Brunetta nel Belpaese delle meraviglie

di Salvatore Fiorentino © 2021

Renato Brunetta rappresenta l’esempio tipico dell’uomo di umili origini che mette a frutto il suo ingegno per raggiungere risultati importanti. Da figlio di un venditore ambulante di gondole a Venezia, sino al ruolo, più volte ricoperto, di ministro della Repubblica, il passo non è breve. Al liceo dell’alta borghesia, il Foscarini, le discriminazioni sociali non gli impediscono di essere il primo della classe. Così si laurea a Padova in Scienze politiche ed economiche nel 1973, iniziando la carriera accademica nei corsi di “Teoria e politica dello sviluppo”, “Economia applicata”, “Economia e politica del lavoro”. Nel 1982 consegue (ope legis) il ruolo di professore associato. Dal 1982 al 1990 insegna “Fondamenti di Economia” nel corso di laurea in “Urbanistica” all’Istituto Universitario di Architettura di Venezia. Dal 1991 al 1999 insegna “Economia del lavoro” all’Università di Roma “Tor Vergata”, dove ricopre il ruolo di professore ordinario di “Economia politica” sino al 2009.

Negli anni in cui Brunetta si è formato ed ha avuto accesso, in quanto capace e meritevole, ai più alti gradi degli studi ai sensi dell’art. 34 della Costituzione, l’Italia era un Belpaese migliore, sotto il profilo dell’effettività della democrazia, rispetto a quello che è stato nei decenni successivi, ed in particolare oggi. Oggi uno come Brunetta difficilmente riuscirebbe a prendere l’ascensore sociale e persino quello “socialista”. Perché non può neppure negarsi che l’ascesa al successo professionale di Renato Brunetta, al netto delle capacità personali, sia stata determinata dalla sua giovanile adesione al partito del lider-maximo, Bettino Craxi, divenendo consigliere economico nei governi Craxi, Amato e Ciampi. Ma, come si sa, morto un papa se ne fa un altro. E così il nostro ex studente modello di umili origini nel 1999 entra alla corte del Cavaliere, aderendo a Forza Italia, refugium peccatorum di molti “socialisti” rimasti orfani, tra cui quelli che, secondo l’allora comico Beppe Grillo, “rubavano”.

Ma non era il caso del Nostro, non per questo assurto alla ribalta delle cronache, che invece si guadagna a pieno titolo in seguito alla plateale presa di posizione contro i “fannulloni” della pubblica amministrazione, una volta indossateni i panni di ministro nel 2008. Non a caso, porta il suo nome la “riforma” della funzione pubblica, varata con diversi strumenti legislativi tra il 2008 e il 2009, mirata ad incrementare la produttività del pubblico impiego, di per sé obiettivo virtuoso sebbene perseguito tra poche luci e molte ombre. Come quelle dei tagli lineari, del blocco del turn over e del congelamento dei contratti. Scelte che si sono dimostrate alla prova dei fatti come profondamente errate sotto il profilo economico prima ancora che giuridico (la Corte Costituzionale nel 2015 ha dichiarato l’illegittimità del blocco della contrattazione, con conseguente onere per lo Stato di risarcire i lavoratori pubblici, in verità poi ottenuta solo in minima parte, quale beffa dopo il danno).

Se non tutti i “socialisti” rubano, tra cui Renato Brunetta, non tutti i dipendenti pubblici sono “fannulloni”. Diversamente, per ogni “fannullone” c’è qualcun altro che lavora per due, per tre, e che si fa, come si dice, “in quattro”, per fare andare avanti la macchina dell’amministrazione pubblica, spesso ostacolata dall’inutile complicazione delle norme che il “legislatore”, quello consigliato dagli esperti come Brunetta, partorisce, talvolta a scopo persino “semplificatorio”, se non nel sempiterno afflato “innovativo”, che finisce quasi sempre per naufragare agli alti piani delle stanze dei bottoni (vedasi il recente fallimento dell’eccelso ministro Vittorio Colao per il piano “Italia digitale”), mentre non è raro incontrare piccole “oasi felici”, dove volenterosi civil servant si industriano, senza mezzi né risorse, per trovare e applicare soluzioni semplici ma efficaci, che poi sono quelle che consentono alla ruota di continuare a girare, a garantire i servizi per i cittadini, dal basso, con umile intelligenza.

Dote che spesso viene a sfumare in chi perde il contatto con le sue nobili radici popolari e si ammorba l’intelletto, pur spiccato, respirando l’aria venefica dei palazzi del potere. Ecco che dalle finestre di quelle dimore dagli stucchi zecchini e con le vellutate poltrone porpora, in quelle smisurate stanze damascate e dai soffitti inarrivabili, soprattutto se vi si rimette piede dopo tanti anni (e per Brunetta sono dieci) in un inatteso dè jà vu straniante, si rischia di perdere la percezione della realtà, quella del popolo, quella dei lavoratori, quella da amministrare con disciplina e onore, secondo la Costituzione, questa disconosciuta, al fine di non ripetere, diabolicamente, gli stessi errori commessi nel recente passato. Per questo, affermare che c’è più PIL per tutti oggi fa solo sorridere (Cetto La Qualunque a parte), sicché, se persino i vescovi affermano che progresso e sviluppo non sono sinonimi, l’ex e neo ministro della p.a. dovrà aggiornare le sue posizioni in materia di lavoro pubblico ed innovazione digitale.

Oltre il limite della democrazia

di Salvatore Fiorentino © 2021

C’è un limite che non va mai superato, perché poi non è più possibile fare ritorno. Lo conoscono bene gli astronauti in missione nello spazio: è quel punto (point of no return) che se superato anche per un metro non consentirebbe loro di fare ritorno sulla Terra, la madre Terra. Che, a dispetto delle divisioni che appaiono anacronistiche, rimane l’unica patria legittima per tutti gli esseri umani di ogni razza e religione o credo politico. Che è oggi quanto mai minacciata alle sue radici viventi, perché il potere di chi governa le sorti dei popoli appare condizionato in modo determinante da coloro che agiscono nell’ombra, per piegare l’interesse generale delle moltitudini a quello particolare di quei pochi che sono ormai preda dell’avidità smisurata, che ha oltrepassato ogni soglia umanamente concepibile, sicché in nome del falso dio denaro ritiene di poter autorizzare ogni misfatto, giustificare ogni aberrazione, sacrificare la stessa vita umana, ridotta a numero.

In questo funesto quadro globale, si inscrive il Belpaese, albergato da “un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori, di trasmigratori”, secondo la famigerata frase iscritta sul Palazzo della Civiltà, presso l’EUR in Roma, che riporta una parte del discorso di Benito Mussolini del 2 ottobre 1935, quale replica alla condanna espressa dalle Nazioni Unite dopo l’aggressione fascista all’Abissinia. Il fascismo, non per caso il “male assoluto”, persino a dire di un un suo figlio degenere, al secolo Gianfranco Fini, politico promettente, ma poi dispersosi miseramente nei meandri del tradimento dell’ideale della sua parte, ancorché non condivisibile e da combattere in nome della libertà. Ed è quindi ad un tempo paradossale e sorprendente apprendere che oggi, nel desolato orizzonte quanto mai lunare della politica italiana, debbano addirittura essere gli eredi del fascismo, gli unici rimasti all’opposizione, a difendere le libertà degli italiani.

Non vi è ormai dubbio che l’attuale governo di “unità nazionale”, che assomiglia ad una delle più terrificanti incarnazioni mostruose mai partorite dalla mitologia – metà tecnico e metà politico – benedetto da un presidente della Repubblica che ha più macchie che medaglie al petto da esibire (si pensi alle gravi vulnerazioni della Costituzione consentite come ieri a Renzi così oggi a Draghi), abbia superato largamente il limite della democrazia. Ciò è certificato da un atteggiamento, ultimamente reso pubblico, esibito dal migliore dei premier possibili, l’ex presidente della BCE, uomo (se questo lo è) che si è nutrito vita natural durante dell’assenza di quegli scrupoli di cui è connaturata la ragion d’essere dell’alta finanza, ossia quel mondo che produce ricchezza non dal lavoro, ma dalla speculazione e che, giocoforza, comporta lo sfruttamento spinto sino al limite della schiavitù dei lavoratori, la depredazione dei diritti anche fondamentali dei cittadini.

Draghi, ormai incalzato dal montante insuccesso della strategia di contrasto alla pandemia che era il primo se non l’unico obiettivo del suo governo, cerca di rovesciare il tavolo del confronto politico, incoronandosi da sé capo assoluto del Paese, in ciò maldestramente supportato da redivivi nani e scolorite ballerine, ma soprattutto grazie alla palese inettitudine politica del leader (si fa per dire) della maggiore forza “democratica”, che in verità, sempre minoritaria nelle urne, si è dimostrata capace solo di bramare le poltrone governative purchéfosse, prima con il governo “giallo-rosa” oggi col governo di tutti e di nessuno. E se a ciò si aggiunge l’epocale “tradimento” del Movimento Cinque Stelle – che ha miseramente snaturato il suo codice genetico – perpetrato nei confronti della maggioranza relativa degli elettori votanti alla tornata delle politiche del 2018, si comprende la gravità del difetto di “democrazia” che l’Italia oggi accusa.

Forze e leader politici incapaci, non solo di governare ma persino di costruire una visione strategica, hanno pertanto delegato all’ “uomo forte” la conduzione di quello che, alla luce dei fatti, si sta dimostrando come il più antidemocratico dei governi succedutisi in epoca repubblicana e post fascista. La cifra di questa evidente caratteristica si legge chiaramente nella “vigliaccheria”, questa si, di imporre surrettiziamente (invece che in modo trasparente, mediante una legge) l’obbligo vaccinale mediante il peraltro fallimentare (al pari dell’app “Immuni”) strumento del “green pass”, ossia la vera e prima causa dell’innalzamento esponenziale dei nuovi casi di infezione in questo scorcio estivo, illudendo la popolazione che col “passaporto per le stelle” si sarebbe restati esclusi da ogni rischio di contagio, passivo e attivo. Niente di più antiscientifico e falso, ma ciò nonostante si persevera nell’errore, confermandosi la coda luciferina di una accozzaglia di personaggi senz’arte né parte.

Golden “Gates” (la gabbia)

di Salvatore Fiorentino © 2021

Filantropo? O psicopatico sino al punto da voler informare il mondo ad un algoritmo, il suo? Chi è veramente William Henry III Gates, al secolo Bill Gates? Nessuno può dirlo oggi. Sicché, “timeo Danaos et dona ferentes”: non sarà sempre il caso, ma quando un potente, buono o cattivo che sia, ci vuole regalare qualcosa, specialmente quando abbia l’aria di un secchione saputello, forse è prudente rammemorare uno degli insegnamenti della classicità.

Anche perché il mondo ai tempi di Microsoft è stato un mondo sempre più omologato, diviso tra i fan di Windows e quelli dell’altro guru, Steve Jobs, il capo della “setta” Apple. Bill Gates vuole “donare” – si fa per dire perché ne pagheremo il prezzo sino all’ultimo cent – all’umanità il tanto bramato “vaccino” anti Covid-19, promettendo di sfornare un preparato che fornirà una copertura universale per tutti i tipi e varianti del ceppo “Coronavirus”.

E per questo detta consigli ai governanti del pianeta, ed in sostanza dice una cosa sola: mettete a disposizione le risorse finanziarie, che io sono pronto a tirare fuori la soluzione. Sembra come quando, sempre nell’informatica, chi ha creato i virus ci venda l’antitodo. Effettivamente Bill ci aveva avvisato per tempo: non saranno le armi nucleari a mettere in pericolo la sopravvivenza dell’umanità, ma degli enti microscopici, appunto.

Possiamo difenderci persino dalle armi nucleari, sopravvivere durante e dopo una guerra, ma siamo inerti ed indifesi nei confronti di un nemico invisibile e impalpabile che si insinua tra di noi senza preavviso e senza che possa essere scoperto prima che ci abbia colpito.

(14 aprile 2020)



LE TRE MOSSE (GLOBALI) PER SUPERARE L’EPIDEMIA

di
Bill Gates

Ultimamente ho parlato con decine di esperti sul Covid-19 e appare chiaro che la malattia uccide di preferenza gli anziani, rispetto ai giovani; in maggioranza gli uomini, rispetto alle donne; ma si accanisce soprattutto contro i poveri. Non ho riscontrato prove, però, che il Covid-19 faccia distinzioni di nazionalità: non conosce confini.

Problema planetario, soluzioni globali
Desidero sottolinearlo perché da quando il mondo è venuto a conoscenza del virus, ai primi di gennaio, i governi si sono impegnati a dare risposta a un’esigenza nazionale: come proteggere i cittadini che vivono entro i nostri confini? È comprensibile. Ma i capi di governo devono ammettere che fino a quando il Covid-19 continua a dilagare, il problema si estende a tutti gli abitanti del pianeta.

I paesi poveri
Il virus ha finora risparmiato molti Paesi poveri o in via di sviluppo, e non si sa esattamente perché. Sappiamo però che il contagio si diffonderà prima o poi anche lì. E in mancanza di aiuti, il numero di malati e di vittime toccherà livelli mai raggiunti finora. Riflettiamo: il Covid-19 ha messo in ginocchio una città come New York, eppure i dati ci confermano che un singolo ospedale di Manhattan dispone di più letti di terapia intensiva che la maggior parte dei Paesi africani. Oggi sono a rischio milioni di persone.

Tre misure per i capi di governo
E anche se le nazioni ricche riusciranno a rallentare il propagarsi della malattia nei prossimi mesi, il Covid-19 potrebbe tornare nuovamente a colpire, se la pandemia dovesse diffondersi in altre zone del mondo. Una parte del pianeta potrebbe infettare a più riprese l’altra: è solo questione di tempo. Per questo abbiamo disperatamente bisogno di una strategia globale, consapevoli che le modalità della lotta al virus dovranno cambiare con l’evolversi della pandemia. Ma ci sono almeno tre misure che i capi di governo — in particolar modo quelli del G20 — possono adottare senza perder tempo. La prima è assicurarsi che le risorse mondiali vengano distribuite efficacemente: parliamo di mascherine, guanti e test diagnostici. Sappiamo però che le riserve sono limitate, e pertanto occorre fare scelte difficili in modo intelligente.

Consensi
Su alcuni punti cominciano a convergere i consensi: per esempio, che gli operatori sanitari in prima linea dovrebbero essere i primi a sottoporsi a test diagnostici e ricevere tutti i dispositivi di protezione personale. Su scala mondiale, però, come si compie la scelta? Come vengono distribuiti mascherine e test diagnostici in una comunità o in una nazione rispetto alle altre? La risposta si traduce in un’altra domanda, assai sconcertante: Chi è disposto a offrire di più? Personalmente, seppur convinto sostenitore del capitalismo, sono il primo a riconoscere che in una pandemia i mercati non funzionano nel migliore dei modi, e l’esempio più drammatico è proprio il mercato delle forniture salvavita. Il settore privato svolge un ruolo importante, ma se la nostra strategia di lotta al Covid-19 si trasforma in un’asta al miglior offerente tra i vari Paesi, il virus causerà molte più vittime.

Risorse
Occorre mettere in campo le risorse in base alle urgenze mediche e di salute pubblica. Abbiamo molti esperti, formati nelle epidemie di Ebola e Hiv, pronti ad aiutarci a tracciare le linee guida per raggiungere lo scopo. E i capi di Stato dei Paesi sviluppati e di quelli emergenti devono lavorare assieme all’Oms e i suoi partner per metterle nero su bianco. A quel punto, le nazioni partecipanti dovranno accordarsi pubblicamente sulle direttive da seguire, assumendosi le proprie responsabilità. Questi accordi saranno particolarmente importanti quando sarà disponibile un vaccino per il Covid-19, perché solo attraverso l’immunizzazione si potrà mettere davvero fine alla pandemia.

Il secondo passo
Da questa considerazione scaturisce il secondo passo imprescindibile: i capi di governo dovranno stanziare i fondi necessari alla ricerca medica per lo sviluppo di un vaccino. Nella drammatica vicenda del Covid-19, gli spiragli di ottimismo sono stati rari, ma il principale riguarda indubbiamente la scienza. Tre anni fa la nostra fondazione Wellcome Trust, con l’appoggio di alcuni governi, ha lanciato la Coalition for Epidemic Preparedness Innovations (Cepi), un consorzio per finanziare progetti di ricerca per lo sviluppo di vaccini contro le malattie infettive emergenti. L’obiettivo era quello di velocizzare il processo di sperimentazione dei vaccini e finanziare le metodologie più rapide e innovative per il loro sviluppo. Se un nuovo virus avesse cominciato a farsi strada nel mondo, ci avrebbe trovato preparati.

[articolo apparso su “Corriere della Sera”, 12 aprile 2020]

“Mafia e appalti”: il j’accuse di Rino Nicolosi

di Salvatore Fiorentino © 2021

Rino Nicolosi, presidente della Regione Siciliana dal 1985 al 1991, è stato certamente un esponente politico che ha cercato di cambiare la Sicilia sulla base di due fondamenti tra loro strettamente connessi: dare risposta alla domanda di lavoro, anche per prosciugare il bacino altrimenti destinato alla devianza, e nel contempo garantire la formazione dei lavoratori perché si migliorassero la qualità e quindi la produttività e la competitività isolana nei confronti delle realtà più avanzate, in Italia ed in Europa, puntando in primo luogo al potenziamento delle grandi infrastrutture siciliane, quale precondizione di sviluppo. E diverse furono le realizzazioni durante il governo Nicolosi. Tutto ciò secondo un modello di economia mista, pubblico-privata, che si ispirava a quella tradizione cattolico-sociale che aveva consentito all’Italia, durante la cosiddetta “prima repubblica”, di compiere la ricostruzione dopo le macerie ereditate dal fascismo.

Il 15 maggio 1990, Nicolosi ribadisce questa sua visione durante la conferenza stampa a Palazzo d’Orleans in occasione del 44-esimo anniversario dell’autonomia siciliana, pochi giorni dopo la barbara uccisione del funzionario regionale Giovanni Bonsignore, che aveva avanzato rilievi sulla gestione dell’agroalimentare e sull’erogazione di un finanziamento ad una cooperativa di Palma di Montechiaro in odor di mafia. Siamo alla vigilia di “Tangentopoli”, per un verso, e della stagione delle “stragi politico-mafiose” per un altro. Si realizzerà la profezia di Gramsci, secondo cui “Il cattolicesimo democratico fa ciò che il socialismo non potrebbe: amalgama, ordina, vivifica e si suicida …“. Anche se, a ben vedere, non si tratterà di un suicidio, bensì dell’esecuzione di un piano preordinato, deciso da quei poteri atlantici che hanno sempre considerato la Sicilia come avamposto strategico nel Mediterraneo, tra Europa, nord-Africa e Medio Oriente.

I beneficiari di questo “suicidio” dovranno essere gli eredi del PCI. Ecco che la magistratura improvvisamente scopre che il sistema nazionale si basa sul finanziamento illecito ai partiti, attraverso i “contributi” elargiti dalle grandi imprese che si spartiscono la torta degli appalti pubblici. L’inchiesta “Mani pulite” fa collassare il pentapartito di governo, i cui leader sembrano indifesi e increduli, disarmati. Il più coraggioso è Craxi, che ammette in un parlamento raggelato che non c’è niente di nuovo sotto il sole, “così fan tutti”, compresi i comunisti, che anzi ricevevano soldi anche dall’URSS, i quali però non vengono neppure scalfiti dall’azione dei magistrati, preparandosi a capitalizzare questa apparente “diversità” in consenso elettorale per la presa del potere nel Paese. In questo tornante “storico”, deflagrano le stragi di Capaci e via D’Amelio nel 1992, seguite da quelle a Firenze, Roma e Milano, nel 1993.

Il 15 gennaio 1993, Gian Carlo Caselli, amico e sodale di Luciano Violante, ossia il profeta della conquista del potere per via giudiziaria (e antimafiosa), si insedia come procuratore di Palermo, nello stesso giorno in cui viene catturato Salvatore Riina. Ma l’obiettivo di Caselli era Andreotti, ultimo baluardo della “prima repubblica”, tanto è vero che fu “dimenticata” la perquisizione del “covo” del capo dei capi. Il boss risiedeva a Palermo, nell’appartamento di un tale ingegnere Montalbano, figlio di un dirigente del PCI siciliano, che sarebbe stato nelle grazie di Pino Lipari, consigliere di Bernardo Provenzano, per questo aggiudicandosi cospicui appalti, a dire del boss “ministro dei lavori pubblici” Angelo Siino. Del resto, le dangerous liaisons del PCI siciliano erano ben note a Pio La Torre, sin da quando voleva radiare dal partito il “compagno” Antonino Fontana, socio dell’ingegnere Montalbano. Ma non fece in tempo.

Nel 1997, Rino Nicolosi, ormai fuori dai giochi e gravemente malato (morirà nel 1998), decide di rivelare ai magistrati la verità sul sistema degli appalti pubblici in Sicilia, presentando un memoriale manoscritto. I riferimenti alla mafia sono sfumati, ma appare assai eloquente quello al suddetto boss Angelo Siino. L’attenzione si concentra sui “collettori” di tangenti che riguardano tutti i partiti, compreso il PCI, di cui anzi evidenzia il sistema delle “coop rosse”. Vengono citati nomi e cognomi per ciascuna compagine politica, nonché le imprese di riferimento. Ma non risulta alcun seguito, né presso la procura di Catania dove Nicolosi depositò il memoriale, né presso quella di Palermo, competente per territorio, diretta da Caselli. La stessa presso cui i sostituti Scarpinato e Lo Forte avevano chiesto il 13 luglio 1992 l’archiviazione dell’indagine “Mafia e appalti” che Paolo Borsellino avrebbe voluto approfondire.

La morte della repubblica

di Salvatore Fiorentino © 2021

Negli stessi giorni in cui c’è un generale dell’esercito in mimetica pennuta che rastrella non vaccinati, nelle stesse reti unificate, pubbliche e private (ma che differenza c’è?), che spandono nell’aere la voce del “regime democratico” instaurato nel Belpaese, dove ogni scusa è buona per inoculare il RNA messeggero dell’indole fascista della sedicente classe dirigente (sarà per mascherare la manifesta incapacità?), tra una ritirata senza dignità (e senso) delle forze (deboli) dell’Occidente dal Medio Oriente e le parole sempre più vuote (a perdere) dei leader politici, si insinua un venticello subdolo e virale che pare appartenere allo stesso ceppo della calunnia, dato che è tutto falso ma alla fine qualcosa (o qualcuno?) resterà (al Quirinale?): “il presidente Mattarella rimanga al suo posto per un nuovo mandato, è questo il sentire comune dei cittadini, delle forze politiche, delle componenti sociali; egli e Draghi sono una garanzia per il Paese“.

Così certificata la morte della repubblica (“la Repubblica-ah” sempre declamata da Mattarella nei suoi discorsi morbidenti, come fosse una divinità invisibile), non resta che fissare luogo, data e ora dei funerali (di Stato). Sicché occorrerà convertire il “Recovery Plan” in un grandioso “Cemetery Plan”, luogo al cui ingresso sarà incisa (nelle 24 lingue dell’UE) la seguente iscrizione: “Ahi serva Italia, di dolore ostello / nave sanza nocchiere in gran tempesta / non donna di province, ma bordello / Per me si va ne la città dolente / per me si va ne l’etterno dolore / per me si va tra la perduta gente / lasciate ogne speranza, voi ch’intrate“. Ma non si potrà entrare senza il “Gray Pass”, i cui criteri saranno fissati con un DPCM postumo. Anche il Tricolore sarà virato in scala di grigi, mentre l’inno di Mameli sarà soppiantato da una sinfonia di Mahler (magari l’adagietto della quinta, colonna sonora di “Morte a Venezia” di Visconti, per la gioia dei leghisti).

La Costituzione. Che fine farà? Tutto già previsto, sarà una reliquia da sistemare in un apposito tabernacolo collocato alla sommità dell’altare della patria (minuscola, ormai), dove ogni anno, per celebrare la morte della repubblica (“la Repubblica-ah“), il presidente in perpetuo si recherà a rendere le onoranze, con i Corazzieri in pompa funebre e le Frecce Tricolori (in bianco e nero) a completare il quadro. Per non sciuparla, la Costituzione non potrà più essere sfogliata, la copertina sarà marmorizzata e sobriamente listata a lutto. Inoltre, per evitare ogni colore improprio ed ogni inopportuno richiamo a simboli vitali, saranno banditi gli addobbi floreali, sicché a dominare la scena resterà il bianco travertino, eterno materiale di Roma caput mundi (ma la sindaca Raggi sarà rimossa, non servendo più, mortis causa, asfaltare strade, aprire asili nido, riqualificare le periferie).

Il lavoro. E’ sostituito dall’eterno riposo (l’obiettivo della piena disoccupazione sarà raggiunto dal governo), mentre viene abrogato il reddito di cittadinanza, dato che in una repubblica defunta si arresta la circolazione dei beni e della moneta, cessano gli scambi commerciali, né sussistono esigenze da soddisfare. I luoghi di lavoro saranno gestiti dal ministero della defunzione pubblica a scopo di conservazione museale, secondo i progetti previsti dal “Cemetery Plan”. Il presidente di Confindustria non dovrà più scomodarsi per minacciare il ministro del lavoro (ora della disoccupazione) che prevedeva penalità per le imprese che delocalizzavano la produzione (e i posti di lavoro) all’estero, né il governo dovrà più raffazzonare i provvedimenti adottati per compiacere cotanto dante causa, così come gli organi di “informazione” del nuovo regime tanatocratico non dovranno più lambiccarsi per occultarne le genuflessioni.

La giustizia. A seguito della sempiterna riforma rimarrà in funzione (gratis et amore dei) solo la “giustizia divina”, con unico ed inappellabile grado di giudizio. Quella terrena sarà sepolta (a futura memoria) in appositi “cimiteri del fascicolo”, visitabili dalle parti in causa la prima domenica di ogni mese, suddivisi in tre gironi penali (“assolti”, “condannati”, “prescritti e improcedibili”) oltre ad un unico cerchio civile, amministrativo e contabile. I magistrati ordinari e speciali saranno trasferiti d’ufficio, ma senza retribuzione, nei ruoli dei ministri di culto, secondo la libertà di orientamento religioso, che però potrà essere cambiato solo una volta ogni dieci anni. Il C.F.M. (consiglio funerario della magistratura, presieduto dal presidente in perpetuo della “Repubblica-ah“) deciderà le cappelle di assegnazione e valuterà le istanze di conversione da una corrente religiosa ad altra. Hic quondam morbo caeli miseranda coorta est.

Magistrati in fabula

di Salvatore Fiorentino © 2021

L’Italia ha sempre avuto bisogno di eroi. Nel calcio, prima emergenza nazionale, poi anche nella politica e financo nella magistratura. Gli eroi sono, guardacaso, quelli più amati, ma anche i più odiati, quelli che comunque hanno una vita, personale e professionale, che è una via crucis. La storia insegna come va sempre a finire: combattuti da vivi, adorati da morti. Negli ultimi quarant’anni, i magistrati hanno dominato la scena, progressivamente perduta dai politici, che un tempo furono statisti, ma che oggi sembrano delle larve senza midollo. Ci sono stati grandi uomini che sono stati magistrati e grandi magistrati che sono stati uomini. Non sempre la grandezza professionale coincide con quella umana. Vita, opere e omissioni.

Ulisse. Gli uomini sono distolti da molte sirene, che spesso ne segnano il destino. Il denaro in primo luogo, ma ciò vale per i più mediocri, per quelli che si accontentano davvero di poco. Li troviamo ovunque, a trafficare, prostarsi, umiliarsi, prostituirsi. Ed in questo ultimo girone, i più sventurati sono quelli che servono due padroni, come coloro che stanno con l’antimafia di giorno e con la mafia di notte. Sicché la vergogna mai provata diviene causa di incipienti calvizie o precoci incanutimenti. Attraverso vari livelli intermedi, giungiamo ai piani più alti, dove il movente non è più il vile denaro, ma il potere, sugli uomini, innanzitutto, e sulle cose. Tuttavia, il piano sommo è quello popolato da coloro che credettero di sacrificarsi per il bene.

Magistrati banditi. Nel senso di emarginati, estromessi, confinati nel loro oscuro ufficio a spalare con paletta e secchiello la marea dei faldoni discaricati da un’umanità sperduta nei gironi infernali di una giustizia che è un simulacro di sé stessa, dove i primi che violano le leggi sono coloro che dovrebbero garantirne il rispetto, dei ex machina, che si affannano per la rincorsa alla carriera, ad accaparrarsi il posto agognato, quelli che si sentono “delegittimati” non dalla stampa o dagli attacchi della politica, ma da un mancato invito ad una cena tra convitati che contano, colleghi che manovrano, le leve del potere giudiziario, che influiscono, che suggeriscono, che spartiscono posti ed incarichi agli amici di cordata.

Amara Palamara. Sembrava un tonno invece era un chinotto. Eppure, dai fasti del comando di una categoria, a capo di una corrente unicostituzionale, ma omnicomprensiva, è caduto nella rete come un qualunque pesciolino da saltare in padella, ed è oggi sulla graticola delle intercettazioni, che vengono messe in sordina dai giornalisti amici, i migliori, e che però vengono pubblicate sui giornalacci, quelli della destra, che non lo farà per fin di giustizia, ma quanto meno per vendicarsi della presunta superiorità morale della sinistra, superiorità che si scopre essere niente altro che un velo ormai sdrucito per coprire i più sordidi traffici di influenze, morali e materiali, lo scorrere carsico di corruzioni e scorribande togate e non.

Amaresca. Come la classica ciliegina sulla torta, ecco giungere, senza che sia neppure maturata troppo, la candidatura di Catello Maresca. Ministro della giustizia? CSM? DAP? No, una semplice poltrona di governatore, quello della Campania, scelta che ben si intona con quella del sindaco di Napoli, l’ex pm de Magistris, il quale tuttavia decise di dimettersi dall’ordine giudiziario per dedicarsi alla politica. Maresca brucerà tutti i vascelli alle sue spalle prima di entrare in politica? Come auspicava Rosario Livatino, uno dei pochi ad essere stato grande sia come magistrato che come uomo, dato che non nascondeva la sua perplessità su quegli uomini che entrati in magistratura si fossero fatti irretire dalle sirene della politica.

(24 maggio 2020)

Il giornalismo della politica

di Salvatore Fiorentino © 2021

“Il Giornale” di Indro Montanelli è stato un monumento della carta stampata che ha scritto la storia del giornalismo italiano, perlomeno fino ad un certo punto. Inutile dire quale. “La Repubblica” di Eugenio Scalfari (“Careful With That Axe Eugene!”, bene direbbero i Pink Floyd), più modestamente, è stato il proto-tabloid italiano per eccellenza, che nei secondi ‘80 era saldamente impugnato, e distrattamente letto, dai quei giovani post-sessantottini che, seppur con lo zainetto Invicta sulle spalle e le Nike Wimbledon ai piedi, tuttavia guardavano ancora ad oriente, radical chic in nuce, ad immagine e somiglianza di papà e mamma antiborghesi per noia, radicali per posa. Poi venne “Il Fatto Quotidiano” di Marco Travaglio.

Montanelli era il classico uomo, oltre che giornalista, tutto d’un pezzo. Come può esserlo solo chi ha attraversato l’orbe, tra una guerra e l’altra, dentro i fatti storici per fotografarli con la propria penna indelebile. Con trenta righe, diceva, si può spiegare il mondo. E forse ci riusciva anche con meno, con i suoi taglienti corsivi, Controcorrente. Conservatore, ma profondamente anarchico, allergico al potere, il suo vero amore era la stesura di un articolo, meno fare un giornale, né tanto meno gestirlo. Forse uno dei pochi esemplari di giornalista puro, che pur di rimanere fedele a sé stesso non esitò a sbattere la porta in faccia al parvenu dell’editoria (e della politica), tale Silvio Berlusconi, per fondare “La Voce”, il canto del cigno.

Scalfari è stato tutto l’opposto. Uomo da poltrona purchéfosse, stanziale oltremodo, ma specialmente consustanziale al potere, che ha idolatrato ed infine identificato con sé stesso medesimo. “Incontro con Io”, il suo libro parafilosofico, lo attesta senza tema di smentita. Si è distinto per lo stile antigiornalistico che, come è stato osservato dallo stesso Montanelli, appariva privo di capacità di sintesi, involuto, retorico, pomposo, magniloquente, sussiegoso, oracolare. Sino a giungere all’immancabile sermone domenicale con il quale narcotizzava i fedeli lettori, per la verità sempre più numerosi in un crescendo di vendite che certamente ne rinvigoriva l’ego già smisurato, sino alla certezza che il popolo di Repubblica fosse il migliore.

Se Montanelli è stato la tesi, Scalfari l’antitesi, ecco che Travaglio raggiunge, a suo modo, la sintesi. Allievo di Montanelli, rifiuta un incarico a “La Repubblica”, non apprezzandone la collocazione dichiaratamente a sinistra, prima di essere assunto stabilmente a “Il Giornale” del Maestro, che poi seguì nella breve ma intensa esperienza a “La Voce”. Imbattibile, a detta del medesimo Montanelli, come inquisitore, usa come pochi l’arma dell’archivio, che si dimostra efficace contro chi, come Berlusconi, non si cura di ricordare neppure le proprie dichiarazioni del giorno prima. Dopo l’esperienza a “La Repubblica” approda a “Il Fatto Quotidiano”, di cui diviene direttore. Ma finisce per apparire come il nume tutelare del M5S.

Così, se Montanelli propugnava un giornalismo perennemente all’opposizione del potere, quale che fosse, destra o sinistra, se Scalfari, agli antipodi, bramava per un giornalismo che venisse a coincidere con la quintessenza del potere, apparentemente sinistrorso, Travaglio, superata la fase – da ritenere in assoluto la migliore – del giornalismo d’inchiesta, pare ora cedere alle lusinghe della “politica”, ma non certo intesa come esercizio del potere quanto come incarnazione, concretizzazione, di certi ideali di legalità che, abbandonati per strada dalla gauche, sono stati riportati in auge, a furor di popolo, dal movimento pentastellato, tanto sul versante della lotta alla corruzione che alla mafia. E vale ancora cave canem?

(13 aprile 2018)

Conte e Letta, leader senz’arte

di Salvatore Fiorentino © 2021

Che la politica sia un’arte non vi è dubbio. Che ogni arte richieda un talento naturale da affinare mediante la progressiva acquisizione di una certa padronanza tecnica, non pare altrettanto in discussione, almeno affinché si possano raggiungere risultati apprezzabili. Ergo, per fare il politico occorre innanzitutto il talento, ma non può mancare neppure una certa competenza tecnica, che non è quella che si impara sui libri, ma solo grazie all’esperienza. Non è un caso che presso i Romani era previsto che ogni politico seguisse un preciso cursus honorum. Più modestamente, nella tanto deprecata “prima repubblica” un politico iniziava l’attività in età liceale, come rappresentante studentesco, per poi scalare le cariche, da consigliere di quartiere a comunale, sino a raggiungere, ove ne avesse avuto la capacità (e non sempre lecitamente), i ruoli più elevati in sede regionale e nazionale.

Questa crescita progressiva consentiva al politico di conoscere la realtà, dalla dimensione locale a quella nazionale, di confrontarsi – volente o nolente – con i cittadini, la gente comune, tra i quali vi erano i suoi elettori. Per quanto fosse mosso dall’ambizione personale, il politico imparava subito che doveva contemperarla con l’interesse quanto meno dei propri clientes, con i quali si instaurava un rapporto fiduciario, assimilabile a quello tra paziente e medico. In questo rapporto di diretta vicinanza con l’elettore, il politico assimilava i reali bisogni del popolo, le aspettative, i desideri. Lo stesso fenomeno endemico della “raccomandazione”, in quanto diffusa a tutti gli strati sociali, realizzava, ancorché in un modo improprio ed imperfetto, il principio di eguaglianza tra i cittadini, che avevano un punto di riferimento, reale ed umano, per rappresentare le loro istanze.

La degenerazione si compie quando il politico non si accontenta più di fare il “medico di famiglia”, ma vuole azzardare il salto di qualità verso il potere. Ecco che allora dimentica, abbandona, persino aborre il comune cittadino, mentre corre al servizio delle élite, sino ad umiliare la propria funzione di “deputato” del popolo. Si prostra a imprenditori, banchieri, potenti di ogni risma, ai quali vende la propria funzione in un rapporto di vassallaggio in cui a farne le spese sono i deputanti, quei cittadini che lo votano perché dia risposte alle loro esigenze, mentre questa energia elettorale viene spesa per servire chi mira a depredarli dei loro diritti fondamentali, in un ritorno ad una aristocrazia mascherata da democrazia, dove pochissimi privilegiati godono di ogni benessere e lusso che viene garantito dallo sfruttamento indiscriminato di una moltitudine popolare sempre più vasta.

Presso i Romani erano previste rigide preclusioni nel cursus honorum del politico, con limiti nel numero dei mandati e con intervalli anche di un decennio per poter ricoprire una carica. Anche l’età anagrafica era considerata come requisito di accesso alle cariche pubbliche in relazione alla loro progressiva rilevanza. Tutto ciò rispondeva alla ragione che l’amministrazione della res publica non potesse essere affidata, a prescindere dalla questione dell’onestà personale del candidatus, ad un soggetto che non avesse percorso le necessarie fasi formative per acquisire innanzitutto la consapevolezza del proprio ruolo pubblico, per sperimentarne con l’attività concreta l’esercizio delle funzioni, delle responsabilità e dei poteri affidatigli, fasi indispensabili per maturare la capacità di interpretare la realtà nel suo complesso ed elaborare una conseguente visione in prospettiva.

Come dimostra la prova dei fatti, un politico che si sia formato attraverso la crescita progressiva da un ruolo ad un altro, è quello che, a prescindere dal titolo di studio e dalle qualità personali, riesce a dare un miglior contributo alla società. Viceversa, un politico che sia stato generato in vitro dall’oggi al domani – ancorché provvisto di un curriculum zeppo di titoli accademici e professionali e certificazioni di “onestà” – per essere collocato a ricoprire un ruolo apicale, ancora peggio se alla guida di una forza politica, non potrà che fallire miseramente ai danni della collettività. Ecco perché il serenissimo Enrico Letta, ex premier per disperazione, non può essere un degno leader della principale forza del centrosinistra; ecco perché il fu “avvocato del popolo” Giuseppe Conte, ex premier per caso, non può essere un capo politico credibile di un movimento che intendeva dare voce alle istanze del “cambiamento”.

Cose nostre di Sicilia

di Salvatore Fiorentino © 2021


La Sicilia è una regione speciale. Non solo dal punto di vista istituzionale, con lo Statuto che ne sancisce l’autonomia entro l’unità politica dello Stato, ma anche, e forse soprattutto, dal punto di vista delle organizzazioni mafiose che realizzano un governo di fatto del territorio. Per un verso, ne è quindi ampiamente riconosciuta la specialità di “laboratorio” politico, spesso anticipatore, fino a divenirne determinante, di quelli che saranno gli indirizzi a livello nazionale. Mentre, per altro verso, non sembra essere stata ancora colta, perlomeno nella sua intera portata, la specialità di “laboratorio” della trattativa “Stato-mafia”, che adesso non è quella dibattuta nell’omonimo processo tanto avversato e vilipeso di cui si sta celebrando l’appello a Palermo, bensì quel “sistema” di governo che mette attorno ad un tavolo essenzialmente tre componenti, la politica e l’imprenditoria (nei rispettivi segmenti disponibili o addirittura in cerca di collusioni e corruzioni) con le organizzazioni mafiose. Siedono allo stesso tavolo: una politica incapace di produrre consenso libero e democratico, che ha così tutto l’interesse a mantenere lo stato di “sottosviluppo”; un’imprenditoria restia ad accettare i principi della libera e leale concorrenza, che quindi sostiene l’affermazione di una politica clientelare, manipolatrice degli appalti e delle concessioni pubbliche; le organizzazioni mafiose, che ben lungi dall’operare come un sistema coerente e coeso, muovono dall’obiettivo di produrre ricchezza in modo parassitario, saccheggiando lo Stato. Unicuique suum. Con chiese, massonerie, servizi segreti e magistrature sullo sfondo.
Questo tavolo a tre gambe, che sembra alludere alla Trinacria, regge bene finché le tre componenti che lo supportano riescono a trovare un accordo in esito alle molteplici “trattative”, che di volta in volta, vengono dipanate e decise con buona pace dei contraenti. Accade, tuttavia, che una gamba del tavolo non sia d’accordo neppure con sé stessa. Come è accaduto con le Cose nostre che si diversificano tra Occidente e Oriente, da un lato i Corleonesi di Riina che in un primo momento favoriscono l’ascesa del boss catanese Nitto Santapaola, ai danni del predecessore Giuseppe Calderone, perché ritenuto più idoneo alla nuova strategia stragista, salvo poi volerlo eliminare per il motivo che lo stesso Santapaola si opponeva alla esecuzione di delitti eccellenti in territorio etneo, al contrario di quanto invece avveniva, in modo reiterato ed eclatante, nel palermitano. Eppure il “cursus (dis-) honorum” del Cacciatore (questo il nomignolo affibbiato al boss catanese per la sua efferatezza, ma per l’appunto solo fuori dal proprio territorio) è di tutto “rispetto” nonché illuminante per tracciare quel reticolo di collusioni tra politica, imprenditoria e mafia sin dagli anni ‘80, a cominciare dalle vicende torbide della ricostruzione post terremoto nella Valle del Belìce, un cui rivolo conduce sino all’assassinio del presidente della regione siciliana Piersanti Mattarella, sino a giungere al famigerato caso dei “Quattro Cavalieri dell’Apocalisse Mafiosa”, che pare collegarsi alla strage di via Carini, in cui viene assassinato il prefetto di Palermo Dalla Chiesa senza che sia risparmiata la giovane moglie.

Risulterebbe, infatti, che Nitto Santapaola abbia partecipato alla missione di fuoco, il 13 agosto 1980, per eliminare il sindaco di Castelvetrano Vito Lipari, divenuto scomodo perché (ne riferisce un articolo di Mario La Ferla apparso su “L’Espresso” nel 1981) avrebbe scoperto una grande truffa nel piano di ricostruzione della Valle del Belìce, relativamente al cosidddetto “piano numero quattro” che ricomprendeva dieci comuni. Un collegamento di questo delitto con quello del presidente della regione Piersanti Mattarella fu rinvenuto nel corso delle indagni, dato che lo stesso Mattarella, l’anno precedente, aveva voluto un riesame del suddetto “piano numero quattro”, allo scopo di comprendere quali fossero state le manipolazioni realizzate ed eventualmente provvedere alla sua corretta riformulazione. E ritroviamo il nome di Nitto Santapaola anche dietro la strage di via Carini, eseguita il 3 settembre 1982, in un’Italia stordita dagli allori freschi della nazionale di calcio campione del mondo al cui tributo si era unito l’entusiasta presidente della repubblica Sandro Pertini. Tra le ipotesi investigative, quella che riguarda l’interessamento di Dalla Chiesa su i costruttori di Catania (Rendo, Costanzo, Finocchiaro, Graci), mediante una richiesta di informativa alla prefettura etnea, dalla quale emersero rapporti “necessitati” dei suddetti imprenditori con la mafia locale. Dalla Chiesa ebbe a dichiarare, nell’intervista rilasciata a Giorgio Bocca il 10 agosto 1982, che alla mafia palermitana si stava affiancando quella catanese, dato che i maggiori imprenditori etnei si accaparravano gli appalti a Palermo.

Mafia e appalti. L’inchiesta condotta da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, col supporto del ROS guidato dall’allora colonnello Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno, tra la fine degli ‘80 e il 1992, aveva fatto emergere per la prima volta l’esistenza di un comitato tra la mafia, la politica e l’imprenditoria, toccando ambienti anche di rilievo nazionale, finalizzato alla spartizione degli appalti pubblici in tutta la Sicilia, anche se va rilevato che dall’informativa che il ROS consegnò a Falcone sarebbero stati “depurati” i nomi di alcuni influenti politici siciliani della DC coinvolti: Salvo Lima, Rino Nicolosi e Calogero Mannino. Ed è qui che si dividono le strade di chi oggi ritiene, per un verso, che Falcone e Borsellino furono eliminati perché stavano scoprendo ciò che avrebbe fatto deflagrare lo Stato, già provato alle fondamenta dall’inchiesta di “Mani Pulite”, e chi invece, per altro verso, ritiene, anche alla luce delle recenti sentenze, ancorché in primo grado, dei processi “Borsellino quater” e “Trattativa Stato-mafia”, che i due magistrati palermitani furono sacrificati sull’altare di un pactum sceleris tra lo Stato e la mafia, che rinegoziavano il loro atavico rapporto costitutivo, inaugurato con lo sbarco anglo-americano nell’Isola, per la liberazione dal nazifascismo. Fatto sta che l’inchiesta “mafia e appalti” fu archiviata su richiesta presentata il 13 luglio 1992 dagli allora sostituti procuratori di Palermo Roberto Scarpinato e Guido Lo Forte, vistata il successivo 22 luglio dal procuratore capo Pietro Giammanco ed accolta il 14 agosto, sempre del 1992, dal gip Sergio La Commare.

Collettori insospettabili. Messo sotto accusa dalla procura di Catania, l’ex presidente della regione Rino Nicolosi presenta un memoriale nel quale offre una radiografia del sistema “Sicilia”. Come viene riferito in un articolo del quotidiano “La Repubblica” del 8 ottobre 1997, non c’era un unico centro di raccolta per la spartizione delle tangenti da calcolare su i circa 30 mila miliardi di lire di spesa in appalti della Regione siciliana dal 1985 al 1991, né una gestione “ragionieristica”, ma una sorta di “gentleman agreement”, seppur ancorato a regole precise ancorché senza la “volgarità” di riferimenti diretti a singoli appalti e percentuali di spettanza. Nicolosi indica 23 leader politici, che sarebbero stati i grandi collettori dei flussi di denaro per finanziare la politica: il primo nome è il suo. Seguono gli ex ministri Calogero Mannino e Sergio Mattarella, i “colonnelli” di Andreotti a Palermo e a Catania, Salvo Lima e Nino Drago, l’ex sottosegretario messinese Giuseppe Astone, il siracusano Vincenzo Foti. Del Pci cita l’eurodeputato Luigi Colajanni, l’ex presidente dell’ARS Michelangelo Russo, gli ex segretari regionali Adriana Laudani e Angela Bottari, l’ex assessore regionale Gianni Parisi. E poi i socialisti: gli ex ministri Totò Lauricella, Salvo Andò e Nicola Capria, gli ex assessori regionali Filippo Fiorino e Turi Lombardo. Del Pri fa altri tre nomi: l’ex ministro Aristide Gunnella, l’allora sindaco di Catania Enzo Bianco, l’ex parlamentare Salvatore Grillo Morassutti. Infine, ancora tre i socialdemocratici: l’ex ministro Carlo Vizzini, gli ex assessori regionali Pasquale Macaluso ed Enzo Costa.

(15 giugno 2019)

Post scriptum

Quando un sabaudo scende in Sicilia, anche con le migliori intenzioni, si chiami Chevalley o Gian Carlo Caselli, il risultato non cambia. Ma va ancora detto che, come ben arguiva il Principe di Salina, questi nordici che vorrebbero risvegliare i siciliani, in fondo, non portano veri doni a chi si crede perfetto e vuole continuare a coltivare il suo atavico oblio. Dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, Caselli chiede ed ottiene di fare il procuratore capo a Palermo, non tanto per vendicare i colleghi Falcone e Borsellino quanto per istruire il processo alla “prima repubblica” ed in particolare nei confronti di Giulio Andreotti, in parallelo a quanto si svolgeva a Milano con “Mani pulite”, in cui il principale obiettivo era il “lider-maximo” Bettino Craxi. Milano-Palermo come asse per rivoltare l’Italia e consegnare il potere alle sinistre, ancorché per via giudiziaria e financo “antimafiosa”. Come avveniva ai tempi del “Gattopardo”, anche ai tempi nostri il “sabaudo” dovette così fare ritorno nel nord Italia senza aver, in sostanza, ottenuto nulla, ma anzi lasciandosi alle spalle qualche strascico sgradevole, come la annosa polemica sulla mancata perquisizione del “covo” di Totò Riina, subito dopo il suo arresto, concordato o meno che fosse, in esito a quella che si prospetta quale “Trattativa Stato-mafia”, e sulla quale si sta celebrando il processo d’appello dopo le condanne ottenute dal pm Nino Di Matteo in primo grado. Nel frattanto, non era stata certo la sinistra a prendere il potere, ma un certo Silvio Berlusconi, il parvenu della politica che riuscì a catalizzare il consenso popolare e mafioso su di sé.

Tuttavia, Caselli non fa una bella figura al processo d’appello, quando nello scorso novembre viene sentito proprio su questo episodio anomalo della mancata perquisizione dopo l’arresto del “capo dei capi” corleonese. Come mai dovrebbe fare un vero capo, sia esso procuratore della repubblica o al vertice di qualsiasi gruppo di lavoro, Caselli “scarica” la responsabilità sulla polizia giudiziaria, affermando di essersi fidato del capitano “Ultimo” (Sergio De Caprio), che aveva condotto l’operazione di cattura di Totò Riina a Palermo, tradendo nel linguaggio un certo nervosismo: “De Caprio era in quel momento un eroe nazionale, aveva messo le manette al mitico, nel senso negativo del termine, Totò Riina. Ma questa sospensione, questo ritardo subordinato alla sorveglianza del sito che venne interrotta subito senza dirci nulla è una brutta pagina, pessima”. Nel corso dell’audizione, Caselli continua a giustificarsi, affermando che avrebbe ricevuto dall’allora colonnello Mori rassicurazioni sul fatto “che il mancato avviso [della omessa perquisizione] rientrasse nella autonomia decisionale ed operativa della polizia giudiziaria”. Nè, afferma ancora con riferimento a Vito Ciancimino, “mai e poi mai ho voluto conoscere cose riguardanti i confidenti”. Ma Di Caprio non le manda a dire: “Quindi l’eroe nazionale per la lotta al terrorismo, giudice Gian Carlo Caselli, aveva sudditanza psicologica verso il Capitano Ultimo. È questa la vera brutta pagina che emerge oggi. Chi aveva la responsabilità e il dovere di eseguire la perquisizione nel covo di Riina la deve assumere di fronte alla storia”.

(12 gennaio 2020)

La sinistra che non c’è

di Salvatore Fiorentino © 2021

Nessun uomo è un’isola”, poetava l’inglese John Donne, mentre il suo connazionale Thomas More romanzava di una fantomatica isola, “Utopìa”, nella quale si sarebbe realizzata una società ideale, sogno rinascimentale di una convivenza pacifica e regolata dalla cultura e dall’etica, ispirata da “La Repubblica” di Platone. Ma l’isola felice non c’è. Così come la sinistra italiana. Si potrebbe dire che il processo di dissoluzione sia iniziato con l’eurocomunismo di Enrico Berlinguer, con lo strappo dalla casa madre URSS e l’avvicinamento alla Democrazia Cristiana di Aldo Moro. Perché sia USA che URSS concorsero nell’omicidio, tutto politico, dello statista italiano, servendosi quale paravento del braccio armato delle Brigate Rosse, a quel tempo già infiltrate dai servizi segreti di mezzo mondo.

Nel frattanto, la controfigura di Romano Prodi si esercitava con le sedute spiritiche, guadagnandosi i titoli per guidare una falsa sinistra europeista e democratica. Per poi consegnare, dal 1996, le vite degli italiani ai poteri tecnocratici dell’ipercapitalismo finanziarizzato e privo di controllo politico, un nuovo medioevo dei diritti dei cittadini, dei lavoratori, degli imprenditori, di tutti coloro che rendono una nazione vitale e produttiva. L’opera fu completata dal Talleyrand de’ noantri, al secolo Massimo D’Alema, che si prese il merito di resuscitare un ormai spacciato Berlusconi, che così nel 2001 tornò al governo. Sino alla riapparizione, nel 2006, di un ormai logorato Romano Prodi, che solo dopo due anni dovette cedere il passo all’immarcescibile Cavaliere di Arcore.

Ma dal 2011 al 2013 la tecnocrazia europeista prese nuovamente il sopravvento, con il governo di Mario Monti. Nel frattempo la sinistra si era nebulizzata, finché alle elezioni del 2013 il Partito cosiddetto Democratico riusciva ad esprimere un proprio presidente del consiglio, con Enrico Letta, anche se a capo di una grande coalizione tra PD e PDL ed altri, a baluardo contro il M5S. “Stai sereno, Enrico”: dopo le ultime parole famose di Renzi, la speranza che si dicesse o, ancor meglio, si facesse qualcosa di sinistra cessò del tutto.

Il bullo di Rignano, senza passare dalle urne, si mise a capo del governo dal 2014 al 2016, completando il lavoro che neppure la destra berlusconiana e la tecnocrazia montian-forneriana erano riusciti a portare avanti, ossia la definitiva destrutturazione dei diritti e delle tutele dei lavoratori, con l’abolizione dell’art. 18 dello Statuto e l’introduzione del Jobs Act, fallendo solo nell’azzardo di manomettere la Costituzione a colpi di fiducia, nel silenzio delle istituzioni di garanzia, bloccato solo grazie al voto contrario dei cittadini nel referendum confermativo.

Nel 2018 il M5S vince le elezioni e si tenta in tutti i modi di non affidargli il governo del paese. Il presidente della Repubblica, di provenienza PD ed eletto dal PD, ha già in tasca il nuovo governo tecnocratico, ma alla fine, sotto la minaccia di impeachment, conferisce l’incarico a Giuseppe Conte, che è così chiamato a guidare un inedito governo “giallo-verde” contro cui i “democratici” scendono in piazza perché attua misure concrete per la coesione sociale e la crescita sostenibile, ossia ciò che ci si sarebbe atteso dalla sinistra. Che non c’è.

(12 maggio 2019)

Post scriptum

Caduto il governo Conte giallo-verde, perché i “democratici” dovevano a tutti i costi governare nonostante sconfitti alle urne, si insedia il governo Conte giallo-rosa: esce la Lega ed entra il PD. Ma l’esito è infausto, aprendosi nuovamente la strada alla tecnocrazia europeista, stavolta rappresentata dal banchiere Mario Draghi, il “migliore”. Sino al punto che in appena sei mesi di governo ha raggiunto l’impunità di gregge con la pseudo riforma della giustizia e ha dato la stura ai licenziamenti di massa.

E nonostante al dicastero del lavoro sieda un ministro “democratico”, assecondando i diktat di Confindustria e dei poteri finanziari, che vogliono il popolo stremato e ridotto in condizioni di non poter pensare e quindi agire, disgregandolo sicché da impedire ogni forma di protesta organizzata. Con un generale dell’esercito a capo della struttura commissariale per la lotta alla pandemia che ora si è convinto di poter stanare chi non si vaccina. Dire dittatura, dire regime, sembra fuori luogo. Infatti vi è di più. E’ la sinistra che non c’è.