La “questione politica” dietro le stragi

di Salvatore Fiorentino © 2021

Berlinguer errava credendo che fosse la “questione morale” la priorità per l’Italia, mentre quella era solo un riflesso di qualcosa di molto più grande e rilevante: la “questione politica”. Eppure ai tempi del leader comunista la politica ancora esisteva nel Belpaese, ed esistevano figure consapevoli del primato della stessa, le quali avevano maturato un certo orgoglio per la difesa dei confini e degli interessi nazionali, e non certo dalle malferme imbarcazioni di disperati migranti in fuga dalle atrocità dei loro paesi di provenienza, quanto dalle poderose portaerei battenti le bandiere di paesi atlanticamente “alleati”. Anche se tra queste figure della politica vi furono quelle, pure autorevoli, che decisero di schierarsi per la “deindustrializzazione” dell’Italia: Andreatta, Ciampi, Prodi e i loro boys.

Mario Draghi, allora direttore generale del ministero del Tesoro, era uno di questi giovani rampanti alla corte di chi voleva svendere l’Italia al peso dell’euro e fu il più bravo, così da guadagnarsi onori e allori per una carriera che oggi si compie con l’incarico di premier e, presumibilmente, come fu per Ciampi, con quello di prossimo presidente della Repubblica. Con le “privatizzazioni” il Belpaese si privò dei gioielli di famiglia, senza ricevere una adeguata contropartita, ma soprattutto recidendo le radici del proprio futuro, restando del tutto privo di una politica industriale, asservendosi agli interessi britannici, tedeschi e francesi dal punto di vista economico-finanziario e monetario, il che si andava ad aggiungere alla perdita di sovranità geopolitica già scontata nei confronti degli americani.

Paradossalmente, gli ultimi baluardi della sovranità politica ed economica dell’Italia furono quei “dinosauri” contro cui si scagliò l’ingenuo furore popolare, artatamente aizzato da una improvvisa ma pianificata ventata di “giustizialismo”, che servì a radere al suolo la cosiddetta “prima repubblica”, oggi rimpianta col senno del poi persino da un ex magistrato “giustizialista” come Antonio Ingroia, atteso il vuoto politico che l’ha succeduta. E’ peraltro noto che figure come quelle di Andreotti e Craxi, controverse quanto si vuole, si batterono per garantire la sovranità nazionale rispetto al piano di smantellamento industriale ed economico-finanziario ordito dai sedicenti “progressisti” italici, in verità la quinta colonna di quei poteri extranazionali che li avevano cooptati per il compimento dei loro disegni.

Ecco perché avvennero le stragi del 1992, di Capaci e via D’Amelio, ed ecco perché queste stragi non possono, logicamente e cronologicamente, essere ascritte a qualsivoglia “Trattativa Stato-mafia”. Le stragi, insieme al ciclone di “Mani pulite”, furono la spallata definitiva alla “prima repubblica”, polverizzando ogni resistenza verso il compiersi di quel disegno che vedeva l’Italia dover soggiacere alle mire di altri interessi extranazionali. Perché mai Cosa nostra avrebbe dovuto causare la reazione dura ed intransigente dello Stato, inevitabile dopo due eventi così clamorosi? E perché mai lo Stato avrebbe dovuto trattare con chi poteva annientare se solo ci fosse stata la volontà, come appariva esserci con la chiamata di Falcone al ministero di giustizia al tempo del governo Andreotti?

Come accadde al tempo della liberazione dal regime nazifascista, Cosa nostra si mise a disposizione, consapevole che ne avrebbe ottenuto una conveniente contropartita, di quei poteri extranazionali che volevano abbattere la “prima repubblica” non tanto per soppiantarla con un’altra più gradita quanto per ottenere la definitiva distruzione di ogni capacità politica dell’Italia, rendendola per sempre inabile a governarsi e soprattutto ad opporsi a qualunque disegno ordito a discapito degli interessi nazionali e dei suoi cittadini. Ecco perché appare credibile quanto da ultimo riferito dal killer mafioso Maurizio Avola circa l’inesistenza di personale dei servizi segreti italiani nel teatro della strage di via D’Amelio. C’era solo Cosa nostra. E non occorre neppure scoprire i mandanti internazionali.

23 maggio 1992: Falcone fermato prima che inchiodasse i “comunisti”

di Salvatore Fiorentino © 2021

Non furono stragi di Stato. Non ci furono mandanti nazionali, né istituzionali né deviati. Falcone e Borsellino furono spazzati via, con modalità volutamente eclatanti, per dimostrare che col “gioco grande” a niente e nessuno è permesso di frapporsi come ostacolo. Né se animato dal fuoco sacro dell’ambizione professionale corroborata dalla fondata fiducia nelle proprie capacità (Falcone), né se mosso da un senso dello Stato (meglio dire Patria) talmente elevato da sconfinare nel martirio consapevole (Borsellino). Chi governa veramente in Sicilia aveva deciso che non si poteva fermare la marcia degli eredi del PCI verso la conquista del potere, perché era giunto il tempo di voltare la pagina che aveva visto la Democrazia Cristiana e i suoi alleati governare per decenni l’Italia.

Così, se “Mani pulite” aveva messo in ginocchio il pentapartito, decretando la fine della “prima repubblica”, dalla Sicilia le indagini sul mai reciso rapporto tra politica e mafia non dovevano giammai raggiungere i “graziati” dal rito ambrosiano, i tanto vituperati “comunisti”. Falcone era notoriamente uomo inviso alla sinistra e specialmente alla magistratura di sinistra, e fu accusato senza neppure troppi veli di aver favorito Andreotti e conseguentemente l’establishment del tempo, DC e PSI in primis, visto che avrebbe tenuto nei cassetti dossier scottanti che coinvolgevano la corrente del divo Giulio in Sicilia. Mentre continuava a scoperchiare gli affari torbidi di Ciancimino che sembravano non aver avuto soluzione di continuità durante la “primavera palermitana” di Leoluca Orlando.

E’ evidente che se Falcone avesse “inchiodato” i “comunisti”, come pare fosse in procinto di fare sugli sviluppi del famigerato dossier “Mafia e appalti”, la storia d’Italia sarebbe stata diversa da quella che invece fu. La presa del potere degli eredi della sinistra, seppur sotto le mentite spoglie di un processo “democratico” dove i rimasugli della tradizione democristiana servivano nel ruolo di foglia d’ulivo, ancorché disturbata dall’irrompere del berlusconismo difatti divenuto obiettivo sensibile della magistratura “rossa”, non sarebbe potuta accadere se Falcone prima e Borsellino dopo avessero scoperchiato l’antico ed inconfessabile rapporto tra mafia, appalti e PCI, quello stesso che Pio La Torre aveva compreso e intendeva estirpare nel partito siciliano, venendo eliminato per questo.

Del resto, dopo la strage di Capaci, Borsellino aveva riferito di aver scoperto qualcosa di molto più grave di “Tangentopoli”, in fondo solo un fenomeno di corruzione e finanziamento illecito ai partiti che aveva destato scandalo ma non troppo, visto che in Sicilia si era nella culla del rapporto consustanziale tra mafia, imprenditoria nazionale e politica, con la novità che i presunti portatori della “questione morale”, gli “antimafiosi” per antonomasia, ne erano coinvolti come tutti gli altri e forse persino di più. E poiché Borsellino era un magistrato che non avrebbe mai accettato alcun compromesso, né era vicino alla magistratura di potere intrisa di ideologia e di complessi di superiorità verso la politica, dovette essere sacrificato perché il “gioco grande” potesse trovare attuazione.

La frettolosa archiviazione di “Mafia e appalti”, proposta tra le due stragi di Capaci e via D’Amelio, e decisa alla vigilia di uno dei ferragosto più infuocati della storia d’Italia, fu evidentemente figlia di quel clima di terrore, dove un nemico più grande e invicibile di uno Stato incombeva seppur invisibile ed impalpabile. E a tal proposito non può tacersi che sembra verosimile quanto da alcune parti sostenuto circa una presunta “pista americana”. Eppure sembra intravedersi la stessa mano che al tempo della liberazione dal giogo nazifascista si era avvalsa della “manodopera” di Cosa nostra, dando in ricompensa i comuni dell’Isola ai notabili uomini d’onore, tanto a Corleone quanto a Castellammare del Golfo. In una terra dove il sangue dell’agnello finisce per confondersi con quello del lupo.

Atomic premier

di Salvatore Fiorentino © 2021

Il governo Draghi passerà alla storia. Sarà per la politica quello che è stata la bomba per Hiroshima. Chi lo ha sganciato sull’Italia forse se ne pentirà per il resto dei suoi giorni, non potendo credere all’effetto devastante che perdurerà per i prossimi decenni. Ma chi ne ha pianificato l’operazione potrà compiacersi di aver raggiunto il suo cinico obiettivo. Quello di radere al suolo ciò che rimaneva dell’espressione della volontà dei cittadini, che si era manifestata con una forza di estrazione popolare, un’onda che è cresciuta dal basso, quel Movimento Cinque Stelle che non pochi imbarazzi ha creato nell’establishment. Con la mobilitazione di ogni risorsa conservatrice e restauratrice per imbrigliarne l’energia che sembrava incontenibile. Ecco che non rimaneva che l’opzione zero del banchiere europeo.

E non è un caso che la lega salviniana, quella più istintiva e rudimentale, si trovi a disagio in questa compagine governativa, un giorno scalciando l’altro tornando indietro sui propri passi. Così come non è un caso che questo governo sia sostenuto dalla principale forza parlamentare uscita dalle ultime elezioni, ormai addomesticata e ricondotta alle ragioni che per mandato popolare doveva invece avversare, in una metamorfosi che neppure Ovidio saprebbe oggi descrivere. Basti pensare che il super ministero alla “transizione ecologica” doveva essere il fulcro di quel “cambiamento” tanto agognato. Tanto è vero che non solo il dicastero non è stato attribuito ad un esponente M5S, ma ora diventa la sede proponente del ritorno all’energia nucleare, oltre ad autorizzare le trivellazioni in mare.

Tutta l’agenda politica e programmatica affidata da chi sta nell’ombra all’ex banchiere europeo, sotto le mentite spoglie del Recovery Plan prospettato al popolo ormai fiacccato dalla pandemia come la terra promessa, non è altro che una precisa strategia restauratrice di matrice iperliberista che si dimostra come un ultimo e per certi versi disperato accanimento terapeutico per tenere in vita (“whatever it takes”) un modello socio-economico che da decenni ha mostrato il suo fallimento, quello della “crescita infinita in un mondo finito”. Che distruggerà sé stesso se non ne sarà soppiantato da uno nuovo che consenta la rigenerazione delle risorse e la sostenibiità dei consumi. Il propellente del primo è il denaro, che libero dal bilanciamento delle ideologie, brucia pericolosamente.

Il denaro è divenuto la prima forma di dipendenza in questo modello malato, il valore ultimo da idolatrare, in nome del quale commettere ogni più efferato delitto. Non c’è più scrupolo ad inquinare il territorio persino con rifiuti altamente pericolosi per la salute umana, non c’è più remora ad immettere nella catena alimentare prodotti tossici che minacciano l’integrità fisica e mentale di coloro che saranno i fedeli “clienti” di un sistema della sanità che è concepito per lucrare dalla malattia e non per debellarla, in un evidente e diabolico circuito vizioso. Ogni attività umana è così piegata al profitto, scivolando facilmente nel baratro del mercimonio ed in balia della turbine della corruzione, che è prima di tutto morale ed intellettuale, conseguenza di una patologia sociale cronica.

Non ci deve essere ostacolo a questo disegno iper restauratore e pertanto devono essere mortificate tutte quelle attività che consentono al cittadino in formazione la generazione di ogni senso critico, la capacità di discernere per poi contestare quel “potere” che devii dall’alveo del bene comune e dei cardini di giustizia e libertà che sono come l’acqua e l’aria per ogni società civile, beni scontati ma vitali che si apprezzano solo quando scarseggiano. Ecco bell’e pronte le “riforme” della giustizia, del mondo del lavoro, della pubblica amministrazione, nel senso gradito a chi vuole comprimere la libertà del cittadino per renderlo suddito, non dandogli possibilità di scelta ma solo percorsi predefiniti, forza produttiva da sfruttare all’osso per poi gettarlo consunto nell’immensa discarica sociale.

La moglie di Giulio Cesare

di Salvatore Fiorentino © 2021

La moglie di Giulio Cesare non deve neppure essere toccata, sfiorata, lambita. Dal sospetto. Tutti sanno, tutti conoscono, tutti additano, tutti sparlottano, ma non si può dire, non si deve dire, non sia mai che si dica, non si arrischi nessuno a dire, ma neanche a pensare, che la moglie di Giulio Cesare non sia ben più, incommensurabilmente di più, che al di sopra. Di ogni sospetto. Ipocrisia non richiesta, prova manifesta. Sicché l’accusa censura sé stessa, in una goffa ridondanza morale, che è poi la summa dell’immoralità occultata ancorché conclamata. Corruzione. Di gesta, di movenze, di scambi all’insegna del do ut des, del tanto peggio quanto meglio, dell’ignoranza elevata a sapienza, facili costumi, sino alla decadenza.

Piazzale Clodio. Addirittura vi sorge la procura, nel luogo intestato a chi la indusse in corruzione. La moglie di Giulio Cesare. Generale, della repubblica, dei minori, poco importa. Sempre presso il tribunale della doppiezza, della falsa innocenza, della onestà sbandierata come lenzuola stese dalle vajasse napoletane, con il dovuto rispetto per costoro. Mentre sedicenti altolocate signore, che da una vita vezzeggiano tra francesismi e noblesse oblige, non possono tenere il passo, per la loro dichiarata indecenza culturale, all’ultima popolana analfabeta. Che ha magari allevato la prole nella miseria, ma senza mai fare mancare sulla tavola la dignità, di un tozzo di pane guadagnato al caro prezzo dell’onestà. Vera.

Sinistra. La moglie di Giulio Cesare. Da paura, senza che costei possa rendersi conto di quanto è grottesca la vernice rossa che si stinge, che si dirada, che si crepa, lasciando a vista il muro della putritudine immorale accumulata come la muffa centenaria, che non è estirpabile, connaturata e congeniale con l’architettura che l’ha generata, destinata a viverne meschinamente ed infine perirne miserevolmente. Legalitaria del sabato sera, intellettuale da strapazzo, l’adulazione e la doppia morale sono le sue armi dilette, adoperate senza scrupoli ed imbevute in uno charme che è naturalmente sfiorito, essiccato, degenerato in una smorfia sardonica, che ne ha rivelato, al tramonto di una vacua esistenza, il vero volto della coscienza.

Simul stabunt vel simul cadent. La moglie di Giulio Cesare e il suo augusto consorte sono assurti insieme, in un bagno di rosso finto, agli onori ed agli allori, sino a rampicare le vette della società che si rispetti, che non tiene rispetto verso alcuno. Adusa ad usare ed abusare del prossimo per saziare la propria famelica ambizione, presto resa irresistibile dall’horror vacui generato dall’assenza innata di talenti di alcuna specie, laddove la mediocrità è regina sovrana, imponendosi con l’artifizio sguaiato, con l’inganno ridicolo e la dissimulazione spudorata, con lo scambio di cointeressenze e dei favor rei, con l’abilità di mentire senza ritegno a sé stessi prima ancora che all’altro da sé, abitando una casa priva di specchi.

Sans fin. Vergogna, ignominia, abominio, indegnità, turpitudine, corruzione in atti concorsuali, come una Angelica Sedara qualunque che, per nemesi romanzesca, si veste dei panni improbabili di protettrice di una nobilotta provinciale, discesa dalla padania con somma umiliazione perché ormai in preda all’agonia di un blasone svuotato di ogni sostanza, erosa dalla disperazione di trovare allocazione purchessia, all’amaro e torbido costo di giungere alla punta estrema della terra di Sicilia, tra terroni e mascalzoni pronti a piegare le ginocchia, avendo altrove trovato non altro che porte chiuse e portoni sbarrati alla prepotenza, verso l’invasore, lo straniero che nulla abbia da dare ma solo tutto da prendere.

(3 agosto 2019)

C’era una volta l’università

di Salvatore Fiorentino © 2021

Degrado, degrado, degrado … non si parla d’altro, ai tempi d’oggi, nell’università. “Bandita”. “Wanted”. Ormai ridotta al simulacro di un Far West, ovviamente secondo l’estetica dello “spaghetti western”, dove il primo che arriva pianta una tenda e si appropria della terra promessa, per poi difenderla dai predatori tardivi, dato che nel furto della proprietà (che si definisce, per l’appunto, “privata”) occorre essere pionieri, in ossequio al motto secondo cui chi dopo arriva male alloggia. O sloggia. Università come una loggia, super ed atipica, con facce da mostro che si aggirano per i dipartimenti, meschini che un tempo furono cooptati, perché incapaci di dedicarsi a qualunque attività produttiva, nel mondo reale e fattuale.

Chi sa fa, chi non sa insegna. Quanti accademici per caso, con gli occhialoni a fondo di bottiglia, secchioni senza midollo né personalità, complessati e paraventati dietro polverose biblioteche. Eruditi per necessità, ma mai colti, se non in flagranza, nella adulterazione di concorsoni a cattedre sempre più instabili e insozzate, ma anche nella molestia ai danni di giovani provincialotte assai cedevoli al fascino del “professore”, fedifrago perbenista, nella migliore tradizione del cittadino, anzi dell’accademico, al di sopra di ogni sospetto. Touché. Al cospetto di cotanti sedicenti intellettuali, ora anarchici, ora radicali, ora sinistri da paura, rischiano di passare per giganti i modesti democristiani, tutti casa, famiglia e clientelismo.

Il tempo delle mele marce. E’ ormai il cesto ad esserlo, le mele sane sono mosche bianche. Si salva solo chi è uscito per tempo, quando non si era ancora formata la crosta, proprio come arguiva il principone di Salina nel sempreverde Gattopardo, ché tutto cambi affinché tutto resti immutabile. Si salva chi ha relazioni internazionali, perché indotto a virtuosi costumi, quanto meno non infetti come quelli della culla del nulla. Rettori fuori, avanti un’altro, uno dopo l’altro, tanto è lo stesso, l’accordo si trova, attorno al tavolo del banchetto accademico, dove si spartiscono quarti di incultura, dove siedono vincitori e vinti, che si credono ancora il sale della terra, mentre restano soltanto iene e sciacalletti. Che degrado, degrado, degrado …

Golden Boys. Come il Gatto e la Volpe, accademici per sbaglio, nelle loro scorribande agivano in combinato disposto, dividendosi i compiti, ciascuno secondo le proprie attitudini al raggiro, alla subornazione, all’adulterazione, al rampantismo. Obiettivo comune fare incetta di incarichi, finanziamenti, consulenze, nomine, valendosi del fiancheggiamento, più o meno interessato, di politici in auge, sempre sotto la copertura di vetusti e potenti baroni che in privato destestavano, ma pubblicamente blandivano ed ossequiavano come novelli escort del sapere, in una spudorata prostituzione intellettuale e morale delle coscienze e delle scienze, finché non seppero quale volto mostrare, quale barba finta indossare, quali occhiali inforcare.

Fuga per la sconfitta. Finito il tempo degli onori, è l’ora della resa dei conti. La sconfitta è bruciante, inattesa ed ingestibile. Sicché i generali in capo fuggono dalle casematte del potere, cosa loro, ormai scoperchiate come un verminaio a cielo aperto, dove comprimari e controfigure continuano ad agitarsi, a credersi ciò che non sono mai stati, uomini di scienza. Senza coscienza. Dal giaciglio del pensionamento dorato tentano di esercitare improbabili moral suasion, di catturare l’attenzione di una audience che hanno spasmodicamente bramato per tutta la loro lunga e sterile vita accademica, immiserendosi sino al punto di diventare promoter del brand di famiglia, delle prodezze della loro degenere progenie.

(13 luglio 2019)

La caduta degli asini volanti

di Salvatore Fiorentino © 2021

Mentre la nave sta affondando, uno dopo l’altro i magnifici rettori scappano. Si salvi chi può. C’è chi si dimette dalla carica, chi chiede il prepensionamento, chi si defila dalle ribalte accademiche. Arriva uno stentoreo comunicato alla stampa, per dire, ma non sembrano crederci pure loro, che l’università non è una associazione per delinquere, perché se è vero che la questione dei concorsi è un problema, le cause vanno ricondotte alla riforma Gelmini. Per la verità, si dovrebbe andare più indietro, sino alla riforma Berlinguer, che ha consentito il criterio del “cretino locale”, in nome di una falsa autonomia degli atenei, che ha finito per produrre triangolazioni tra sedi diverse, cordate elettorali, e scambi di favori e di posti.

Chi era stato “bocciato”, ed anche più volte, quando i concorsi erano nazionali, un minuto dopo la riforma Berlinguer ha iniziato a volare. Da asino certificato, senza arte né titoli, improvvisamente si è tramutato in un cavallo alato, che ha scalato le tappe, bruciandole. Adesso si capisce a che prezzo per la comunità, per il futuro dei giovani, per le prospettive di sviluppo del territorio, dato che ogni ateneo rappresenta un motore propulsivo fondamentale se riesce a svolgere correttamente la propria funzione sociale, culturale ed economica, aprendosi alla collettività, in tutte le sue componenti, piuttosto che divenire una corte a capo di un sistema feudale dove consumare intrighi e lotte intestine parassitarie e depauperanti.

E’ accaduto che si venisse rinchiusi nell’ufficio del preside di turno, per subire delle chiare minacce, però fatte con bonaria perfidia: “Perché hai presentato la domanda? Questo non è il tuo concorso. Non ti puoi mettere contro la figlia di un collega, hai fatto una cosa grave. Non ha i titoli? E cosa importa! Mica si diventa professori per merito, lo decidiamo noi chi diventa professore, ancora non lo vuoi capire? Allora, se non lo capisci, te lo facciamo capire. Mi dicono che nel dottorato il tuo tutor non è molto soddisfatto del lavoro svolto. Addirittura si vuole dimettere! Come fai senza tutor? Non potrai finire il dottorato così. Te lo dico da fratello maggiore, vai a ritirare la domanda! Tanto non lo vincerai mai il posto”.

Ed è accaduto, anche, che si venisse avvicinati dal direttore del dipartimento del tempo, che rincarava la dose di minacce, stavolta nella forma di “paternale”: “Il preside non ti sostiene, quindi non hai speranze nel concorso, devi ritirarti, te lo dico come un padre. Magari penserai che siamo ‘mafiosi’, pensalo pure tanto è così che vanno le cose. Tu non le puoi certo cambiare, è così che si fa. Anzi, ti abbiamo dato il dottorato, che non era previsto, ma solo perché i nostri raccomandati hanno fatto un pessimo esame, ed il presidente della commissione era un vecchio d’altri tempi del nord Italia, ora è andato in pensione. Diceva che non potevamo bocciarti se promuovevamo i nostri. Quindi già sei stato fortunato”.

Oggi gli asini volanti cadono dalle nuvole, perché finalmente c’è una procura della repubblica che ha scoperto l’acqua calda. C’è un procuratore che non ha parenti in carriera nell’accademia, che non frequenta salotti mondani cittadini, dove i potenti fanno le fusa tra di loro, per perpetuare un sistema feudale, basato sulla presunzione di essere élite, sulla tradizione ed il blasone. Un sistema parassitario che finisce per autodistruggersi, perché il suo sangue, la sua linfa, si impoveriscono, si diluiscono sino a divenire senza sostanza, senza forza, senza intelligenza, producendo una classe dirigente priva di midollo spinale, invertebrata, e per questo sempre più disposta ad inchinarsi, a piegarsi, ad anelare la morte.

(5 luglio 2019)

La “mafia” accademica

di Salvatore Fiorentino © 2021

Università bandita”. E’ solo l’ultima, in ordine di tempo, indagine della magistratura penale su quella che è notoriamente una delle più impenetrabili “associazioni a delinquere” che governano l’Italia, strutturata secondo il modello ed i metodi che sono tipici delle più note cosche mafiose, con tanto di “codice d’onore” e protocollo “sanzionatorio” per chi osi rompere il “patto di sangue”. E non è una metafora, dato che, come afferma un rettore in carica, intercettato nonostante le “bonifiche” disposte entro l’ateneo per “tutelarsi” dopo gli scandali di qualche anno fa, “in fondo qui siamo tutti parenti”. Si tratta, a loro dire, di élite culturali, che, per tradizione e senso di responsabilità, hanno governato la comunità accademica.

Perché sono ormai vent’anni, dopo la riforma Berlinguer, che dal sistema “baronale”, che comunque prevedeva una selezione interna per “scuole”, secondo il più meritevole a discrezione del “maestro”, si è passati al mero scambio di posti e favori, essendosi perso ogni orgoglio e dignità accademica, essendo al contrario invalso il criterio del “cretino locale”, declinato secondo il metodo della spartizione clientelare spinta sino alle estreme conseguenze, sicché a vincere un posto di storico può oggi essere persino un architetto. E dove un architetto che “non sa tenere la matita in mano” (secondo il giudizio di chiarissimi colleghi) può assurgere, con abile scambio, al ruolo di ordinario. Sic transit gloria mundi!

Meglio tardi che mai. La magistratura amministrativa martella da anni un sistema evidentemente illegale, annullando a raffica concorsi illeciti, che vengono ripetuti due, tre, n-volte direbbero i matematici. Sempre con lo stesso esito, con la conseguenza che i TAR sono ingolfati ed anche indispettiti dall’inosservanza sistematica delle loro puntuali sentenze. Quasi sempre. Perché nel frattanto, tanto per non farci mancare nulla, si scoprono traffici anche nei santuari della giustizia amministrativa, con sentenze “pilotate” ed esiti “aggiustati”. Mentre la giustizia penale sembra aver scoperto da poco questo settore prima ritenuto “cosa loro”, affari “amministrativi”, beghe “accademiche”. Timore reverenziale o intrecci indicibili?

Così fan tutti. In un “sistema Catania” dove la procura della repubblica esercitava il proprio potere non approfondendo le notizie di reato, il che, secondo il giudice Giambattistà Scidà, costituiva il perno di un sistema parallelo ed extra ordinem, tutto interno alla magistratura, che veniva a saldarsi con il monopolio ed il conformismo scientifico dell’informazione locale, l’odierna “rottura degli argini” apre uno scenario inedito i cui esiti non sono prefigurabili né prevedibili. La rilevanza della “profanazione” del santuario dell’accademia è evidente e prelude ad un effetto a cascata. Perché adesso i molti, i troppi, studiosi vessati ed umiliati da un sistema manifestamente “paramafioso”, sono incoraggiati a denunciare ciò che sanno.

Il corto circuito culturale. Se l’accademia è un’associazione a delinquere, se rettori, past rettori e prorettori sono sospesi dalla funzione scampando ad un arresto, se ci sono decine di indagati per la sistematica adulterazione dell’esito dei concorsi, con l’addentellato disposto delle misure sanzionatorie verso i candidati “meritevoli” che osassero ribellarsi alle scelte dei loro “maestri”, ormai neppure “baroni”, ridotti al rango di oscuri amministratori di spartizioni di cattedre malferme, ciò significa che è finito il tempo dei leoni, dei gattopardi dello scibile, per cedere il passo alle iene e agli sciacalletti della “cultura”. Umiliata sul banco del maggior ribasso, delle logiche più viete di un mercato paesano a conduzione familiare.

(28 giugno 2019)

Le sabbie mobili della giustizia

di Salvatore Fiorentino © 2021

C’è un pm milanese che non si fida del suo procuratore capo e si rivolge ad un componente del C.S.M. in modo confidenziale e quasi amicale. Gli fa avere dei verbali d’indagine nei quali si fa riferimento ad un’associazione occulta che deciderebbe di nomine chiave di toghe ed esiti di processi importanti. Quel componente del C.S.M. non si fida dell’organo di cui fa parte e decide di evitare le vie formali, riferendo in modo imprecisato ad alcuni dei suoi vertici, suggerendo che sia informato anche il presidente della repubblica (il minuscolo è d’obbligo, dato che questa non pare la Repubblica descritta dalla Costituzione). Nessuno muove un dito, tutti sanno ma non dicono, finché la segretaria di quel componente del C.S.M. avrebbe deciso di informare anonimamente (autonomamente?) la stampa.

I giornalisti di testate solitamente legalitarie e denunciatarie non si fidano dell’anonimo latore, sicché invece di ricercare i riscontri e pubblicare come di dovere quello che appare come uno scoop (cave canem) si affrettano a riferire il tutto all’autorità giudiziaria, innescando un evidente corto circuito tra controllore e controllato. Il consigliere del C.S.M. Antonino Di Matteo, tra i destinatari del plico anonimo contentente le carte scottanti, invece decide di dichiarare il fatto apertamente in una seduta dell’organo di autogoverno delle toghe, registrandone però la muta presa d’atto, peraltro senza che ciò dia seguito ad alcun atto consequenziale del sommo collegio (sic transit gloria mundi) preposto alla salvaguardia dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura, e del suo prestigio.

Fioccano quindi le smentite e i distinguo, non si contano le contraddizioni e le giustificazioni anche risibili, ma alla fine rimane confermata la sostanza. I vertici del C.S.M. e financo il Quirinale sapevano di questo ennesimo scandalo, forse esiziale, che si era abbattuto sulla credibilità della magistratura, ma preferivano la via del silenzio (tamquam non esset). E quando il re è talmente nudo da fare ribrezzo, si scatena l’attivismo delle procure di mezza Italia, che aprono fascicoli a più non posso, nella confusione della competenza territoriale che cambia alla stessa velocità delle previsioni del meteo, con i comprimari che si ritrovano interrogati come indagati e i protagonisti sentiti come persone informate dei fatti, secondo il classico copione del teatro della giustizia italiana.

Dopo lo scompiglio iniziale, l’ordine è univoco: minimizzare. E’ tutto una bufala, l’accusatore è un avvelenatore di pozzi, si tratta dell’ennesimo tentativo di gettare discredito sull’onorabilità delle toghe (che per la verità sono insuperabili in questo), il pretesto per avallare una riforma punitiva della giustizia, che riporti la magistratura sotto il tacco del potere politico, nel momento in cui, da “Mani pulite” ad oggi, questa non ha solo conquistato la sua piena indipendenza ed autonomia, ma ha preteso dichiaratamente di svolgere un ruolo di “supplenza”, dandosi in ipotesi che la “politica” non fosse in grado di assolvere al proprio compito, innescandosi così un perpetuo conflitto tra poteri dello Stato in lotta per la supremazia reciproca, piuttosto che l’attuazione del mutuo controllo.

Se non fosse che tra i due litiganti il terzo (i cittadini) muore, potremmo anche dire con lo stesso distaccato sardonismo che era in uso in città dove si contavano oltre cento morti assassinati all’anno, che si stanno “ammazzando tra loro”. Ma in verità non è così, perché politica deviata e magistratura deviata sono la stessa cosa, e le guerre in atto non sono altro che guerre di potere intestine, che stanno dilaniando la società, come in una guerra civile sotterranea che sta erodendo le fondamenta dell’edificio democratico, ingenerando la più pericolosa patologia che possa temersi: la crescente sfiducia dei cittadini verso le istituzioni e soprattutto verso la magistratura, con la conseguenza di legittimare di fatto comportamenti illeciti e comunque antisociali dagli esiti devastanti ed irreversibili.

Le due vie per fermare un magistrato

di Salvatore Fiorentino © 2021

“Un magistrato si ferma in due modi: con una bomba o con un altro magistrato”. Lo ha recentemente affermato dagli schermi televisivi l’ex pm Antonio Di Pietro, a proposito dei misteri che avvolgono la storia italiana dal post stragi dei ’90 ad oggi, tra depistaggi, insabbiamenti e clamorosi “non ricordo”. Le bombe sono state usate fino ad un certo punto, poi si è preferita la seconda opzione. Di Pietro fa capire che fu fermato dall’allora pm bresciano Fabio Salamone, che aveva un fratello dalle frequentazioni scomode in Sicilia, dato che stava per saldarsi l’attività di “Mani pulite” a Milano con quella di “Mafia e appalti” a Palermo. Lasciò la magistratura perché capiva che sarebbe stato stritolato, probabilmente consapevole di aver commesso qualche leggerezza agevolmente strumentalizzabile.

Tuttavia, occorre chiedersi perché l’indagine di “Mani pulite” non trovasse ostacoli ma anzi “fiancheggiatori”, mentre quella su “Mafia e appalti” venisse avversata in ogni modo possibile, sino ad essere frettolosamente archiviata alla vigilia di ferragosto dell’annus horribilis, il 1992, a pochi giorni dalla strage di via D’Amelio. Il 14 luglio Paolo Borsellino aveva convocato una riunione per discutere del dossier “Mafia e appalti”, ma guardacaso il giorno prima veniva depositata la richiesta di archiviazione firmata dagli allora sostituti procuratori Roberto Scarpinato e Guido Lo Forte, vistata dal procuratore capo del tempo Pietro Giammanco che aveva sempre negato a Borsellino la delega per le questioni palermitane, perlomeno sino alla mattina del 19 luglio 1992. Troppo tardi.

A chi avrebbe nuociuto “Mani pulite”? E a chi avrebbe potuto nuocere “Mafia e appalti”? La risposta alla prima domanda è nota: ai partiti della cosiddetta “prima repubblica”, DC e PSI in primo luogo, difatti cancellati dalla storia politica italiana, così come i loro principali esponenti, assieme a PRI, PLI e PSDI. Si aprivano così le porte per la presa del potere da parte di chi guidava quella che venne definita come la “Gioiosa macchina da guerra”, ossia gli eredi del PCI, da sempre esclusi ufficialmente dalle stanze di governo e finalmente ammessi a corte, perché si voltasse pagina, pare per volontà delle alte sfere USA-FBI, che tolleravano sempre meno personaggi come Craxi e Andreotti, questi visti anche come ostacoli al progetto di deindustrializzazione dell’Italia voluto da Francia e Germania.

Ecco che la risposta alla seconda domanda è già data. “Mafia e appalti” avrebbe certamente nuociuto all’unica forza politica uscita indenne, e ad oggi non si capisce come, dal ciclone di “Tangentopoli”. Basti pensare che una grande azienda come la Rizzani de Eccher, con sede nel nord Italia – la stessa che otteneva grandi commesse nell’URSS quando ancora il Muro di Berlino era in piedi e in Italia il PCI riceveva i finanziamenti da Mosca – veniva rappresentata in Sicilia da tale Giuseppe Li Pera, geometra e mafioso, che orchestrava le danze per conto di “Cosa nostra s.p.a.” affinché si spartissero gli appalti, allora cospicui, nella terra del Gattopardo, mediante la parola magica “pass” che veniva apposta nelle lettere che le concorrenti sulla carta si scambiavano prima di una gara pubblica.

Sarà per questo che gli agenti FBI erano già sul teatro della strage di via D’Amelio prima che arrivassero tutti gli altri? Ancora una volta la Sicilia è campo di battaglia su cui cadono vittime innocenti in nome di una ragion di Stato internazionale, perché sia attuato questo o quel disegno geopolitico al di sopra delle teste dei cittadini? Ma evidentemente non è bastata una bomba per fermare Borsellino, se è stato necessario che non uno ma decine di magistrati abbiano dovuto impegnarsi per (non) trovare la verità dopo oltre un quarto di secolo, tra depistaggi già accertati (“caso Scarantino”) e novità che anche quando sembrano poter affiorare dopo decenni finiscono per suscitare reazioni incomprensibili, per tempistica e contenuti, persino da parte delle autorità preposte alle indagini (“caso Avola”).

Propaganda Democratica

di Salvatore Fiorentino © 2021

Il vero problema dell’Italia, dalla caduta della “prima repubblica”, dove la democrazia era partecipata attraverso i partiti politici, ciascuno con una propria ideologia ovvero una griglia di valori di riferimento non negoziabili, è la debolezza dell’intero sistema politico. La prova regina è data dal fatto che non si riesce a trovare un accordo neppure in periodo di emergenza pandemica se non delegando ad un “tecnocrate” il governo del Paese, in questo modo venendo meno ad una precisa responsabilità “politica” e nascondendosi dietro il paravento della “tecnica”, a cui demandare la soluzione dei problemi. E se i provvedimenti non saranno “popolari”, scatterà lo scaricabarile a cascata: i partiti daranno la colpa al premier, il quale la declinerà ai governatori, i quali la rimetteranno ai sindaci.

Sindaci che poi verrano lasciati soli dagli stessi partiti che li hanno espressi, come è accaduto a Roma prima con Marino (del PD) ed oggi con Raggi (del M5S), nel momento in cui non si renderanno disponibili a sacrificare i cittadini che li hanno votati per assecondare gli interessi di parte, in nome di una “politica” che continua a tradire la sua ragion d’essere, cercando poi di sopravvivere a sé stessa alimentando la macchina della propaganda, per ciò servendosi di “nani e ballerine”, ossia di tutte quelle figure di pubblica notorietà, tra cui artisti, calciatori, giornalisti, presentatori tv, opinion leader, “influencer” e compagnia bella, arruolate alla causa e per la quale ricevere la lauta ricompensa mediatica se al momento inopportuno si spara contro l’avversario politico di turno da abbattere.

E se il maggiore partito dello schieramento “progressista” non sa più a quale segretario votarsi, non riuscendo a costruire una classe politica degna di questo nome, dovendo richiamare per tale ruolo un personaggio già rocambolescamente scartato per l’incapacità manifestata nel ruolo di premier affidatogli, non ci si può poi meravigliare se questo signore continui a fare in malo modo quello che non sapeva fare, ossia il politico, tentando disperatamente di dissimulare questa incapacità mediante una serie di paraventi identitari, come la questione delle “quote rosa”, quella dello “ius soli” per finire con quella del contrasto alla “omofobia”, finendo per ghettizzare ed etichettare chi si vorrebbe invece tutelare da ogni discriminazione di sorta, senza fornire soluzioni concrete in merito.

Il segretario del Partito Democratico (o meglio si dovrebbe dire della “Propaganda Democratica”), così come tutti i suoi predecessori, fa finta di non comprendere che l’emorragia di consensi che si è verificata anche nelle zone d’Italia tradizionalmente “rosse” è dovuta proprio a questa incapacità politica di rappresentare i valori in nome dei quali si chiede ai cittadini il voto, valori che restano pertanto enunciati e affidati alla retorica di una pletora di pseudo artisti ed improbabili cortigiani, ma traditi quotidianamente nei fatti, nell’attività legislativa e di governo locale, regionale e nazionale, con riflessi tangibili anche nel mondo sindacale di riferimento, in primo luogo la CGIL, dato che CISL e UIL hanno dismesso da tempo il loro ruolo per divenire partiti politici di complemento.

La “sinistra” è così divenuta solo una posa per intellettuali da salotto, per imprenditori parassitari e assistiti, per tutti coloro che senza il “soccorso rosso” sarebbero il nulla, invece che occupare indebitamente posizioni preminenti nella società, con la conseguenza di condurre ad esiti fallimentari le organizzazioni e le attività loro affidate. E’ quindi del tutto normale che il popolo, ossia la stragrande maggioranza della società civile, che legittimamente aspira a vivere pacificamente un’esistenza libera e dignitosa ottenuta per mezzo del lavoro regolarmente retribuito, venga attratto dalle sirene delle forze politiche di matrice “populista”, che si collocano tradizionalmente nella parte “destra” del parterre politico. Sirene che non potranno essere disattivate con la sterile Propaganda Democratica.