato dritto al rapporto tra mafia e politica rinvenibile in primis negli ad oggi irrisolti omicidi eccellenti di Pio La Torre e Piersanti Mattarella – invocare il sostegno di un personaggio come Raffaele Lombardo.

E’ la maledizione del potere, che colpisce inesorabilmente chi lo persegue, anche se inizialmente mosso da nobili ideali e commendevoli fini, stravolgendo, divorando chi scenda a patti nell’illusione di governarlo. Si è visto in modo lampante nella repentina metamorfosi manifestata da personaggi altamente improbabili – vedasi per tutti Giggino Di Maio – che da simpatizzanti dei “gilet gialli” francesi si sono ritrovati intruppati con i Brunetta, le Gelmini e le Carfagna, in una sorta di Arca di salvataggio delle poltrone tanto immeritatamente acquisite quanto a lungo scaldate. Ecco che l’unica notizia positiva in questo scenario da Guernica della politica italiana è la intransigente conferma del limite ai due mandati elettivi stabilita da quello che rimane del M5S, misura sanitaria indispensabile per le poltroniti acute con prognosi irreversibile ed infausta (per il popolo). E se la virata sul “sociale” dei M5S è apprezzabile, essa si rivela dolosamente tardiva.

Dragarella & Co.

di Salvatore Fiorentino © 2022

Half man half beast, avrebbe detto il poeta del romanticismo inglese, se avesse dovuto descrivere l’ex presidente della BCE, attuale premier italiano, candidato (trombato) al Quirinale, quello che un certo Francesco Cossiga (che in materia di fisiognomica non ebbe rivali, basti pensare alla preconizzante invettiva contro tale “tonno” Palamara, solo recentemente caduto nelle reti della giustizia) non esitò ad appellare come “vile affarista”. Eppure, secondo il bis-presidente Mattarella, Draghi era ed è il salvatore della patria Italia. Tanto è vero che, a seguito delle stizzite dimissioni del “migliore”, lo ha rispedito al parlamento perché chieda ed ottenga un nuovo voto di fiducia per continuare nella sua opera devastatrice che però è chiesta tanto dalle élite finanziarie quanto dalla UE; e se poi il popolo non sia affatto d’accordo perché è stanco di pagare al suon di lacrime e sangue per le colpe ed il dolo di un establishment parassitario ed incapace, nulla importa.

“Governo Dragarella” è un originale conio del comunque, piaccia o no, sempre indomito direttore de “Il Fatto Quotidiano”, Marco Travaglio, che ha scalzato persino Eugenio Scalfari (pace alla pagina sua) nel ruolo di kingmaker della politica italiana, coccolando il suo pupillo Giuseppi, oggi leader delle spoglie del M5S, con un afflato lirico che spazia dalle ambientazioni ottocentesche del Conte di Montecristo sino all’epica classica del cavallo di Troika. Per tacere, dato il dovuto rispetto alla somma istituzione della Repubblica (ah), delle singolari assonanze che questo nomignolo suscita nelle menti dei più smaliziati commentatori, siculi in particolare. Meno agevole è, invece, descrivere la Company che sta dietro l’ormai osannato duo Dragarella bis, anche se è chiaro che prevalgono le influenze “occidentali” rispetto a tutte le altre, con buona pace di chi ancora si attarda a sostenere che l’Italia sia un covo di filo-putiniani ovvero una repubblica democratica.

Se per un verso Draghi ha svolto la sua missione, coerentemente al suo curriculum di spietato banchiere affamatore (ossia quanto di più distante vi possa essere dal popolo sovrano), per altro verso Mattarella incarna il profilo del presidente della repubblica notarile ben conservato nella naftalina istituzionale per essere tirato fuori nelle occasioni cerimoniali ovvero per la formalizzazione dei passaggi politici che vengono decisi nelle segrete stanze dei poteri che contano, quelli sovranazionali e finanziari. Entrambi sono coerenti con la loro natura, che la fisiognomica e il linguaggio rendono evidenti ad un osservatore minimamente attento, ma anche con il loro vissuto, costruito pazientemente e meticolosamente gradino dopo gradino, per lo più restando sempre in una posizione di basso profilo, se non agendo nell’ombra. Nel momento in cui, rivestendo delle cariche di vertice istituzionale, sono stati costretti a rendersi “popolari”, tradiscono i loro limiti.

Limiti di cui il principale è quello – che dovrebbe essere ritenuto paradossale ed inaccettabile, mentre viene esaltato come motivo di virtù – di evidenziare una sostanziale indifferenza verso le esigenze effettive della popolazione italiana, quest’ultima posta sempre sull’altare sacrificale in nome di una “ragion di stato” dettata dalle entità extranazionali, come gli USA, la UE, la NATO, per non parlare dei famigerati “mercati”. Come se il popolo italiano debba essere destinato – come quello greco ieri, o quello ucraino oggi – al sacrificio del proprio presente e del proprio futuro, senza poter neppure esercitare i propri diritti costituzionali fondamentali, venendo ormai espropriato persino della possibiltà di essere governato da chi lo rappresenti, in una sorta di commissariamento ad libitum della democrazia in ragione di sempre nuove e presunte “emergenze” che giustificherebbero il passaggio dallo stato di diritto a quello d’eccezione.

E’ ovvio che in questa sclerosi della democrazia si facciano avanti i post fascisti, che nonostante la riverniciatura a nuovo puzzano ancora di stantio, agitatori della bandiera del nazionalismo con una mano, ma con l’altra mano pronti a firmare cambiali in bianco al governo dei “peggiori” nel momento che scatta il riflesso pavloviano della chiamata alle armi contro il nemico russo ovvero quello dell’abolizione del reddito di cittadinanza, unico merito di un M5S ormai deflagrato. Ma non è certo il centrodestra berlusconian-leghista a trazione post fascista e addentellati centristi la soluzione per la crisi politico-istituzionale che è denunciata oggi più che mai dall’avere il paese presidenti della repubblica rieletti e presidenti del consiglio “tecnici” che, con la complicità delle “sinistre” e dei sindacati, attuano programmi radicalmente in contrasto con quelli legittimati dal mandato elettorale espresso dal quel popolo che, invece di essere sovrano, è divenuto succube in patria.

L’Europa di coccio

di Salvatore Fiorentino © 2022

Come è stato osservato – ma pressoché sconosciuto perché la libertà di stampa, sugli argomenti tabù, nella sostanza non esiste tanto nel declamato Occidente quanto nella ormai bandita Russia – dalla pretestuosa guerra in Ucraina usciranno due grandi vincitori: gli USA e la Russia. Perché i primi otterranno l’obiettivo che si prefiggono da tempo, ossia quello di portare sul lastrico l’Europa, la cui crescita si porrebbe in contrasto con la visione bi-polare del mondo a cui gli americani non sanno e non possono rinunciare, vedendo il multipolarismo come una minaccia (e probabilmente lo è) alla loro egemonia globale. Una guerra di conquista (o di riconquista rispetto ai tempi dell’URSS) alla Russia non può che far aggio, tenuto conto che, come è evidente e come è stato da ultimo ammesso, ancora si è fatto solo riscaldamento, ma la partita vera non è iniziata. E l’obiettivo finale potrebbe essere ristabilire il controllo totale, diretto nell’est ed indiretto nell’ovest, sull’Ucraina.

Non è un caso che il Regno Unito si sia tirato fuori da questa Europa con tempismo quasi sospetto, così come è sospetto che brighi per l’ingresso in Europa dell’Ucraina: a che titolo? Eppure la deflagrazione che sta colpendo i paesi UE ha sfiorato anche Downing Street 10, seppur i principali leader (ma è possibile ancora definirli tali?) come Macron, Scholz e Draghi vacillino pericolosamente perché i cittadini iniziano a nutrire forti diffidenze, portando la politica europea ad assomigliare pericolosamente a quel ciclo di barzellette dove a farla da protagonisti erano un francese, un tedesco e un italiano (il quale alla fine se la cavava sempre). Certo, Draghi se la caverà, sono già pronte per lui altre prestigiose poltrone (quella NATO, in primis) e certamente più comode di quella di premier senza ormai maggioranza, dato che persino il leader dell’amputato M5S è riuscito a darsi quel coraggio che non ha, con un ultimatum al governo che potrebbe portare alla crisi.

Il piano USA (una sorta di piano Marshall al contrario) è stato studiato nei minimi dettagli, sembrando persino tacitamente condiviso con la Russia: 1) si fornisce il pretesto a Putin per iniziare a scaldare la macchina bellica, ostentando provocatoriamente l’ennesimo allargamento della NATO verso est, e per questo scegliendo l’incolpevole Ucraina come agnello sacrificale, già allevato con cura per l’ascesa al potere di un premier fantoccio (dalla fiction alla realtà) tramite una banale ma efficace operazione mediatica “hollywoodiana”; 2) si avverte l’Europa che la Russia sta ammassando truppe al confine dell’Ucraina, suonando l’allarme più volte, anche se l’invasore non mostra alcuna fretta nell’agire e temporeggia; 3) una volta aperte le danze, si forniscono armi all’Ucraina (in verità di scarsa efficacia, allo scopo di far durare il conflitto il più possibile) e, soprattutto, si attivano sanzioni economiche contro la Russia che ricadono tutte sull’Europa.

Prova ne è che più si incrementano le sanzioni più il rublo si rafforza, più durano le ostilità e più la Russia conquista territori appropriandosi di un cospicuo bottino di guerra, mentre le economie europee, soprattutto le più fragili come quella italiana, iniziano a subire pesanti ripercussioni che si traducono in vertiginosi aumenti del gas e dei carburanti, ossia benzina sul fuoco dell’inflazione che brucia a livelli mai visti dal 1986, mentre le retribuzioni dei lavoratori sono ferme al palo dall’anno 1990. Più Putin chiude i rubinetti del gas e più crescono i profitti per l’impennamento dei prezzi, con gli americani che corrono in soccorso dell’Europa fornendo (ma non si sa come e quando) il loro gas liquido (che però va rigassificato, e quindi addio transizione ecologica?). Gli analisti, anche i più avvertiti, avevano sentenziato che l’obiettivo degli USA era indebolire Putin per provocare un “regime change” (di fatto inutile), mentre la vera preda era e rimane l’Europa.

E’ quindi del tutto evidente che l’Europa, “vaso di coccio” tra vasi di ferro, questa falsa Europa che non tutela i popoli ma gli interessi dell’alta finanza statunitense, mostrandosi supina ai suoi guru ammantati di un filantropismo fin troppo esibito per non sembrare fittizio (Bill Gates in primis), abbia aperto porte e finestre alla subdola avanzata a stelle e strisce (che alla fine non dispiace neppure a Putin), e tutto ciò grazie ad una presidente inconsistente come la carta velina ed un ex presidente BCE il cui credo più intimo è “whatever it takes” (a qualunque costo), tenuto conto del grave indebolimento dei leader di Francia e Germania. In questo scenario l’Italia, come la storia insegna, assume un ruolo centrale e strategico. Per questo motivo la presenza al potere di Mario Draghi diventa una priorità assoluta anche successivamente alle elezioni politiche del 2023 e qualunque sia l’esito delle urne, presenza garantita dalla “incostituzionale” rielezione di Mattarella.

QuaquaraGrillo

di Salvatore Fiorentino © 2022

Ci sono tanti tipi di quaraquaqua, ossia quelli che blaterano, blaterano, blaterano, ma senza alla fine costruire nulla di concreto o di stabile. Molti, troppi, castelli di parole, di carte, di sabbia, destinati a durare sino al primo soffio di vento avverso. Tra questi, quelli più quaraquaqua di tutti sono coloro che danno la colpa agli altri delle proprie scelte, quando si rivelano errate e talvolta persino catastrofiche. Sono quelli che denigrano i propri sodali quando parlano col nemico o addirittura in pubblico, tradendo un complesso di inferiorità insuperabile. E difatti sono i peggiori traditori, perché tradiscono sé stessi, cadendo rovinosamente ancora più in basso dei traditori dei benefattori che, secondo Dante, rappresentano la sentina dell’umanità. Esaminandone il curriculm vitae, si può constatare che sono in buona sostanza dei falliti di successo, abili a fiutare il vento e seguirlo come rabdomanti, pseudo sciamani e affabulatori di popolo a buon prezzo.

Beppe Grillo è uno di loro. Lo chiameremo quaquaraGrillo. Comico irrequieto che ci dovrebbe spiegare come ha fatto a lavorare in RAI, laddove sono tutti raccomandati. Poi assunse i panni della vittima nel momento in cui sputò nel piatto dove lautamente mangiava e per questo ne fu allontanato, per una questione di minimo decoro. Fece ridere poco la battuta sui socialisti che rubavano. Anzi, retrospettivamente, può dirsi che fu una marchetta a beneficio degli americani, quelli che volevano sovvertire la prima repubblica dei Pippi Baudi per soppiantarla con quella dei Pippi Kennedi, come da li a poco accadde. Guardacaso, in un recente commento di una economista indipendente che non ha paura di passare per filo-putiniana, le vite di Beppe Grillo e di Volodymyr Zelensky vengono passate al setaccio come singolari “vite parallele”, evidentemente serventi certi poteri occidentali nel momento che occorre sacrificare le democrazie e i popoli sull’altare dell’alta finanza.

Beppe Grillo aveva la tessera del PD e, tralasciando il luogo comune dei natali genovesi, ha sempre avuto la testa agli affari, tanto è vero che ha saputo trarre profitto persino da un apparentemente innoquo blog dove pubblica esternazioni di mediocre livello (ultima quella davvero banale sui traditori dei benefattori), talvolta dietro sontuoso compenso, come per alcuni amici armatori di cui declamava le nobili gesta a cachet, fatto per cui è indagato. Siccome non riusciva a farsi sentire nel PD, nonostante le sue caciarate, grazie al suggerimento di Piero Fassino, insuperabile profeta di sventure, decise di farsi un partito. E siccome i partiti erano fuori moda, pensò di farsi un movimento. Così nacque il Movimento Cinque Stelle, l’apriscatole del sistema per metterci dentro i comuni cittadini che, come Luigi Di Maio, avrebbero garantito gli interessi della gente comune, quel tanto vituperato “popolo” a cui la Costituzione affida la sovranità che però la malapolitica gli sottrae.

Non appena preso il potere, il M5S, Grillo in testa ed a parte le solite mosche bianche difatti subito avversate soprattutto dal fuoco “amico”, è diventato più realista del re, in una metamorfosi che neppure Kafka avrebbe osato immaginare, divenendo di fatto impresentabile al cospetto degli elettori che gli avevano concesso ampia fiducia, facendone il primo partito alle elezioni del 2018, con la maggioranza relativa del 33%. Del resto, sia Mao Tzetung che Giggino Di Maio, seppur con stature ed in epoche diverse, hanno mostrato la consapevolezza del fatto che il potere corrompe, così come ben diceva un certo Andreotti, a cui pare ispirarsi politicamente l’attuale ministro degli esteri novello scissionista dal M5S in vista del terzo mandato, sul potere che “logora chi non ce l’ha”. Il governo Draghi, il peggiore (dal punto di vista del popolo) che l’Italia abbia mai avuto è nato solo grazie al gentlemen agreement tra l’Elevato e il banchiere affamatore.

Grillo e Zelensky sono accomunati, come è stato acutamente osservato, non tanto dall’essere stati comici di discreto successo popolare, quanto dal fatto di utilizzare strumentalmente le tecniche di comunicazione che il loro precedente mestiere gli ha consentito di padroneggiare, tuttavia essendo sprovvisti di competenze politiche e di governo oltre la facile propaganda, anche efficace, che però, a lungo andare, logora chi la fa, perché ad essa non corrisondono fatti neppure minimamente conseguenti. Come è tipico dei quaraquaqua, solo che qui siamo di fronte a chi si arroga il potere di decidere per milioni di persone inermi ed indifese, ingenuamente fiduciose verso i bei discorsi del leader, salvo poi constatare tutt’attorno macerie fisiche e politiche che ci stanno seppellendo al posto della fatidica risata che questi ex comici non sono più in grado di suscitare nell’audicence. Dargli ancora ascolto significa consegnarci alla devastazione irreparabile.

Calamandrei interroga Mattarella

di Salvatore Fiorentino © 2022

C. Buongiorno professor Mattarella.
M. Buongiorno.
C. Conosce il mio nome?
M. Si.
C. Intende rispondere alle mie domande?
M. Si.
C. Va bene, iniziamo pure.

C. Lei è l’attuale presidente della Repubblica italiana?
M. Si.
C. Da quanti anni è in carica?
M. Eletto nel 2015, sono stato rieletto nel 2022.
C. E’ stato anche giudice presso la Corte Costituzionale?
M. Si.
C. Ed è stato anche professore universitario di diritto costituzionale?
M. Si.

C. Cosa è per lei oggi la Costituzione?
M. E’ la carta fondamentale.
C. Secondo lei viene applicata correttamente?
M. In teoria si, in pratica forse no, ma io che ci posso fare?
C. Ha inviato qualche messaggio al parlamento?
M. Si, nel 2017 ho inviato alla Camera un rilievo in materia di munizioni a grappolo.
C. E poi altri?
M. No, no, solo questo.

C. Secondo lei i governi tecnici, “del presidente”, sono un’anomalia?
M. Dovrebbero essere l’eccezione, ma ormai sono la regola.
C. Così come è ormai una “regola” la rielezione del presidente della Repubblica?
M. Ma io che ci posso fare, mi sono dovuto sacrificare.
C. Secondo lei è meglio un premier “tecnico” o uno “politico”?
M. Quando hanno vinto i Cinque Stelle ho cercato di nominare un tecnico, Cottarelli.
C. Ma per questo non hanno minacciato l’impeachment?
M. Si, ma poi abbiamo raggiunto un compromesso, con un tecnico scelto dal M5S.

C. Poi però ha nominato un tecnico scelto da lei, Draghi.
M. Ce lo chiedeva l’Europa.
C. Dopo le elezioni del 2023 nominerebbe ancora Draghi?
M. E se non c’è una maggioranza io che ci posso fare?
C. Ma così l’Italia non diventerebbe a pieno titolo un’autocrazia?
M. Non ci possiamo permettere l’ingovernabilità, i mercati chiedono stabilità.
C. Quindi l’indirizzo politico lo danno i mercati?
M. Questo non dipende da me, io che ci posso fare?

C. Cosa ne pensa del crollo di credibilità della magistratura?
M. Come presidente del C.S.M. ho più volte ammonito i magistrati.
C. Ha notato qualche cambiamento dopo i suoi moniti?
M. Per la verità no, ma io che ci posso fare?
C. Ma non ha mosso alcun rilievo alla riforma “Cartabia”?
M. No, la Cartabia è presidente emerito della Corte Costituzionale.
C. Non le pare che si voglia una giustizia debole coi forti e viceversa?
M. Beh, non saprei, ma io che ci posso fare?

C. Non pensa che in Italia ci sia poca meritocrazia e troppo nepotismo?
M. La famiglia è la cellula della società italiana, in Sicilia poi …
C. La sua famiglia ha conosciuto il flagello della mafia, cosa ne pensa?
M. Ci sono cose che non potranno mai trovare spiegazione.
C. Che l’università italiana sia nell’occhio del ciclone le pare normale?
M. Ai miei tempi si rispettavano le regole.
C. Che il lavoro non sia equamente retribuito le pare giusto?
M. Mi sono decurtato lo stipendio di presidente.

C. Che cosa vede per l’Italia nel futuro prossimo?
M. Per la verità non sono abituato a fare pronostici.
C. Si dimetterà da presidente dopo le elezioni del 2023?
M. Questo non posso dirlo, vedremo cosa accadrà.
C. Se dovesse vincere la Meloni se la sentirà di nominarla premier?
M. Il presidente della Repubblica nomina il premier dopo le consultazioni con i partiti.
C. Quindi c’è sempre l’ipotesi di un governo tecnico del presidente, con Draghi premier?
M. Questa è la prospettiva per cui molti stanno lavorando, ma io che ci posso fare?
C. Grazie, non c’è altro da dire.

L’Occidente per assurdo

di Salvatore Fiorentino © 2022

Uno dei modi per dimostrare una tesi è il procedimento per assurdo, ponendo ipotesi inverosimili che conducono a conclusioni da scartare ed infine restando sul tavolo ciò che si voleva provare. A meno di non verificare che l’ipotesi data per assurdo sia quella che resiste alla fine. Ma perché le ipotesi “assurde” – che affiorano sempre più a causa della possibilità data a tutti di pubblicare il proprio pensiero grazie ai sistemi di comunicazione attuali (fatto di cui a dolersi fu, in modo stizzito, un erudito frustrato come Umberto Eco) – destano così tanta preoccupazione nei commentatori del “mainstream”, ossia nell’ “establishment”? Perché condurre campagne censorie e repressive anche violente contro le presunte “fake news” e i “complottisti” di ogni genere e specie? Perché forse si teme che tra tante sciocchezze rilasciate in libertà vi possano essere esplosive verità che non vanno rese note dato che potrebbero aprire una crepa nel pavido sistema di potere dominante?

Ecco che allora si spiega l’accanimento feroce contro un signore, Julian Assange, poco più che un illustre sconosciuto sino a quando non aveva pubblicato notizie quanto mai scomode per i padroni del cosiddetto “Occidente”, gli USA, e da questi ultimi difatti dipinto come il principale pericolo pubblico planetario, per cui aprire le porte della galera per sempre, confidando in un provvidenziale “suicidio”. Ma cosa è mai questo “Occidente”, tanto declamato come esemplare di superiorità democratica e morale, fautore di progresso e sviluppo economico, tutore dei diritti e guardiano se non gendarme dell’ordine mondiale? Ma è proprio vero che il suo sistema socio-economico, oggi basato sull’iper-liberismo, sia quello migliore per garantire una dignitosa esistenza a tutte le persone che sono soggette al suo governo? Oppure è vero il contrario? Eppure c’è una parte maggioritaria del globo, Cina e Russia in primo luogo, che la pensa diversamente, che rifiuta questa visione.

E qui si fa strada l’assurdo, ossia che la verità di questo “Occidente” sia niente altro che una gigantesca finzione, volta ad affermare a qualunque costo e con ogni mezzo la sua superiorità sull’altra faccia del mondo, erigendo muri invece che confrontarsi e gettare i ponti per una collaborazione pacifica. Una finzione che potremmo definire “holliwoodiana”, che secondo le più ardite tesi “complottiste” origina nel “falso” allunaggio del 20 luglio 1969, quello celeberimmo del primo uomo sulla Luna, per proseguire con il “falso” attentato alle Torri Gemelle del 11 settembre 2001 sino ad arrivare, in tempi più recenti, alla “falsa” pandemia da Covid-19 e alla guerra in Ucraina, dove realtà e fiction si confondono in modo ormai indistinguibile. Tuttavia, che il SARS-CoV-2 sia stato creato in un laboratorio americano di massima sicurezza in territorio cinese e da lì misteriosamente sfuggito è oggi un’ipotesi ritenuta più che verosimile anche dai media “ufficiali”.

E cosa si potrebbe concepire di più temibile che un virus altamente contagioso e letale per colpire un popolo di quasi 1,5 miliardi che si è urbanizzato ad una velocità mai vista sul pianeta Terra, raggiungendo nel 2020 un valore che sfiora il 70% e la cui crescita economica fa impallidire quella dell’esangue Occidente, USA in primis? Un virus, peraltro, che giustificherebbe la sospensione della democrazia proprio in quello stesso “Occidente”, ormai insostenibile per competere con i paesi emergenti che minacciano di sovvertire la leadership della patria a stelle e striscie, che dal dopoguerra ad oggi ha inteso creare un’Europa funzionale alle proprie esigenze, non certo per quelle dei cittadini che la abitano. Ed ecco che la repentina ed incomprensibile ritirata americana dall’Afghanistan acquista un senso nella prospettiva della guerra in Ucraina, dove un popolo inerme viene sacrificato – così come indirettamente i popoli europei – nell’esclusivo interesse degli USA.

Certo, l’epopea holliwoodiana ha instillato nell’opinione pubblica occidentale la convinzione che gli “americani” siano i buoni mentre i sovietici (oggi russi) i cattivi, essendo i primi ritenuti quali liberatori dell’Europa dal nazifascismo nonché portatori della democrazia e del benessere. Eppure non molti sanno che il “Piano Marshall”, quello degli aiuti economici per la ripresa economica del Vecchio continente, fu interamente gestito dalla CIA per scopi geopolitici, e di cui il maggior risultato è la disseminazione nel suolo europeo di basi ed installazioni militari USA. Ma, soprattutto, chi oggi ricorda la triste contabilità dei soldati e dei civili morti nel secondo conflitto mondiale per sconfiggere Hitler e i suoi alleati? Ebbene, gli USA persero 220.000 soldati e nessun civile, mentre l’Unione Sovietica sacrificò 13.600.000 soldati e 8.000.000 civili, versando più sangue di tutti gli altri messi insieme per la causa “europea”. E in Italia ci furono anche 5000 partigiani sovietici a combattere per la libertà. C.v.d.

Morte a Cinque Stelle

di Salvatore Fiorentino © 2022

La politica non c’é più perché non c’è il popolo, non ci sono i cittadini. Disfatta l’Italia, occorre rifare gli italiani. Ma dove sono andati i cittadini? Ciascuno rinchiuso nel suo particulare, ciascuno a cercare di danneggiare il prossimo, nell’illusione di avvantaggiarsi personalmente. Ciascuno a mandare avanti l’utile idiota (vero o presunto) per combattere la propria guerra privata, rimanendo comodamente al riparo delle quinte. E’ un sistema che produce re di nessun mondo, se non quello dove si accumulano le macerie, quello della devastazione, della morte di ogni speranza, di ogni progetto, di ogni cambiamento. Sicché l’acronimo M5S sembra oggi designare una “morte a cinque stelle”, ossia la fine di tutto.

E’ un Paese che ha assassinato impunemente i suoi uomini migliori, da Aldo Moro a Pio La Torre, sino a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. E quando non li ha potuti uccidere fisicamente li ha emarginati, umiliati, delegittimati. E’ un Paese che ha osannato i ladri, i collusi con la mafia e i cialtroni, da Craxi a Berlusconi, da Renzi a Salvini, questi ultimi campioni alle europee per precipitare, prima o poi, nella polvere della loro inconsistenza politica e morale. E’ un Paese che ha visto cadere nella vergogna i falsi paladini dell’antimafia, non altro che una furba copertura per carriere e arricchimenti indebiti, che hanno aggiunto altre macerie alla desolazione inarrestabile, al degrado senza limite.

L’ignominia della sinistra italiana, poi centro-sinistra (con trattino o meno), dopo il ridicolo scimmiottamento del berlusconismo, non ha riscontri nel resto del mondo, con l’abbandono della difesa del lavoro e dei lavoratori per sposare, asservendosi e prostrandosi, gli interessi del capitale sterile e moribondo, al quale fare da stampella, al quale assicurare le trasfusioni di sangue rosso popolare per dare sostanza all’esangue presunta aristocrazia imprenditoriale ed intellettuale, avida e meschina, mortifera e inetta. Incapace di concepire alcun progetto di futuro se non quello della propria misera sopravvivenza a qualunque costo, senza dignità né consapevolezza di essere classe dirigente, mostrando le crepe dell’assistenzialismo di Stato.

Dopo di che, in questo marasma generale, venne fuori dal tubo catodico un comico che promuoveva yoghurt e che affermava che i socialisti rubavano, suscitando l’ilarità popolare (dato che aveva scoperto l’acqua calda). Seppe, con tutti i limiti del caso, incanalare la richiesta di legalità, di onestà, di primato dei cittadini, di tutela del bene comune, raccogliendo quella bandiera abbandonata sul selciato dalla sinistra che non c’era più. Ma con tutte le controindicazioni del caso, dato che, come era già accaduto con “La Rete”, capitanata dal politico buono per tutte le stagioni Leoluca Orlando Cascio, il M5S finì per attirare gli opportunisti e i riciclati peggio della carta moschicida, assieme ai saltimbanchi.

Questo spiega il paradosso di una forza politica che ha espresso il miglior premier degli ultimi decenni, unitamente al miglior sindaco di Roma Capitale di tutti i tempi, ma che nel contempo sconta il difetto di contraddizioni insanabili al suo interno, tradendo le attese, le aspettative basilari, le promesse su temi cruciali come l’ILVA, la TAP, la TAV, il limite dei due mandati inderogabile. Il che non vale a dire che le altre forze politiche siano migliori mentre certifica la morte della politica, ancorché a cinque stelle, ossia di un tentativo, ultimo e per certi versi disperato, di restituire dignità al popolo, ai cittadini che in verità non ci sono. Troppi personaggi improbabili, troppi opportunisti, troppi riciclati, troppi inconcludenti.

(27 luglio 2019)

L’onestà al tempo di Einstein

di Salvatore Fiorentino © 2022

E’ passato abbastanza tempo dalla pubblicazione dell’articolo Zur Elektrodynamik bewegter Körper con il quale Albert Einstein, nel 1905, illustrò la teoria della relatività “ristretta”, nella quale si conciliava la relatività galileaiana, riferita alla meccanica dei corpi, con l’elettromagnetismo, dimostrando la costanza della velocità della luce. Come dire che, nell’universo conosciuto, le leggi della fisica sono invarianti rispetto al sistema di riferimento. Quindi negli spazi interstellari, popolati da pianeti e satelliti di ogni dimensione, la legge della natura (qualcuno la chiama divina) è davvero eguale per tutti e non c’è neppure necessità che lo sentenzi un tribunale, perché questa verità è, come si dice, in re ipsa e non ammette alcuna interpretazione. Del resto, si tratta non di “un” principio, ma “del” principio, quello da cui discende tutto, perché nulla può essere infine discusso se non si fissa un punto fermo, l’origine del tempo e dello spazio, big-bang, dio, che dir si voglia.

Einstein, essendo anche una persona simpatica (gli scienziati raramente lo sono), ha cercato di divulgare le sue teorie (oltre alla relatività “ristretta”, anche la “generale”, esposta sin dal 1915, sulla curvatura dello spazio-tempo) con motti di spirito, come quello in cui spiegò la “relatività” del tempo affermando che stare seduti un minuto su una stufa dura senz’altro di più che stare seduti un’ora accanto ad una bella ragazza. Concetto che può ben estendersi a tutti quei valori di difficile misurabilità perché percepiti soggettivamente secondo il dato tempo storico. Tra questi, quello più “relativo” appare oggi l’onestà, di cui ciclicamente la “società civile” non manca di sollevarne l’onda (una “ola”), anche se poi, a ben vedere, quasi nessuno guarda nel suo giardino, ma in quello del vicino. Chi pretende l’onestà degli altri è spesso il primo a tradire la propria, è colui a cui è stata denegata una raccomandazione, a cui non è stato consentito di saltare la fila.

Perché oggi il giudice è onesto se gli dà ragione, domani è disonesto se gli dà torto. Ma la questione può essere spiegata ancora mediante un altro esempio, utilizzando il famigerato “cubo di Rubik” – inventato nel 1974 dall’omonimo architetto e scultore ungherese – ossia il poliedro con nove quadratini colorati (giallo, blu, verde, rosso, bianco, arancione) per faccia snodabili che una volta mescolati devono essere ricomposti, il che richiede una notevole abilità e pazienza. Il giocatore onesto (con sé stesso) si scervellerà per trovare la soluzione, quello disonesto scollerà gli adesivi colorati dai quadratini per reincollarli in modo da aver risolto il rompicapo, anche se il trucco sarà evidente per l’inevitabile danneggiamento subìto dalle tessere colorate. Chi avesse prestato il cubo di Rubik ad un amico “relativamente” onesto, se lo vedrà restituito in una condizione inservibile, il che sarà stato un utile esperimento per capire la vera natura della persona che si ha dinanzi. Einstein docet.

La realtà è una, “relative” sono le sue interpretazioni. Così accadde ad un medico del pronto soccorso di dover intervenire su un paziente in fin di vita a causa di gravi ferite da arma da fuoco. Il caso volle che non si trattasse di uno stinco di santo, ma di uno sfortunato “picciotto” appartenente ad uno dei tanti clan (mafiosi è dire troppo) che si spartiscono le città, come ieri così oggi, sotto lo sguardo colpevole e complice dello stato (quello con la minuscola). Il medico ricevette alla velocità della luce due telefonate di “raccomandazioni”: con la prima fu avvertito che se il malcapitato non fosse sopravvissuto lui sarebbe stato un camice morto. Non replicò. Con la seconda telefonata fu ancora avvisato che se invece il moribondo non fosse passato a miglior vita lui sarebbe stato un camice insanguinato. In questo caso replicò e disse: “caro signore, mi ha chiamato prima un suo collega, che mi chiede l’opposto di quello che vuole lei. Lo sa che vi dico? comu finisci si cunta!”. Einstein docet.

E’ difficile (per non dire impossibile) che chi sia stato onesto ieri non lo sia oggi, e viceversa. La natura umana è intinta nella stessa sostanza delle stelle, che secondo le teorie cosmiche anche “relativamente” recenti (si pensi a Copernico o a Keplero, ma fu Halley, nel 1718, a scoprire che così non era), sono dette “fisse”, perché apparentemente ferme rispetto agli altri corpi celesti in movimento a causa della loro grande distanza dal punto di osservazione. Come dire, secondo la vulgata, che chi nasce tondo non muore quadrato (al più ellittico, se volessimo utilizzare le geometrie non euclidee che negano il famoso quinto postulato, propinato come verità assoluta al liceo, che afferma che due rette parallele non si incontrano mai, il che non è vero). Il problema è che molti non colgono (non vogliono, per la convenienza del momento) che l’onestà è come quel principio da cui tutto origina e che, come tale, non è suscettibile di interpretazioni né di applicazioni di comodo. Altrimenti non è. Einstein docet.

Italia, Sicilia: quale futuro

di Salvatore Fiorentino © 2022

Dove può andare un paese che si ritrova con un premier imposto dai poteri finanziari internazionali con la missione di impoverire i cittadini con l’appoggio della sinistra e dei sindacati? Dove può andare una nazione che ha avuto in sorte un presidente della repubblica rieletto per forza d’inerzia sotto la spinta della malcelata idea, coltivata da un establishment ormai morente, di poter garantire “whatever it takes” un governo che prescinda dalla volontà popolare anche nella prossima legislatura? Dove può andare un popolo (ammesso che esista come tale) manganellato selvaggiamente, senza pietà per studenti minorenni e inermi famigliuole, per disposizioni del ministro di polizia non appena osi protestare civilmente per difendere i propri diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione? E dove può andare una società “civile” che sia compromessa sino al midollo dalla corruzione intellettuale prima ancora che materiale?

Quando l’istruzione, la ricerca, l’università, la giustizia, la sanità sono allo sfascio a seguito dei poderosi tagli lineari che da ormai un decennio sono decisi dai governi “democratici” e, ove non bastasse, da quelli “tecnici”, quando le postazioni pubbliche di rilievo sono attribuite per spartizione tra le cosche di potere dominanti, quando l’indipendenza della magistratura è una pura chimera, quando l’imparzialità della pubblica amministrazione è paragonabile alla verginità di una pornostar di grido, dove mai si può pensare di andare? “A vaffa …”, dicevano bene quelli che dovevano aprire le istituzioni malate come scatolette di tonno per liberarle dal malaffare, solo che sono rimasti insozzati dall’olio rancido che ha finito per piacergli, anzi oggi non ne potrebbero fare più a meno, come dimostra la ripidissima e rapidissima discesa ad inferos di costoro, a meno delle solite mosche bianche, verso il compromesso sempre più spregiudicato e sordido a cui si sono incatenati.

Se esistono ancora oggi i Cuffaro, i Dell’Utri, i Lombardo e compagnia bella, è perché ci sono moltitudini di pseudo-cittadini che non vogliono altro che imboccare la scorciatoia per ottenere qualcosa che non riescono ad afferrare seguendo la via maestra: sia perché questa via è di fatto impraticabile e percorrerla comporterebbe un notevole sacrificio, sia perché, nella maggior parte dei casi, costoro non avrebbero diritto a ciò a cui aspirano abusivamente, animati da un intimo sentire antisociale ed incivile. Ma ancora peggiori dei Cuffaro, dei Dell’Utri e dei Lombardo di cui sopra, sono coloro che si ricordano delle periferie degradate solo alla vigilia delle elezioni, ammantandosi di ogni più nobile vessillo, a cominciare da quello della tutela degli ultimi e degli emarginati sino a quello roboante e guerriero della “antimafia”. Peccato che le periferie degradate siano sempre più degradate e i sistemi mafiosi sempre più evoluti, nonostante l’opera di questi “paladini”.

Torna sempre, inesorabile e oggi quanto mai beffardo, il monito gattopardesco del “tutto cambi perché nulla cambi”. In verità, il cambiamento da almeno trent’anni si sta verificando, solo che va nella direzione di uno strisciante peggioramento, come dimostra il dato delle retribuzioni medie che riguardano la maggior parte dei lavoratori. D’altro canto sono tempi d’oro per speculatori e sfruttatori, truffaldini ed evasori fiscali (censiti in 19 milioni dal capo dell’Agenzia delle Entrate: ma perché non va a prenderli se sa chi sono?). La divaricazione sociale, non solo tra nord e sud, ma tra abbienti e meno abbienti, sta assumendo proporzioni inaccettabili per uno stato la cui Costituzione sancisce la primazia del lavoro sul capitale, la parità di condizioni tra cittadini, il diritto di questi ultimi ad una retribuzione che possa garantire una esistenza libera e dignitosa ad ogni nucleo familiare, il diritto alla salute, il diritto all’istruzione, il diritto alla giustizia.

In democrazia i cittadini la “rivoluzione” la fanno con la matita elettorale, si dice. Ma oggi è ancora possibile, con le liste bloccate dai ras dei partiti personali, imprimere anche un seppur impercettibile “cambiamento”? Andare a votare o no? Scegliere per il meno peggio (presunto) oppure astenersi? Qual è la scelta più opportuna per opporsi ad un sistema che opprime l’idea stessa di democrazia, perché vuole imporsi a qualunque costo e rendere i cittadini e i pseudo cittadini al rango deteriore di sudditi? Non pare esserci altra via che disertare in massa le urne ormai niente altro che luogo della finzione democratica e civile, perché legittimare questo sistema già morente significa prorogarne colpevolmente l’ora del decesso. Non possiamo più tollerare i personaggi che, buoni o cattivi che siano, rendono asfittica la democrazia di questo paese. Quando il 70% degli italiani non andrà a votare sarà finalmente chiaro a tutti che il re è nudo. Allora dovrà voltarsi pagina.

L’importanza di chiamarsi Onesto

di Salvatore Fiorentino © 2022

Con la commedia “The Importance of Being Earnest”, rappresentata in tre atti per la prima volta nel 1895, Oscar Wilde gioca con l’assonanza, esistente nella lingua inglese, tra le parole “Ernesto” (Ernest), nome di uno dei personaggi, e “Onesto” (Earnest). Giacché la traduzione in italiano ha finito per oscillare tra “L’importanza di essere Onesto” e “L’importanza di chiamarsi Ernesto”. Difatti, nella commedia il personaggio a cui è attribuito il nome di Jack Whorthing simula di chiamarsi Ernest dato che la donna da lui amata gli ha confessato di voler sposare soltanto un uomo che porti tale nome, perché a suo dire, il suono, la vibrazione di quel nome, le scalda il cuore. Da qui l’intreccio degli equivoci dagli esiti paradossali, secondo la fine trama tessuta per mettere alla berlina il perbenismo dell’epoca vittoriana.

Ma perché è così importante chiamarsi (essere) Ernesto (onesto)? A cosa risponde, nelle evoluzioni delle società, quella che, secondo i punti di vista, è per taluni un’esigenza, un’aspirazione, un obbligo, ovvero per talaltri una condizione fastidiosa, deprecabile, da rifuggire o persino da irridere? Una prima risposta, sempre nell’ambito letterario, può venire dalla commedia, rappresentata in tre atti al debutto del 1917, con cui Luigi Pirandello mette in scena “Il piacere dell’onestà”. Angelo, un uomo semplice, nell’aiutare una ragazza sfruttata dal marchese Fabio, assume una gravosa responsabilità che dà un senso alla sua vita, e così facendo fa sfumare i piani torbidi del nobilotto, che pertanto gli giura vendetta, cercando di tendergli ogni tranello per dimostrarne la disonestà, ma alla fine fallendo nel proposito.

Da un punto di vista sociologico, secondo Max Pohlenz, honestum deriva dal concetto greco di kalon inteso come bene morale che viene quindi trasposto nella realtà romana da Cicerone con il richiamo all’idea di honor, fondamentale nella società latina. In questo senso, si tratta di tutto ciò che in genere riceve pubblicamente apprezzamento o stima. E da qui inizia ad insinuarsi il relativismo che corrompe l’integrità del concetto di “onestà”, facendogli assumere una doppiezza che è talvolta strumentale al sentire comune di una certa epoca o di un certo ambito sociale, culturale e persino territoriale, laddove il concetto di onestà si fa ridurre a quello di legalità, ossia del conformarsi alla legge vigente in quel tempo e in quel luogo, con ciò completandosi la depauperazione del portato dell’originario kalon.

Appare allora chiaro che l’onestà non si può ridurre ad un mero rispetto delle regole formali, ad una condotta scevra da atti sanzionabili in conformità alle leggi vigenti, mentre è il complesso di diverse qualità morali e civili che si radicano nell’età infantile per sedimentarsi nell’età adolescenziale e consolidarsi nella vita adulta. Qualità che pertanto derivano essenzialmente dall’esempio impartito dalle figure di riferimento nella famiglia, laddove si insegni con quotidiani atti di vita vissuta a non ottenere i propri diritti a scapito di quelli degli altri, ad essere leali con il prossimo nella coltivazione della propria dignità e decoro, innanzi tutto mediante il rispetto della parola data, nell’articolazione di una scala di priorità che metta al primo posto i valori umani ed in secondo piano i beni materiali.

La più grande disonestà è quella di pensare che l’onestà sia degli sciocchi, degli umili e di chi non è abbastanza furbo e capace ad affermarsi sgomitando e calpestando gli altri, a prevalere sottraendo al prossimo con l’inganno e il tradimento non solo i denari ma persino gli onori, la dignità, la reputazione, come ad esempio avviene con la denigrazione gratuita, la delegittimazione volta a far risaltare qualità o capacità in verità non possedute e che mai saranno raggiungibili dal disonesto con le proprie forze e con i propri mezzi. Senza le qualità morali e civili degli uomini onesti, che solo per questo sono uomini liberi, la società non potrà che disgregarsi per regredire allo stato primordiale del homo homine lupus ed è per questo che chi abbia a cuore le sorti della convivenza civile non potrà mai rinunciarvi.

(24/01/2016)